Panzallaria – blog di panza

Precaria dentro ma anche fuori

Settembre: si ricomincia

Io la depressione da rientro delle vacanze non ce l’ho. Avevo la depressione da agosto, se mai. Non ce l’ho perché le vacanze quest’anno non sono andate tanto bene  e perché il 7 agosto ero già, nuovamente al lavoro.

Ho avuto tempo di abituarmi, per dire.

Ma comunque, in generale, preferisco nettamente settembre (e non sono l’unica, c’è chi ne ha fatto un bellissimo sito) e l’autunno.

Io amo l’autunno. Mi piacciono le foglie che si colorano, mi piace mettermi i maglioncini, mi piace molto anche andare in giro in centro, sotto i portici, con quella luce tagliente e calda, delle giornate autunnali.

Adesso è tutto un proliferare di articoli su come sconfiggere la depressione post vacanza,  terrorismo psicologico sull’imminente allerta influenza che – quest’anno – sarà più micidiale del passato (ma la suina non doveva essere una specie di peste? questa cosa sarà, una peste nera?) e consigli sul rientro a scuola, ufficio, vita quotidiana.

Non so, non mi tocca. Ad agosto non potevi mettere piede in nessun parco pubblico, che – a causa del tasso di umidità – spadroneggiavano zanzare tigre da un chilo e mezzo, roba da eliporto in mezzo alle siepi!

Poi non c’era un cane in giro. A me, alla lunga, stanca fare l’alternativa che sta a casa mentre gli altri sono tutti in Salento o in Sardegna e non puoi nemmeno fare finta  che non sia così perché c’è Facebook a ricordartelo costantemente!

Che non so i vostri, ma la maggior parte dei miei contatti sembrava sempre in vacanza, almeno a guardare foto, a leggere status o messaggi di quel socialrobo che ti fa diventare sindaco dei posti in cui vai per primo!

Adesso invece riprende la vita e come ogni anno si fanno buoni propositi organizzativi sia per gli adulti che per i bambini. E a me piace la vita quotidiana e le sue piccole certezze: la pasticceria sotto casa aperta, la fornaia che regala i grissini a Frollina, le maestre che ti guardano riprovevoli perché tua figlia è una selvaggia, i vicini di sotto che friggono fino a uccidere di colesterolo fulminante tutto il condominio, le bariste qui in ospedale che ti raccontano dei fratelli, figli e ti coccolano la colazione, il capo, la macchina parcheggiata in salita e così via.

Le cose di tutti i giorni.

Non che non ami viaggiare e vedere posti nuovi. Mi piace assai. Ma poi io ho bisogno di essere rassicurata. Ho necessità di percorrere due o tre volte il nostro appartamento sapendo che è un posto dove prevalentemente stiamo bene, ho voglia di invitare gli amici a cena, di scrivere al pc in cucina, di farmi un bagno con le bolle e di guardare mia figlia che gioca con i suoi cani e gatti di plastica e gli fa fare la guerra perché il capo dei gatti è passato dalla parte dei cani.

Robe così insomma. Molto normali.

Poi a settembre e ottobre il mio quartiere è uno spettacolo: le foglie dei tantissimi castagni cadono in strada e trasformano la mia via in un tappeto coloratissimo: roba che sentralparc gli fà una pippa!

Per non parlare del Colle della Guardia: in questi mesi andare su per il portico di San Luca è dolcissimo, non ti ammazzi per il caldo e quando arrivi in cima sembra di stare in un film in tecnicolor.

Poi tornano tutti gli amici, ecco. Tornano anche quelli che emigrano, che vanno, che partono a singhiozzo ma ti sembra che siano sempre via.

Aprono le biblioteche e se compri i giornali giusti, puoi passare ore a cerchiare con il pennarello rosso tutti gli eventi cittadini a cui non vuoi mancare.

Io sono una persona provinciale e mi piace avere delle piccole, rassicuranti certezze. Forse perché ho traslocato molte volte, forse perché il passato è sparso. Forse perché sono uno scorpione che ama la casa e le consuetudini.

Il parco giochi: per lei o per me?

Mi chiedo se vado al parco giochi per mia figlia o per me. Mi piace. Mi piace moltissimo. Perché ci incontriamo con i genitori degli amici di silvia che mi piacciono, mi piacciono moltissimo. Persone che stimo, con cui stanno nascendo dei bei rapporti di amicizia a prescindere dal fatto che i nostri figli siano amici.

Il parco dove andiamo non è un gran che, ce ne sono senz’altro di migliori in zona. Ma è ampio, la vista si perde in lontananza e anche quando ti siedi sotto l’albero vedi tua figlia a chilometri, senza bisogno di alzare sempre il culone.

Poi è di fronte alla scuola della silvia e così, diciamoci la verità, risulta molto comodo e raccoglie molti bambini che sono in classe con lei. Lei non vede l’ora di tornarci a scuola, ogni mattina si sveglia e mi chiede quando ricomincerà e a volte capisco che ha un po’ il timore che non arrivi mai quel momento, che la vita cambi di nuovo, come dopo il passaggio dal Nido.

Quando le faccio presente che manca poco, alza le braccia al cielo e guarda all’insù con i suoi occhi vispi scoppiando in uno “Evviva!!!” da finale dei Mondiali.

Al parco ci sono la MaLta, la bambina alta tutta panna e la Lenticchia e poi ci sono anche altri, anche bambini più grandi. Uno è il figlio del vinaio della zona, quello per intenderci che ha contribuito alla buona riuscita della mia festa di laurea. Un tipo pazzesco sto bambino, troppo simpatico. Sembra uscito da un’altra dimensione. Gli piace catturare gli insetti e le lucertole e se ne va in giro con un Metal Detector per cercare l’oro.

Ci sediamo attorno a borse, zainetti, barbi, scarpine di bambole, cappelli e felpette, noi genitori. Attorno a quel che i nostri figli buttano lì e recuperano all’occasione, tra un’altalena, uno scivolo e due salti al gioco della Luna.

