Il paparino
18 aprile 2006 // 0 Commenti
A me crescerà la panza, gli ormoni faranno un po’ arrabbiare e dovrò lottare con la ritenzione idrica e gli attacchi di fame;
Tino non ha né avrà modifiche sostanzialfisiologiche, anche se di sicuro c’è qualcosa in lui che sta girando vorticosamente come una lavatrice in centifruga mentre sopra una coppia occasionale scopa furtiva.
Tino ha cambiato faccia: l’occhio si è fatto più sgranato e usa di più il cellulare. Se prima mi lamentavo che le sue erano solo comunicazioni di servizio – per lo più mi chiamava per chiedermi di comprargli le cipolle al supermercato o per dirmi che andava a prendersi l’aperitivo con l’amico – ora ogni scusa è buona per coccolarmi telefonicamente, per farmi sentire la sua presenza e per valutare lo stato delle mie giornate.
Per certi versi, rimanere incinta ti fa regredire allo stato fanciullesco, quando mamma e papà ti dicono cosa devi fare, si preoccupano e ti trattano come un esserino indifeso da proteggere: anche io sto ripercorrendo, insieme alla caccola che alberga in me, un iter puerum che credevo di aver superato da anni.
E Tino si allena a fare il papà;
io volentieri mi abbandono al ruolo della bimba indifesa e anche un po’ capricciosa…
Ma Tino non è solo il braccio forte a cui appendermi quando perdo l’equilibrio, non è solo il luogo dove riporre i miei umori pazzoidi da incintona, Tino è anche un uomo che si caca sotto all’idea delle responsabilità.
Perché parliamoci chiaro: non è una roba che se una mattina ti svegli e non ne hai più voglia puoi tornare indietro (e noi – per fortuna – non ci chiamiamo Franzoni e non abitiamo a Cogne…), non è una roba che puoi riportare dal negoziante con la scusa che è difettosa perché non ti soddisfa…
è uno di quegli tsunami che ti sconvolgono la vita, che modificano il tuo ruolo, la tua autopercezione, la tua vita sessuale, la tua vita sociale e il tuo modo di passare una serata a casa davanti al tivvu.
E’ una roba che quando passiamo davanti ai negozi per neonati, vedi la fronte di Tino imperlarsi ( e non solo per le cifre da capogiro!) la sua bocca socchiudersi e spuntare il sorriso di circostanza, di quello che non lo vuole dare a vedere ma se la sta facendo nei calzoni.
Tino mi accarezza la pancia, che ancora conserva solo memoria dell’adipe e non della caccola nascitura, e ripete come un disco rotto “è bellissimo”. Lo so che è felice, ma so anche che il suo vocabolario, di solito così riccamente logorroico è troppo piccolo per contenere tutta la sua stupefatta paura, il suo rincoglionimento di uomo-figlio e uomo-amante che a breve sarà anche uomo-padre.
Ma Tino tiene duro, e quando gli prende il panico e me ne accorgo, frego la sua voglia di fuggire con il metodo più antico del mondo in rapporti donna/uomo: l’adulazione.
E allora gli racconto la storia dello spermatozoo più veloce del west, quello che – sparato al primo colpo – ha fatto centro come pochi uomini riuscirebbero…
e così lo vedi, il caro Tino, padrone di cotanta arma di micidial portata, pavoneggiarsi del suo machismo e pensare che alla fine, poi tanto male non è poter dispensar amore, insegnamenti e logorrea ad una piccola caccola con metà del suo dna….
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