Parliamo. Ci raccontiamo le vacanze come bambini. Progettiamo gite, futuro, lavoro. Abbiamo idee da condividere, serate da organizzare.

Al parco delle volte compriamo le pizze ma poi le zanzare ci costringono ad andare nel giardino dei MaLti e finisce sempre che ci piazziamo lì e le nostre figlie giocano, giocano, giocano.

Alle principesse. Ai dottori. Alla maestra con i bambini. Alle sposine. Ai travestimenti. A nascondino. A fare gli scherzi.

Sono momenti in cui sto bene. Al parco sto bene, con queste persone sto bene. Tino si rilassa, anche in questo periodo che rilassarsi con quella schiena non è facile. La silvia è felice. E’ una vita corale, come piace a me. Con persone con cui non devi dimostrare nulla, che ti apprezzano per quello che sei, con cui ridi, parli, scherzi senza troppi fronzoli. Bevi una birra, parli di religione, case, vacanze, libri e serie televisive e musica e aneddoti.

Conoscere le persone, toccarle, abbracciarle, invitarle a cena, condividere momenti, offrire piaceri: sembrano cose scontate ma non lo sono.

Siamo fortunati. Perché da quando è nata la silvia è stato molto più duro coltivare le amicizie di prima. Non che non lo facciamo, sia inteso. Ci sono persone che adoro da anni. Ma ovviamente, quando si condividono vite simili, è più facile incontrarsi.

E noi abbiamo incontrato persone che anche se non fossero i genitori delle amichette della silvia, ecco devo dirlo, mi piacerebbe molto frequentarle.

E così ogni tanto, mentre scende il tramonto sul parco, in questa brezza fresca di fine estate, anticipo dell’autunno che amo tanto, penso che ci sono dei giorni che io vorrei vivere qui, tra le altalene e gli alberi in crescita.

10 ore a vedere mia figlia felice.

10 ad ascoltare.

Le storie. Le storie degli amici

Questo post lo dedico a Paola, Daniele, Aurora, Milena, Fabio, Davide, Stefano ma soprattutto alla Paola

Cerbottane e fionde: le usavate?

Ho una storia nella testa con dentro una cerbottana e una fionda, mi è venuta in mente oggi, parlando con il mio amico Daniele al parco, che ci viene sempre da raccontarci delle cose dell’infanzia, mentre rincorriamo le nostre figlie. Mi piacerebbe tanto sapere se usavate uno di questi giochi, se li usano i vostri figli e come e se ne avete voglia, vi chiederei di raccontarmi un aneddoto. O qui o su friendfeed.

Grazie mille

Periodo

E’ un periodo di grande cambiamento. Di pensieri. Delusioni e soddisfazioni. E’ un periodo che non riesco a definire con le parole, io che di parole ne ho sempre tantissime.

E’ un periodo che anche scrivere su questo blog non mi dà il gusto che mi ha sempre dato e che poi penso di offrire di me l’immagine che sono, quello che voglio essere e invece mi ritrovo a dover sempre spiegare, dire.

E’ un periodo che oscillo tra l’entusiasmo della mia vita aperta all’esterno, che metto in gioco quotidianamente grazie a donne pensanti e a tutti i progetti che stiamo definendo e la voglia di concentrarmi sul mio ombelico, chiudermi, sparire dal mondo sconosciuto.

Credo di aver trovato il mio karma (passatemi l’uso improprio di una parola che probabilmente uso a sproposito, in chiave new age), la mia strada, ma proprio perché l’ho trovata, sono spaventatissima.

Sono anche molto amareggiata perché proprio ora che mi sento una persona molto migliore di quello che ero qualche tempo fa, mi ritrovo sempre a dover spiegare, oppure la gente – quelli che ritenevo amici – spariscono, si chiudono a riccio, non mi offrono nemmeno una buona uscita dialogica.

E’ un periodo così, che la mia solarità subisce continue eclissi e poi torna e poi eclissa di nuovo.

E’ un periodo che mi spaventano le semplificazioni e invece mi sembra che questo mondo sia votato a quelle, nel bene e nel male.

E’ un periodo che ci sono dei giorni che vorrei mandare tutti a cagare (scusatemi, chiedo venia, ma faccio outing).

E’ un periodo che devo riflettere.

Cinquecento Hostess sono solo folklore?

Betty Grable - bittenandbound.com

Betty Grable - bittenandbound.com

Siamo in Italia.  Corre l’anno 2010. Anche se forse a leggere i giornali di questi giorni, molte persone (soprattutto donne) potrebbero credere che non era solo un’impressione quella di essere ricaduti in un Medioevo sociale davvero inquietante.

Cinquecento hostess, tre conversioni lampo, copie del Corano in regalo per tutte e gettone di presenza legato alla consegna del silenzio. C’è tutto questo nella prima giornata romana del colonnello Gheddafi. All’Accademia libica di Roma si sono ritrovate in 500 questa mattina per il meeting con il Colonnello. Di reclutarle si è occupata l’agenzia Hostessweb. Centinaia di ragazze che hanno ascoltato per un’ora e mezzo il leader libico parlare di Islam e Corano. Per ognuna di loro in regalo una copia del libro sacro dei musulmani. Fuoriprogramma con tre hostess che si sono convertite all’Islam in una cerimonia celebrata dallo stesso Colonnello. Tutte le partecipanti sono state vincolate al silenzio pena il mancato pagamento dei 70 euro promessi come compenso.

fonte Repubblica

La testimonianza:

“Silvio gli ha fatto credere che in Italia vi fossero ragazze interessate ad ascoltarlo sull’Islam”, ha detto la ragazza che, romana d’adozione, prenderà 64 euro per la partecipazione di ieri.

Ieri il leader libico è arrivato a Roma per una due giorni finalizzata a celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Libia.

Oggi il leader libico parteciperà a un incontro con il premier Silvio Berlusconi alla caserma dei carabinieri di Tor di Quinto, a una mostra sulla storia dei rapporti Italia-Libia sempre con Berlusconi e anche a un secondo intervento con 500 hostess italiane. Il leader libico dovrebbe anche cenare con Berlusconi.

fonte Reuters

Ecco il commento di Berlusconi, a fronte delle numerose dichiarazioni del Leader libico Gheddafi, in visita in Italia per rafforzare il rapporto economico tra i due Paesi:

“Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore”

fonte Repubblica

Su Friendfeed:

Le avventure di Panz Sawyer

Tom Sawyer

Le avventure di Tom Sawyer

Quando eravamo bambine, con la mia amica Manolita c’avevamo questa fissa di trovare delle avventure come Tom Sawyer.

Per esempio andavamo ad attaccar briga con i bambini del paese per poi intraprendere battaglie a cerbottana nei pressi della nostra casa sull’albero.

Per esempio andavamo al fiume in bicicletta e ci sfidavamo a guadarlo senza perdere l’equilibrio, a piedi nudi sui sassi.

Per esempio passavamo l’estate ad esplorare tutti i posti più strani e paurosi che c’erano intorno alla nostra casa, rubavamo le pannocchie al contadino – che quando ci scopriva erano dolori e proiettili di sale nel culo – spiavamo i ragazzi più grandi e stavamo ore e ore in giro con la bicicletta che alla fine si trovava sempre qualche bella avventura.

Quando faceva molto caldo si leggevano libri di avventura, all’ombra del nostro giardino e quando eravamo annoiate, ci chiudevamo in casa a fare gli scherzi telefonici, che lei era bravissima. Chiamavamo facendo finta di cercare la pizzeria “Tre Galletti” e andavamo avanti, chiedendo delle nostre pizze all’involontario malcapitato, per ore.

Una volta una signora, che si vede era molto sola, tenne la Manolita al telefono per due ore e alla fine, a sentire questa storia di solitudine, ci era venuta una depressione tale che volevamo andare a cercarla per capire se c’era bisogno di coinvolgerla in qualche avventura.

Questa cosa delle avventure è andata avanti per un bel po’ di tempo, dai 10 ai 13 anni di sicuro.

La Manolita fa parte di quelle persone a cui tengo moltissimo perché secondo me le amicizie di quando sei bambina sono quelle a cui ti affezioni in un modo quasi fraterno che poi, potreste non vedervi anche per 6 anni, ogni volta è bellissimo. Comunque la Manolita e io ogni tanto ci vediamo ed è molto bello, ci raccontiamo come se le nostre vite fossero ancora ad abitare l’una accanto all’altra.

Ieri sera la Manolita mi ha chiamato che rideva come una pazza. Mi ha detto che stava rileggendo il suo libro delle avventure di Tom Sawyer e che dentro ci aveva trovato un mio biglietto di quel periodo (età 12 anni circa) e sul biglietto c’era scritto così:

Quando leggerai questo biglietto, per me sarà troppo tardi, mi avranno già portata via.

Non dire niente a nessuno e vieni al laghetto del contadino con:

del cotone idrofilo

dei cerotti

e un panino alla mortadella

Panz

Tino sostiene che allora ha ragione lui quando mi dice che io di certo sono caduta nel Pentolone della “Matteria” da piccola.

Blogchendi di Panzallaria: regalo vestiti di frollina usati ma tenuti bene

candy candy

candy candy - zucchero filato e felicità

Tenete presente che dato che frollina è al mare, noi ieri sera si è fatto bagordi con amici e ora ho un cerchio alla testa che sembra un hula hoop, per cui non sono molto lucida e questo post è frutto della nebbia che aleggia in me stessa, però ieri mi è venuta un’idea.

Su fb facevo la intellettual snob ad minchiam, come ogni tanto mi piace fare e ho parlato del fatto che a me i blog candy e quelle cose lì mi fanno l’effetto della pubblicità in televisione, ovvero mi viene da cambiare canale e qualcuno – meno cacacazzi di me – mi ha ricordato che invece ci sono tante persone creative che li usano per attestare la loro stima ai lettori e allora poi ci ho avuto un pentimento per queste affermazioni ad minchiam e ho pensato, perché non faccio un blog candy anche io? Anzi no, perché non faccio un blogchendi anche io?

Insomma. Non conoscendo le regole dei blog candy me le sono inventate, per ciò perdonatemi se non sarò fedele alla linea.

Comunque.

REGALO

ripeto

REGALO CON GRANDE PIACERE

gli abiti dismessi ma tenuti bene di frollina.

Quindi, se siete lettori di questo blog (attenzione che poi vi faccio delle domande per testare la vostra fedeltà…non è vero, potete partecipare tutti, anche se non sapete neanche chi sono ;-) ) e abitate in zona Bologna e avete bisogno di abiti per bambina 2/3 anni e non avete remore a usarne di usati (io a mia volta ne ho ereditati la maggior parte),

ho delle sporte di vestiti che vi regalerei molto volentieri, a patto che veniate a prenderli voi.

I motivi sono due:

  1. credo fortissimamente nel “passaggio” delle cose usate da bambino a bambino perché comunque a quell’età i cinni crescono in fretta e cambiano il guardaroba molto spesso e trovo che comprare sempre cose nuove sia poco etico, quando le userai pochissimo, per ciò voto per la pratica del passaggio di testimone (che poi gli abitini si portano dietro anche delle belle storie e ha – se ci pensate – anche un bel portato poetico)
  2. tutta sta roba sta ingolfando i nostri armadi: dato che le mie amiche più care hanno tutte sfornato maschietti o hanno figlie della stessa età di frollina, si accumulano e prima di utilizzare i canali ufficiali, vorrei provare con il passaparola.

Per ciò, ecco qua, il primo blogchendi di Panz.

Chi è interessato lasci un commento a questo post o mi scriva a panzallaria73@gmail.com che ci mettiamo d’accordo.

Vado a bere il terzo caffè sperando che questo enorme masso che ho al posto del mio neurone vagante si alleggerisca un poco e mi permetta di sopravvivere alla giornata.

Mia sorella

Frollina – forse l’ho già detto – si è inventata una sorella immaginaria. Questa sorella ogni tanto viene a trovarla di notte e con lei fanno molte cose che poi la bambina abbronzata ci racconta.

La sorella di frollina si chiama Chelli.

La sorella di frollina ha le ali, che durante il giorno tiene in tasca e di notte si infila per volare in alto, ovunque e andare a trovare un sacco di animali, vedere un sacco di posti e proteggere frollina.

La sorella di frollina, quando noi non la vediamo, sta nella sua casa sulle nuvole.

Chelli è alta come me e fa il mio stesso lavoro, ovvero “scrive le ricette sul computer”.

L’altro giorno la bambina abbronzata era al parco con la nonna, dove ha conosciuto un bambino (vero) di 7 anni, a spasso con il suo papà.

La bambina abbronzata era in fase narrativa (ogni tanto ha questi meravigliosi momenti in cui racconta storie bellissime, le cui protagoniste sono sempre lei e Chelli) e mentre dindolava accanto all’altro bambino, ha guardato suo padre e gli ha detto:

“Sai che io ho una sorella? ”E’ alta come la mamma, ha le ali e abita in cielo!”

Dice la nonna che al padre del bambino si sono gonfiati gli occhi di umido pianto e ha sporto in avanti la bocca in una smorfia di empatico dolore…

Bologna. Cos’è diventata?

Prendevo il caffè con il mio vicino, l’altro giorno, che mi ha regalato questi splendidi cartellini per metterci dentro il nostro nome nel campanello e ci siamo messi a parlare di Bologna, di come è cambiata, di com’è, di dove vuole andare. E parlare con lui è stata come un’illuminazione perché fino a prima pensavo che Bologna fosse immobile. Perché non è più una città accogliente, non è più una città giovane, perché ci sono tante microrealtà ma sono piccole, non si fa nulla per farle emergere. Perché non ci sono mostre che attirino persone ma solo dei gran graffiti da ripulire, che ormai – finita l’emergenza extracomunitari, sui giornali siamo passati all’emergenza graffiti.

E poi c’è il Civis e poi c’è il Cinzia gate e il fratello di Errani e la Maremma maiala.

Insomma, porca paletta, che tristezza che è diventata Bologna.  Mi ricordo tempi in cui uscivi alla sera, anche in pieno agosto e c’erano un sacco di cose belle da fare, soprattutto se eri giovane. Ora c’è solo il cinema in piazza che finisce a metà luglio e poi, se non sei un po’ introdotto in qualche realtà, ecco ti sembra di non avere altre opportunità. Ci sono tanti anziani a Bologna, che controllano i cortili condominiali, che polemizzano con tutto ciò che non conoscono. Ci sono tanti anziani a cui non piace il rumore di via del Pratello e per cui i giovinastri sono solo un inutile fastidio.

Insomma. La nostra Bologna. Che è una città che amo, che adoro, che mi ha visto triste, disperata, allegra, felice, malata, guarita, innamorata. Bologna con i suoi colli che la giri tutta intorno e guardi il tramonto sulle torri e sembra il mare. Un mare di rosso, quello del sole e quello dei palazzi, tutto confuso. Bologna con i parchi, con le vie piccole del centro, con l’odore di glicine e quello di castagno e le foglie spazzate via dall’autunno.

Ma forse non è vero che è immobile. Bologna forse ha solo scelto. Ha scelto di diventare una città vecchia e provinciale. Immobile. Poco accogliente. Una città come tante. Di quelle che piacciono al Calderolo, che ha il coraggio di dire una cosa che noi altri sentimentali facciamo fatica ad ammettere, ovvero che in questa città ormai pulsa un cuore leghista.

Ies.

E’ una città a misura di vecchi Bologna. Ormai. Altro che parigi in minore. Altro che osterie fuori porta.

L’accoglienza costa,  la tolleranza è impegnativa e una città com’era Bologna è solo un FASTIDIO.

La bambina talebana

Calvin fa le facce: Calvin e Hobbes

Calvin fa le facce: Calvin e Hobbes

“Mamma, hai visto quella bambina che non sta mai seduta mentre mangia?”

“Mamma, hai visto, la Silvia non ha il tovagliolo!”

“Mamma, perché quella bambina non ascolta la sua mamma?”

“Mamma perché quella bambina non mette la mano davanti alla bocca quando starnutisce?”

Ecco alcune delle domande  che si è posta – ad alta voce – una bambina dai capelli rossi seduta nel tavolo accanto alla Frollina e me, l’altra sera in pizzeria.

La mamma era evidentemente imbarazzata, gli altri avventori guardavano Frollina – protagonista involontaria delle curiosità della sua coetanea – come se fosse una teppista e io mi sentivo a metà tra il disagio e il ridicolo.

Ho seriamente pensato di ordinare un profiterol per la cinna dai capelli rossi, nella speranza che affogasse le sue domande nel cioccolato.

Invece no.

Come la più stoica delle cazzarone ho retto di fronte al primo prototipo sperimentale di BAMBINA TALEBANA!!!!

E quando ci siamo alzate per andarcene

ho salutato gentilmente

scusandomi.

Ebbene si. Mi sono scusata con una bambina di 3 anni. Dicendole che alla frollina le abbiamo insegnato tante cose ma che è vero, sul cibo siamo una tragedia.

Me ne sono andata scusandomi

con una bambina talebana di 3 anni.

Una delle cose che vorrò ricordare di questo anno frollinesco

La bambina abbronzata ha imparato molte cose in questa estate e una delle cose che ha imparato la voglio scrivere per bene, perché poi so che mi farà un gran piacere rileggerla, tra alcuni anni. Non me ne vogliano i miei pochi lettori (ormai sto sito lo frequentiamo in pochi affezionati, ma da tutto il mondo – badate bene – e sono soddisfazioni ;-) ma ci sono delle cose che uno in un blog le deve scrivere anche solo per se’, a costo di sembrare noioso, spocchioso, fuori tema.

La bambina abbronzata ha imparato a nuotare.

Non con i braccioli o altri sistemi di condotta, ma proprio a stare a galla da sola, a battere i piedi e anche ad andare sott’acqua e passare sotto le tavolette, in piscina, con gli occhi aperti.

Per quei pochi lettori italiani e non che mi seguono da un po’ (Tino e un paio di amiche che se no verrebbero torturate) è chiara la soddisfazione di mamma Panz di fronte a questa conquista: da ex nuotatrice agonistica, ex istruttrice, devo ammettere che sapere che mia figlia, a 3 anni e mezzo ha imparato a nuotare da sola, anche nell’acqua alta, è una di quelle cose che mi fanno gonfiare di molto il petto.

E’ andata così e lo scrivo per la cronaca, è andata che in questa estate abbiamo passato molti pomeriggi in piscina e che nel corso di questi pomeriggi lei ha deciso che non le servivano più i braccioli e ha cominciato a fare dei tuffi, prima piccoli poi grandi e a spingersi dalla riva della piscina (che le piscine di adesso hanno anche una riva) alla parte dove non tocca e lo ha fatto con coraggio e determinazione e con me accanto che le davo fiducia ed ero pronta, anche, ad acchiapparla.

Prova, riprova e riprova, alla fine ha capito qual’era il suo punto di equilibrio e ha imparato a stare a galla muovendo le braccia e le gambe.

Non è la Pellegrini, sia chiaro, ma diciamo che per la sua età ha un’acquaticità davvero eccezionale che io lo so che c’è il mio allenatore – dal posto in cui è adesso –  che mi dà pacche sulle spalle e mi dice “Hai visto Gigiulona? Devi esserne orgogliosa!”.

Quelli che hanno figli della sua età, quando siamo in vasca, ci guardano e delle volte è capitato che qualcuno le abbia fatto i complimenti e si sia meravigliato perché non aveva i braccioli. Ora, io non amo molto i braccioli, perché come diceva suddetto allenatore, fanno credere alle persone che puoi stare a galla tenendo il corpo e il peso in un modo mentre ognuno deve trovare il suo punto di galleggiamento, capire come fare, sentire il proprio peso nell’acqua e l’effetto del corpo, per imparare davvero a dominare i propri gesti.

Io sono convinta che imparare a galleggiare sia una sorta di arte zen, la prima in cui bisognerebbe applicarsi da bambini, perché è un esercizio di pazienza. Che ci può essere anche il maestro migliore del mondo a insegnarti trucchetti e segreti, ma è sempre teoria, mentre questa è una cosa che su 100 bambini, l’ho vista fare in 100 modi diversi.

E mia figlia a 3 anni e mezzo sa galleggiare e ieri, che l’ho portata in piscina un’altra volta, ha anche preso questa tavoletta, ha voluto che gliela tenessi (eravamo nella piscina dei piccoli, dove toccava) e si è immersa, ha battuto le gambe e ci è passata sotto. Che se volete saperlo, il mio segreto per farla stare sotto con gli occhi aperti e il naso e la bocca in grado di capire come chiudersi per non bere è stato fare un gioco (e farlo per ore, un giorno di luglio).

Il gioco consisteva nel metterci tutte due con la testa sotto e salutarci a 4 mani, guardandoci in faccia. Io facevo anche finta di parlare e lei rideva come una matta.

Comunque. A me questa cosa mi ha commosso molto e qualche giorno fa ho sentito un’emozione come quella volta che ha detto la sua prima parola che era poi il nome del gattoscemo, ora “moruto in cielo” o quella volta, il giorno del suo primo compleanno, che ha mosso i primi passi staccandosi dalle cose e dalle persone.

Lei ha un modo di imparare che è poi sempre simile: si mette – da sola, desiderando che le venga lasciata libertà d’azione – a provare e riprovare, a cadere e ricadere, a bere e ribere, senza un lamento, senza alcuna richiesta di aiuto. Prova e alla fine Bum! d’un tratto ci riesce.

Il momento prima beveva e andava sotto, il momento dopo si fa mezza piscina battendo i piedi e annaspando stile cagnolino, nell’acqua alta.

Alla fine ieri sera, per festeggiare le sue prodezze natatorie, che poi tanto Tino stava fuori, siamo andate in pizzeria per la prima volta da sole: lei ed io.

E ho pensato che spero tanto che mia figlia non si stanchi presto di venire in pizzeria con me e che più cresce, più possiamo fare delle cose come due persone che le fanno insieme e questa cosa mi fa proprio molto piacere.

Anche se poi, alla fine della pizza a rincorrerla mentre tenta di socializzare con tutti i bambini e i cani presenti, ero così stanca che mi facevano male le gambe.

Il lavoro e le donne: perché a volte siamo conniventi di situazioni ingiuste?

Donna al lavoro

Donna al lavoro

Di oggi un articolo di Repubblica sugli scoraggianti dati occupazionali al femminile del nostro Paese.

Nel 2010 esistono ancora situazioni professionali e zone d’Italia dove essere donna è un fattore discriminante non solo per una realizzazione professionale ma anche per mantenere un qualsiasi lavoro.

  • Quanto c’entrano la maternità e i maggiori impegni familiari di cui spesso si fanno carico le donne?
  • Quante donne scelgono di rimanere a casa dal lavoro perché la ricerca è estenuante e spesso il gioco non vale la candela?

Sul rapporto donne e lavoro si crea spesso un muro di omertà: pochissime donne hanno il coraggio di fare nomi e cognomi, a fronte di esperienze negative, per paura di essere TAGLIATE FUORI, che il LICENZIAMENTO non sia la cosa peggiore.

Ci sono donne che firmano, al momento dell’assunzione, lettere in bianco di licenziamento che verranno – all’uopo – usate dal datore di lavoro per “liberarsi” di loro in modo pulito e senza alcun appiglio legale.

Perché queste donne ACCETTANO di firmare queste lettere?

Il 10 settembre 2010 sarò ospite di Salotto Precario alla Festa Provinciale dell’Unità di Bologna per parlare di questi temi.

Sto raccogliendo riflessioni e esperienze personali sul social net di Donne Pensanti ma mi piacerebbe ricevere anche il parere dei lettori di Panzallaria, magari con un focus sulla maternità e una riflessione sul perché – a volte – le persone si sentono di non avere altra scelta che diventare conniventi di situazioni ingiuste, giocate sulla loro stessa pelle.

Rompiamo il muro di omertà! Parliamone di questi temi.

Se ne parla anche su friendfeed:

La casa delle bambole: il TUTTO-RIAL

La casa delle bambole

La casa delle bambole

Come le vere mamme FAI DA TE ADDICTED che spopolano sul Web e offrono spunti creativi coi controcojons per passare allegri e spensierati pomeriggi in famiglia, anche io oggi vi racconterò la storia di questa MIRABILE casa delle bambole affinché voi possiate emularci e farne una proprio uguale, uguale, con i tutorial offerti dalla vostra blogger cialtrona preferita.

E allora: Partiamo!!!!!!!!!

Da tempo la bambina abbronzata desiderava regalare a una giovane coppia che abita con noi, Fischer e Price, una casetta tutta per loro.

Tino ed io ci siamo consultati e abbiamo telefonato all’Ingegner Scarabaccini (progettista e architetto, oltre che ingegnere civile) di Marmorta di Molinella perché procedesse con le pratiche e l’esecuzione dei lavori. Lui – che è uomo tutto di un pezzo, grande creativo e appassionato di materiali riciclati – ha proceduto acquistando una libreria Ikea Billy (prezzo base) e un paio di mensole aggiuntive con le quali ha dato vita a una mansarda (ottima location per feste e ritrovi con le altre piccole personcine amiche della giovane coppia).

Eseguiti i lavori abbiamo contattato la Contessa Tentoni Bellerofonte Vien dal Mare perché si occupasse di arredare il nido d’amore.

La Contessa, mi preme ricordarlo, è una delle arredatrici più in voga, oggi, a Legoland.

La Tentoni – come potrete notare dall’ottima foto (scattata da me medesima in notturna, a cui il flash conferisce un effetto evanescente che fa molto “Paradiso”) ha scelto di usare i dettami della cosidetta “arte povera”, riutilizzando pezzi rari e unici e riadattandoli alle esigenze di Fischer e Price.

La parte inferiore della casa è stata momentaneamente adibita a garage dove soggiornano le automobili della coppia (lei è una collezionista di automobiline) e gli animali di famiglia (lui è stato un gattaro molto noto in zona Colosseo).

La mansarda, inizialmente adibita a dispensa dove mantenere “calde” le provviste in pasta di sale, ha dovuto subire però l’unico inconveniente che è andato a increspare la vita felice della felice coppia di sposi.

Ebbene si. Non volevo parlarne ma poi voi domandate ed è inutile nasconderlo: Barbie si è messa in mezzo.

Pur essendo entrata in casa nostra da pochissimo, grazie a quella “Santa donna” di  mia suocera, pretende già di essere trattata come una principessa.

Non avendo dato seguito alle sue lamentele (desiderava conoscere un Ken che l’amasse e vivere nel Camper di Barbie per girare il mondo con lui), ha decido di okkupare la mansarda di Fischer e Price, arrivando con i suoi tre cani che hanno sempre fame e importunano i felini, tanto amati da Fischer.

Nell’attesa che arrivi la polizia a sgomberare, i tre sono costretti a convivere e se non fosse che Barbie peta e rutta a volontà, facendo vibrare fortemente il soffitto della camera da letto, i due potrebbero anche continuare il loro menage senza troppi problemi: dove mangiano tre gatti possono mangiare anche tre cani in più.

L’Ing. Scarabaccini al momento del progetto era un po’ sottotono per via del caldo estivo e ha dimenticato di inserire scale, porte, e ogni genere di via d’uscita e passaggio.

Nell’attesa di attrezzarci (il motto della Contessa Tentoni è “chi va piano si compra un bel divano…”) e che la coppia possa aprire un mutuo per terminare l’arredamento della propria casa, io mi sono permessa di costruire un ascensore (quello giallo nella foto) che ha fatto la gioia della bambina abbronzata, anche se risulta abusivo nel piano regolatore.

Confidiamo in un condono.

In fondo

Fischer e Price hanno scelto di vivere in Italia…

L’Umanista Informatico secondo me: storia di un matrimonio felice

Nerd innamorati

Nerd innamorati

Il blog di Sergio Maistrello, per chi lavora con le parole e la Rete è una fonte imprescindibile di approfondimento.

Così anche oggi, oltre all’interessantissima analisi su Facebook (da giorni stavo pensando anche io di fare il punto sulla mia personale evoluzione nell’uso di quel social net), grazie a lui ho scovato questo ebook: L’Umanista Informatico di Fabio Brivio e ho ovviamente dato un’occhiata alla titolazione dei capitoli e ai contenuti, dato che mi sono sentita presa in causa.

Mi è venuta anche voglia di parlarne, finalmente, della figura dell’Umanista Informatico verso la quale sembra si inizi a nutrire qualche interesse.

Sono passati quasi 10 anni da quando, raccontando agli amici della mia scelta di frequentare un Master in Informatica e Comunicazione per le scienze umanistiche, tutti mi guardavano come se mi fossi convertita all’Islam.

Mi ero laureata in Lettere, con una tesi in Letteratura contemporanea e avevo intenzione di passare dall’altra parte della barricata? Davvero mi volevo occupare “di computer”?

Durante gli ultimi anni di Università avevo intuito, grazie a un corso di Informatica Umanistica (davvero all’avanguardia per allora) che la Rete, il linguaggio semantico del Web e le implicazioni che avrebbe avuto un nuovo modo di raccontare il mondo e entrare in connessione che Internet offriva, erano strettamente apparentati con le scienze cognitive, la filosofia, la linguistica.

Quel corso cambiò decisamente il corso delle mie scelte. Perché se prima di allora il futuro professionale mi appariva come una nebulosa e l’unica certezza che avevo era che sarei stata parte della folta schiera di laureati in materie letterarie che finiscono disoccupati o che si ritrovano a fare un lavoro lontanissimo dalle proprie aspirazioni, dopo un anno tra html, css  e riflessioni attorno alle conseguenze della struttura associativa del web sul pensiero, capii che quella era la mia strada.

Non fu una strada facile. Non fu solo filosofia o linguistica o scienze teoriche.

Un umanista che ha voglia di lavorare con il web, posizionandosi in quel punto intermedio tra chi si occupa esclusivamente di contenuti in maniera tradizionale e il “nerd” informatico che “sputacchia” codice (come diceva sempre un mio Professore) deve dismettere per un po’ ciò che gli sta più a cuore (le scienze umane), tenendosi cara la struttura del pensiero che ha acquisito negli anni dell’Università, per immergersi in codici di marcatura, programmazione, logiche di progettazione di un database relazionale e deve cimentarsi in materie che lo faranno sentire, spesso, un po’ deficiente.

Come se fosse atterrato su un altro pianeta.

L’informatico guarda all’umanista che si avventura nel suo mondo con scetticismo e a volte disprezzo. Potrai fargli la domanda più intelligente e arguta che abbia mai sentito e la sua prima risposta sarà sempre la stessa e sempre con il medesimo tono: strascicato e annoiato.

“Ma è’ acceso il computer?”

Prima di rompere il muro della diffidenza ci vorrà tempo, sangue e sudore.

L’Umanista tradizionale che ha a che fare con l’Umanista Informatico lo tratta quasi sempre come se fosse un tecnico della Telecom. Dal collega della carta dovrai aspettarti principalmente una sola domanda:

“Mi puoi aggiustare il computer? Ho lo schermo che fa le farfalle…”

I primi anni non sono di vita facile.

In compenso, una volta che avrai bevuto al Sacro Graal della programmazione e avrai costruito almeno un centinaio di pagine in Html strict usando il blocco note (e non qualche editor, che così sono capaci tutti!) per espiare i tuoi peccati di fine italianista, potrai tornare alle parole.

Alle parole del web.

Sarà come una folgorazione e ti renderai conto che hai un bagaglio di conoscenze che è un VALORE AGGIUNTO e che se anche non programmerai mai in php, il fatto stesso di sapere cos’è il php ti rende in grado di dialogare con l’informatico della scrivania accanto senza la sensazione di stare seduto accanto a uno stregone che prepara veleni e pozioni mefitiche.

E se la prima volta lui ti farà sempre quella stessa domanda sul tasto di accensione, poi riuscirai a conquistare la sua fiducia facendogli capire che anche tu hai a cuore accessibilità e usabilità e che conosci benissimo i vantaggi dell’inserimento di un Link relativo piuttosto che assoluto.

Il web si muove in un territorio solo apparentemente lontano alle scienze umanistiche: l’xml è basato sulla Semantica e la categorizzazione gerarchica, avendo molto a che fare con alcuni dei principali orientamenti filosofici occidentali.

La struttura associativa con cui si costruisce la narrazione in Rete ricalca il modo in cui la nostra mente produce le idee ed è molto affascinante studiare i legami che ci sono tra strutture del web e riconfigurazione del pensiero e del sapere.

Da quando esiste la Rete la linearità che aveva acquistato enorme spazio grazie all’invenzione della scrittura ha lasciato margini di crescita al pensiero associativo, molto più di quanto oggi non ci rendiamo conto.

L’Umanista Informatico trova lavoro molto più facilmente e efficacemente dell’Umanista tradizionale. Dieci anni fa in pochi ne intuivano l’importanza ma oggi le principali aziende che si occupano di comunicazione web hanno capito che siamo merce preziosa.

Lavorare con le parole e con la progettazione di siti, blog, social network è una sfida affascinante e devo ammettere che non mi sono mai pentita della mia scelta, credo anzi che sia molto importante certificare questo tipo di figura professionale e farne percepire le potenzialità anche a chi è coinvolto, a vario titolo, nella gestione dei contenuti del web.

Ho voluto scrivere questo post, raccontando la mia esperienza professionale (da stagista schiava in veste di HTMLlista sono passata a editor per poi occuparmi di contenuti e social network, fino a creare progetti complessi che hanno a che fare con la struttura delle reti sociali, come ad esempio donne pensanti) perché credo che oggi, in un Paese dove i laureati sono carne da macello della precarietà, specializzarsi in Comunicazione e Informatica sia una grandissima opportunità per tutti coloro che hanno scelto Facoltà come la mia.

Per dire: io ho sempre avuto opportunità professionali e quando non le ho colte è stata per una scelta personale.

Ho voluto scrivere questo post perché sono felice di constatare che si comincia a parlare di questo tema e non credo sia un caso il fatto che nella stessa settimana trovo il libro di Brivio e vengo invitata a un incontro con i neo laureati in Facoltà Umanistiche dell’Università di Trento per raccontare della mia esperienza.

Ho voluto scrivere questo post perché in Italia l’Umanista informatico è prima di tutto (e spesso solamente) colui che utilizza i mezzi informatici con fini didattici, mentre è importante dare rilievo al contributo che un umanista può dare professionalmente, anche fuori dalla scuola o dall’Accademia, nell’ambito della comunicazione.

Per approfondire:

  • Il post in cui Fabio spiega perché ha scritto il libro L’Informatico Umanistico
  • L‘informatica umanistica secondo wikipedia (è dato ampio spazio all’accezione più comune del termine secondo cui l’umanista che utilizza l’informatica lo fa prevalentemente come strumento didattico)
  • L’articolo Il linguaggio oltre il linguaggio di Massimo Parodi, sulla rivista Informatica Umanistica (Parodi è il professore che nel 200o diede vita al Master che ho frequentato, presso l’Università di Milano)
  • Sito ufficiale della Facoltà di Informatica Umanistica dell’Università di Pisa (l’unico corso di laurea attualmente in Italia che si occupa di Informatica Umanistica)

Un calorico outing


Botero: Adamo ed Eva

Botero: Adamo ed Eva

Da bambina volevo fare la ballerina. Stavo ore a specchiarmi davanti alla televisione spenta, in punta di piedi. Una volta vidi anche la Carla Fracci in bianco e nero e pensai che volevo diventare come lei.

Poi ho iniziato a danzare il ballo del cannolo e mantenere quel portamento aggrazziato e diventato impossibile.

Per fortuna con la quantità di nuoto (allenamenti di due ore e trenta tutti i giorni e gare nei fine settimana) sono riuscita, per anni, a contrastare gli attacchi del mio stomaco ingordo.

Mangiavo come una betoniera ma consumavo come una Ferrari.

Quando ho smesso di nuotare non ho ugualmente smesso di mangiare. Per un po’ ho applicato quella gran brutta moda di ficcarmi due dita in bocca e vomitare dopo i pasti.

“Un modo per chiedere aiuto!” mi diceva qualcuno.

Solo che  provateci voi a chiedere aiuto con due dita in gola: non fosse per altro, ma la voce esce che sembri la protagonista del remake dell’ Esorcista!

Quando mi sono resa conto che stavo facendo una grossa stronzata, ho cominciato a fare la dieta.

Dopo la venticinquesima volta che dimagrivo un sacco e poi ingrassavo il doppio volevamo scritturarmi nell’orchestra del Centro Anziani del quartiere: il signor Otello Fantazzini mi avrebbe usata come fisarmonica emiliana doc.

Ho conosciuto più dietologi che uomini e chi sa del mio passato libertino ha la misura di questa affermazione.

Ho aperto questo blog per parlare dell’ennesima dieta.

Quando ho conosciuto Tino, anche lui era appena dimagrito moltissimi chili. Andava tutti i giorni in palestra per tenersi in forma, faceva un sacco di panca. Come la capra del proverbio.

Tino ed io ci siamo trovati su moltissime cose. Non ultima il nostro rapporto conflittuale con il cibo.

La mamma e il papà di Tino, quando lui telefonava dalle vacanze a Mikonos con gli amici, invece di chiedergli “Come stai? Cosa hai visto? Hai messo il preservativo?” gli domandavano cosa avesse mangiato.

Quando Tino ha confidato alla madre che era diventato vegeteriano, lei ha tentato il suicidio e dalle vacanze al mare, con Frollina, l’unica cosa che ci raccontava era il menu della piccola, fornendoci dettagli succulenti sull’efficace transito intestinale di nostra figlia.

Tino ed io abbiamo per anni abusato del cibo in maniera felice e complice.

Sagre, feste, cene con gli amici, colapranzi, cene a due, tagliatelle, carbonara, pesce, cioccolato, nutella davanti alla televisione, dolce di mascarpone ingurgitato di notte.

Io ho sempre pensato che un uomo mi deve amare così come sono. In pratica ho sempre desiderato incontrare uno zoologo che potesse intuire il mondo meraviglioso che si celava sotto le mie apparenze di Balena.

In Tino l’ho trovato.

Credo che anche lui stesse cercando una zoologa: in me l’ha trovata.

Vi chiederete perché sto scrivendo tutto ciò. Sono un po’ cazzetti nostri e fino ad oggi ne sono stata GELOSISSIMA.

Ma

attualmente

il non marito sta molto male.

Ha quattro ernie quattro e ogni 7 giorni rimane completamente bloccato. Mentre la maggioranza di voi ieri grigliava carne sul braciere di ferragosto, lui tentava di alzarsi da letto perché le gambe non rispondevano ai comandi.

Io (cito la mammadellamalta che ha saputo astutamente definirmi) ho un corpo che non mi appartiene. Essendo stata una sportiva e una gran camminatrice sono molto forte ma a causa dei tantissimi chilogrammi in più faccio grande fatica, sono goffa e mi sento a disagio con il mondo.

Per un po’ ho fatto finta di non sapere che eravamo complici, Tino ed io. Per un po’ ho fatto finta di credere che la mia ciccia non c’entrasse nulla con la fottuta paura che ho di essere ferita dagli altri.

Ma ora basta.

Due anni fa mi sono ammalata e ho voluto trarre da quella esperienza lunga e dolorosa un insegnamento, una possibilità di crescita e credo di aver risolto molte cose che da troppo tempo bollivano sotto pelle.

Oggi che è Tino a non stare per niente bene e che a tratti ci sembra che il buio possa diventare solo più buio, credo che dobbiamo entrambi imparare a volerci più bene e mettere da parte il cibo per recuperare il nostro amor proprio, la nostra salute.

Non è una questione estetica, badate bene. Io credo di essere una ragazza carina, anche se sotto forma di balena e Tino è un uomo eccezionale.

Ma senza tutta questa ciccia sicuramente lui ha molte più possibilità di riprendersi. Senza tutta questa ciccia io potrò ricominciare a fare moltissime cose e si abbasseranno di molto le possibilità di rimanerci sotto per un attacco violento di asma.

Lo scrivo pubblicamente perché spero che scrivendolo pubblicamente, questo dia un contributo all’inizio di un nuovo percorso.

Perché a settembre andremo da una Dietologa che stimo molto.

E il prossimo anno, a ferragosto, voglio sperare di aver fatto tantissima strada, che Tino abbia smesso di soffrire così tanto e di aver recuperato me stessa, sotto tutti questi strati di grasso.

E invece di una grigliata di ferragosto, la prossima estate voglio una vacanza degna di questo nome.

Con nostra figlia.

Magari in groppa a sua padre.

Noi tre a spasso per il mondo.

Su Friendfeed un dibattito su ciccia/felicità: