Bologna. Cos’è diventata?
Prendevo il caffè con il mio vicino, l’altro giorno, che mi ha regalato questi splendidi cartellini per metterci dentro il nostro nome nel campanello e ci siamo messi a parlare di Bologna, di come è cambiata, di com’è, di dove vuole andare. E parlare con lui è stata come un’illuminazione perché fino a prima pensavo che Bologna fosse immobile. Perché non è più una città accogliente, non è più una città giovane, perché ci sono tante microrealtà ma sono piccole, non si fa nulla per farle emergere. Perché non ci sono mostre che attirino persone ma solo dei gran graffiti da ripulire, che ormai – finita l’emergenza extracomunitari, sui giornali siamo passati all’emergenza graffiti.
E poi c’è il Civis e poi c’è il Cinzia gate e il fratello di Errani e la Maremma maiala.
Insomma, porca paletta, che tristezza che è diventata Bologna. Mi ricordo tempi in cui uscivi alla sera, anche in pieno agosto e c’erano un sacco di cose belle da fare, soprattutto se eri giovane. Ora c’è solo il cinema in piazza che finisce a metà luglio e poi, se non sei un po’ introdotto in qualche realtà, ecco ti sembra di non avere altre opportunità. Ci sono tanti anziani a Bologna, che controllano i cortili condominiali, che polemizzano con tutto ciò che non conoscono. Ci sono tanti anziani a cui non piace il rumore di via del Pratello e per cui i giovinastri sono solo un inutile fastidio.
Insomma. La nostra Bologna. Che è una città che amo, che adoro, che mi ha visto triste, disperata, allegra, felice, malata, guarita, innamorata. Bologna con i suoi colli che la giri tutta intorno e guardi il tramonto sulle torri e sembra il mare. Un mare di rosso, quello del sole e quello dei palazzi, tutto confuso. Bologna con i parchi, con le vie piccole del centro, con l’odore di glicine e quello di castagno e le foglie spazzate via dall’autunno.
Ma forse non è vero che è immobile. Bologna forse ha solo scelto. Ha scelto di diventare una città vecchia e provinciale. Immobile. Poco accogliente. Una città come tante. Di quelle che piacciono al Calderolo, che ha il coraggio di dire una cosa che noi altri sentimentali facciamo fatica ad ammettere, ovvero che in questa città ormai pulsa un cuore leghista.
Ies.
E’ una città a misura di vecchi Bologna. Ormai. Altro che parigi in minore. Altro che osterie fuori porta.
L’accoglienza costa, la tolleranza è impegnativa e una città com’era Bologna è solo un FASTIDIO.
Strane richieste
Faceva un caldo barbino. Me ne stavo ferma ad aspettare l’autobus in via Saragozza con i vestiti appiccati sulla pelle e i pensieri che surriscaldavano la testa. Luglio, secondo me era luglio. Ero in uno di quei momenti di umore ballerino in cui mi arrotolo su me stessa e mi sembra di girare a vuoto, come sulla ruota del criceto. Momenti che sono ciappini della mente: finisce sempre che tracollo nelle domande esistenziali e non mi do mai le risposte giuste, collezionando solo un discreto numero di fatiche emotive.
Alla fermata del 20 arrivò un ragazzo che avrà avuto qualche anno in meno di me e c’aveva una bella faccia – malgrado la magrezza – punteggiata da un’acne tardiva che era un vero peccato perché se no sarebbe stato proprio uno da guardare con piacere.
Mi ricordo che pensai a come si dice delle persone magre così, che si dice “è uno pelle e ossa” e mi sembrava che in quel caso ci fosse la giusta opportunità dato che la pelle e il suo scheletro erano talmente vicini da sembrare un tutt’uno.
Dopo un poco che eravamo tutte e due ad aspettare, lo vidi che cominciò a guardarmi in quel modo in cui si studia il carattere di una persona per capire se è davvero come ti aspetti.
Io me ne stavo assorta nel malmosto ma ogni tanto alzavo la testa di sfuggita e mi accorgevo che il ragazzo era lì, con due occhi enormi puntati sulla sottoscritta.
Naturalmente pensai di piacergli. Una donna, se la guardi con insistenza alla fermata dell’autobus in un pomeriggio di luglio pieno di caldo ci pensa subito che forse è perché l’hai notata e ti fa sangue. Mi sentivo in imbarazzo, tanto che per una sorta di timoroso pudore, tirai indietro un piede e l’altro no.
Quando cominciò a parlare notai subito gli occhi che c’avevano una specie di patina a far da nebbiolina alle sue idee. Notai subito anche la voce a strascico, come una rete solo piena di buchi, e quella voce piena di buchi – me lo ricordo – mi fece subito saltare alle conclusioni.
“Questo qua è un droghello che vuole dei soldi!”.
Il droghello, come lo chiameremo da ora, non trovava le parole:
“Ciao, senti, ti devo chiedere un favore” disse dopo aver incespicato a lungo sul saluto.
Io ero già pronta ad arretrare con l’altro piede, ero già pronta a dire che non avevo un ghello e che – casomai avesse bisogno di mangiare o prendere un treno – ero disponibile ad andare insieme in un bar o al limite alla stazione per fare il biglietto ma che non mi dicesse che gli mancavano giusto-giusto 5 euri perché tanto non glieli davo.
Ma lui non voleva dei soldi.
Lui mi guardò e mi disse che no, di soldi non ne aveva mica bisogno, che grazie a dio i suoi genitori a lui ci pensavano.
Mi disse che lui era stato tanto tempo in una Comunità, mi disse e che si era ripulito per bene.
A me non sembrava molto, ma dato che non sono brava a capire se uno si droga ancora oppure no, mi sentii in colpa per via che ormai io, nei miei pensieri, lo chiamavo “Droghello”.
Il Droghello che diceva di non essere più droghello mi guardò. Rincorse un attimo le parole e poi mi spiegò cosa voleva e perché:
“Devi sapere che i miei genitori mi fanno fare sempre dei controlli, perché hanno paura che io mi faccia ancora, mentre, dai, io non mi faccio più solo che a volte fumo delle canne e loro non capiscono che anche se fumo delle canne, mica è droga no? Le danno anche ai malati di cancro le canne, se le fa anche Pannella e allora perché io non dovrei?”
Dato che anche io ogni tanto mi ero fatta delle canne, pensai subito che ero stata un po’ parruccona a pensare male di quel ragazzo, pensai che stavo diventando un po’ troppo moralista e che ogni tanto avrei dovuto lasciarmi andare, mollare gli ormeggi verso lidi più leggeri.
Però mica capivo cosa volesse il ragazzo che si era ripulito ma si faceva le canne.
“Allora, senti, io avrei bisogno di un piacere. Tu che sei una brava persona mi devi aiutare” e continuò “Io domani ho il controllo delle urine, ma se i miei genitori scoprono che ho fumato della marja finisce che mi chiudono in casa o mi rispediscono in comunità, mentre io l’Ero non la tocco più e in comunità proprio non ci voglio tornare.”
“Allora se te sei una persona per bene come sembri, allora devi farmi questo favore” disse tirando fuori dalla tasca una cosa che non capii subito cos’era ma poi mi parò davanti al naso.
Era una di quelle provette lunghe e trasparenti che ci metti dentro la pipì e poi la porti ai Laboratori, per gli esami.
“Potremmo andare in un bar, è facile, basta che fai la pipì qui dentro. Non se ne accorgerà nessuno” mi disse il mio nuovo amico mentre il phon d’aria calda che veniva dal Colle tirava forte e dietro la nuca il sudore mi bagnava i capelli troppo lunghi.
Ecco io non so bene cosa pensai esattamente ma mi venne molto da ridere.
Un uomo mi aveva appena chiesto di pisciare per lui.
Oltre alla pipetta il mio amico aveva tirato fuori anche delle banconote, erano due ed erano di taglia media e faceva per allungarmele come a costringermi a prenderle.
Io rimasi qualche secondo con la bocca aperta come un baccalà e poi per fortuna arrivò il numero 20.
Mentre salivo e lui rimaneva a guardarmi, come sospinto dalla speranza che cambiassi idea, ho scosso la testa e gli ho detto che mi dispiaceva ma avevo appena bevuto una birra perché ero un po’ d’umore balengo e che secondo me birra e umor balengo insieme non erano garanzia che la mia urina fosse pulita.
Poi, diciamoci la verità, era una bella responsabilità e non ero tanto sicura di volermela prendere.
Sull’autobus ho pensato che nessuno, prima di allora, aveva avuto una fiducia tanto grande e cieca nei miei scarti fisiologici.
Biciclette
Grazie agli amici di FF, sul sito di Paolo Nori trovo questo articolo (?), post (?), pensiero (?) sulle biciclette che mi fa venire in mente che a me, di biciclette, mentre corre l’anno 2010 e anche quando correva il 2009, me ne hanno rubate due. Una nel cortile di casa nostra.
Andare in bicicletta, nell’anno 2010, in una città come Tortellini city, anche se è una delle città dove dicono si sta meglio in Italia come qualità della vita, è un terno al lotto con la morte e con il furto.
Con la morte perché malgrado le piste ciclabili – che ce ne sono alcune abbastanza ridicole, tipo che si chiamano così perché hanno disegnato delle bici sui marciapiedi ma alla fine ci vanno comunque i pedoni – tutti ai ciclisti vogliono poco bene e – in generale – devi fare attenzione a autobus, macchine, camion, anziani con la zanetta, mamme con passeggini, cani che smollano il guinzaglio e bambini in triciclo, componendo delle gimcane che anche Fausto Coppi c’avrebbe dei problemi a tenere il manubrio.
Il lotto te lo giochi con il furto perché in questa prosperosa città universitaria c’è sempre qualcuno pronto a fotterti il mezzo – e a nulla valgono doppie catene, antifurti di fortuna, bic con il proprio nome infilate nella canna e cose del genere – che poi tanto ti ritrovi la bici pittata a nuovo in vendita in via Zamboni e alle volte vien più facile riacquistarla a uno studentello che fare regolare denuncia.
Però anche per me, che di anni ho scoperto da poco di averne 36 e non 37 compiuti (come invece mi credevo fino a quando una vecchia amica non mi ha fatto fare bene i conti), ci sono stati dei tempi in cui la bicicletta potevo lasciarla senz’altro senza catena.
Erano i tempi in cui vivevo al paesello e la mia bicicletta si chiamava Camilla e ci avevo scritto sopra il nome e delle frasi e anche i miei amici ci avevano fatto le firme.
La Camilla era la mia fida compagna e noi insieme andavamo ovunque e io la appoggiavo ai muretti della piscina, al cancellino di casa e all’albero dove ci arrampicavamo per essere lasciate in pace, con le mie amiche.
Io con la Camilla, nelle sere d’estate, andavo sempre a farmi un giro, dopo cena e mi infilavo nella via che mi piaceva di più del paese, che non mi ricordo come si chiama ma io chiamavo la via delle lucciole perché a giugno era proprio invasa e sembrava di stare in un planetario stradale.
Erano lucciole vere, di quelle che dicono che con l’inquinamento si sono un po’ diradate, non lucciole dei viali.
Io passavo per la via delle lucciole con la Camilla, canticchiando il motivetto di questa pubblicità che a me faceva sognare (ero anche un po’ innamorata del protagonista) e speravo di incontrare un ragazzino che io chiamavo Cornetto alla panna, il quale mi piaceva un sacco anche se non avevo mai avuto il coraggio di rivolgergli la parola.
Con la Camilla, nelle lunghe giornate di ozio estivo ce ne andavamo anche a fare le gite per le colline, con le mie amiche, che tipo una volta partimmo e io caricavo la Veronica e arrivammo lontanissimo, nella valle di fianco e io proposi di tornare “per una scorciatoia” che poi scorciatoia non era e ci ritrovammo a scollinare in un’altra valle ancora che alla fine ci eravamo un po’ perse e non c’erano mica i cellulari per chiamare la mamma!.
Ma tanto in quegli anni ottanta, devo dire, per noi ragazzini di paese la vita era abbastanza libera. Non so se fosse per via che non si sentivano brutte storie al telegiornale, anche se già c’erano (anche a Bologna), o perché da genitori ci si metteva meno ansie di oggi, ma io a 14 anni potevo veramente stare fuori interi pomeriggi che tanto sembrava comunque di essere in un mondo protetto e un po’ bucolico.
Io avevo paura dei pozzi nel terreno, a causa di Alfredino che aveva segnato profondamente il nostro immaginario di bambini e di cui ancora ricordo la voce flebile uscire dalla televisione e spegnersi con essa.
Una volta ci capitò in effetti che andammo a fare un pic nic sopra il laghetto alto e c’era un buco profondo nella terra sotto l’albero e il mio cane che era con noi stava per finirci dentro.
Comunque, con me c’era sempre la Camilla e poi il rampichino che era una mountain bike ma allora lo chiamavamo così.
E io tutte queste biciclette le appoggiavo e mi fidavo perché – forse come dice Nori – le bici erano come facce e sulla mia c’era perfino scritto il nome (anzi, il soprannome che valeva più di qualsiasi cognome!).
Poi con il tempo mi è sempre rimasto un legame particolare con le bici e anche quando mi sono inurbata che mica avevo la macchina e anche i soldi erano pochini, avevo acquistato al discount una mountain bike rosa e giravo sempre con quella. Estate e inverno.
Ci giravo talmente tanto che dopo la pioggia, visto che non aveva i parafanghi, si poteva capire che la sottoscritta arrivava in bicicletta per gli sbafi di terriccio lasciati dietro i pantaloni.
Ci giravo alla notte e al giorno e ci andavo per tutta la città e devo dire, quella bici lì, nessuno me l’ha mai rubata perché era abbastanza brutta.
Me l’ero montata io. L’avevo acquistata per lire 25 al discount nel 1996 e me l’ero montata io perché con un prezzo così non si erano presi la briga di dartela costruita.
Mi inorgogliva questa cosa che avevo fatto tutto da sola e forse per questo, anche se era brutta e anche rosa e a me il rosa non piace tanto, le volevo molto bene.
Comunque a leggere Nori e a ripensare alle biciclette, mi viene in mente che nel passato a me le bici hanno composto delle storie e un filo rosso con la vita e forse deve essere per questo, riflettendo, che anche ora che me ne rubano una ogni respiro, io mi affeziono sempre e tutte le volte ci rimango un po’ male e dopo, alla bici successiva, mi viene perfino la malinconia per i freni che non funzionavano delle precedente e finisce sempre che mi sento anche un po’ in colpa perché non ci ho dato un nome e me l’hanno portata via così, senza che io possa piangere un qualcuncosa.
E voi? Voi ce le avete delle storie speciali con le biciclette?
oltre che nei commenti sotto, anche su FriendFeed:
Cozze mascarpone e ciccioli
La bambina ha un padre altissimo che non parla molto e che te – se lo incontri alla scuola – ti viene sempre un po’ di soggezione perché mugugna un saluto senza troppi salamelecchi tanto che pensi che forse non c’ha nessuna ragione per perdere tempo a chiacchierare.
E’ successo che la bambina ha già organizzato due domeniche due a casa della nonna, nella campagna della Bassa bonificata e devo dire è stato proprio bello perché a noi stare nella natura piace molto, e ci piace prendere aria buona, guardare le galline, raccogliere le uova e le patate e giocare con gli altri cinni convenuti e sedere con i genitori dei cinni convenuti e fare delle belle chiacchiere e raccontare degli aneddoti e mangiare cose buone, anche se alla frollina nell’erba si attaccano delle gran zecche ovunque, tanto che è diventata famosa tra i suoi amichetti, perché lei piace alle zecche.
Comunque.
Il padre altissimo della bambina c’ha una trattoria e e fa il cuoco e non è mica tanto vero che è un orso e lo dimostra il fatto che poi, in queste occasioni, cucina sempre per tutti quanti: familiari e amici e alla fine si pasteggia assai bene.
Per la cronaca, la trattoria del papà della bambina e su non so quale famosa guida perché servono gli zuchetti ripieni più buoni dell’universo.
E neanche le lasagne sono male, ma non ditelo a mia suocera che poi se la prende se sa che abbiamo altre lasagne al di fuori delle sue.
Nell’ultima domenica c’era anche il nostro amico Daniele musicista e allora si sono messi a raccontare degli aneddoti di artisti bolognesi e mi sentivo molto figa a un pranzo dove si raccontano aneddoti di musicisti e cantanti che mi piacciono e li si chiama per nome: Francesco, Gianni e così via.
E il padre altissimo con la faccia da Robert de Niro solo molto più bolognese, ha tenuto banco per quasi due ore e ci ha fatto morire dal ridere, proprio mentre le nostre figlie facevano il bagno nella piscinetta gonfiabile che erano talmente tanti i cinni che sembrava di essere a Riccione il 15 di agosto, negli anni in cui non c’era la crisi e le famiglie stavano un mese intero a Riccione.
E allora ci ha raccontato di quel tempo in cui lui cucinava per un locale estivo all’aperto molto noto della città, che la nostra città è così, siamo tutti pecoroni e se un locale tira, allora ci trovi tutta Tortellini city e non c’è scampo, ovunque senti parlare di quel locale e della musica e delle serate e sembra che tutte le torri della città inizino e finiscano su quella pista.
E lui che faceva il cuoco negli anni 90 in quel posto, diceva che una volta hanno fatto una scommessa con gli altri cuochi, perché a mezzanotte regalavano a tutti un piatto di pasta e dice che ha visto gente quasi picchiarsi per due maccheroni, che quando regalano, si sa, nel nostro paese non si lesina in spinte.
La scommessa – dicevo – consisteva nel fatto che secondo il padre della bambina e un suo collega, qualunque cosa avessero dato agli avventori se la sarebbero mangiata di gusto, tanto era gratis. Ma il cuoco ufficiale ecco non era mica d’accordo, lui che aveva fatto delle scuole importanti di chef e ci teneva molto al cerimoniale, che anche il cibo ne ha uno suo.
Ma poi questo chef era andato in vacanza e così i due amici avevano deciso di riproporre la sfida. Con roba buona, tenete presente, mica scarti o robe così: tutti cibi di qualità.
E alla fine al padre della bambina gli era venuta un’idea creativa e aveva preso delle cozze, poi le aveva saltate in padella con la cipolla, poi ci aveva messo sopra della panna e del mascarpone formaggio tirati e poi a coronamento della panna, del mascarpone e delle cozze, aveva anche grattato sulla pasta condita con il tutto dei bei ciccioli secchi di quelli che sono una specialità delle nostre parti ma non vi dico con che lato del maiale si fanno che non vorrei produrre degli svenimenti.
E a me a sentire questa storia delle cozze con i ciccioli mi veniva un po’ di conato e un po’ da ridere e abbiamo riso di più quando ci ha detto che il padrone del locale dopo aver assaggiato i maccheroni aveva detto che erano proprio buoni e forse era un peccato offrili durante il buffet che quella roba valeva la pena di venderla e allora il papà della bambina gli ha detto che no, meglio offrirli perché era una ricetta francese e la stavano sperimentando.
E la gente, giura il padre alto che assomiglia a rober de niro e se lo incontri all’asilo non emette altro che un mugugno di saluto, la gente ha mangiato tutto di gusto, spazzolando il piatto e anche la pentola e loro si sono divertiti molto a vedere i post- adolescenti spintonarsi per un piatto di maccheroni cozze-mascarpone e ciccioli.
Il padre della bambina, dato che ci siamo messi a pensare dei titoli per il nuovo disco del musicista che però non era mica mai convinto, ha anche detto che quando lui deve prendere una decisione con il suo socio, lui per decidere prima ci pensa bene alle cose poi si prende una gran bresca di vinello buono e alla fine mentre sono lì, nei fumi dell’alcol, dice che le decisioni ti arrivano come delle illuminazioni e allora basta solo aspettare e avere pazienza che il vino scorra nelle vene e il titolo vedi che arriva da solo.
Una serata da url e da incontri vip e da sbevazzate e vecchi amici
Una serata bellissima quella di ieri. E’ venuta Patrizia Violi a Bologna, a presentare il suo libro Una mamma da Url all’Ambasciatori e ho avuto l’onore di essere sul palco con lei, mentre Anita Giovannini attrice leggeva brani divertentissimi del libro e Marco Giovanardi pianista suonava pezzi di Mozart al piano. C’era poi anche l’amico Carlo di Sensolato che è stato poi il Deus ex Machina di tutto questo.
La gente rideva, che il libro di Patrizia e Patrizia stessa hanno un tocco di levità perfetta che fa ridere, incanta e riflette uno stile di scrittura curato e per nulla scontato.
Non c’erano solo mamme con il pancione ma anche persone più “attempate” se così si può dire, accorse forse per capire se il mommyblogging è una specie di malattia autoimmune che può avere gravissime conseguenze e che sono state rassicurate dalla sottoscritta: ha effetti DEVASTANTI!
C’erano molti compagni degli anni dell’Università e dato che Tino si era immolato alla causa familiare e aveva portato la Frollina dai nonni e a vedere i cavalli e io ero libera come il vento, alla fine ci siamo attardati in mangiate e sbevazzate post letture.
Prima di uscire dalla libreria, la sottoscritta ha intravisto un ciuffo di capelli einstiani di giornalistica memoria: Stefano Benni si aggirava tra gli scaffali!
Dopo aver più volte toccato Patrizia in forma scaramantica e votiva (il suo libro è già in ristampa, sta diventando una scrittrice famosa e quando sarò vecchia potrò raccontare ai nipotini di aver conosciuto una scrittrice famosa!) e dopo aver fumato una sigaretta e dopo aver preso qualche calcio in culo dai miei amici e dopo essermi trascinata Anita, sono riuscita ad avvicinarlo per chiedergli se ci firmava – bontà sua – la locandina fotocopiata della “Rivincita del calzino spaiato“.
Con lui c’era anche Riondino, suo sodale.
Bhè, a dispetto di quanto si vocifera sulla scarsa loquacità di Benni, con noi è stato stracarino, ci ha dato perfino qualche consiglio su teatri a cui inviare il nostro lavoro autoprodotto e detto che anche lui c’ha una sua teoria sui calzini spaiati che trovo nel suo ultimo libro che a questo punto non vedo l’ora di leggere. Per altro, da vera paracula gli ho accennato anche al mio progetto dei racconti e mi sa che come tutti quelli che tentano di fare gli scrittori e cercano l’approvazione del loro Maestro, tenterò l’invio anche io, al momento in cui penserò che siano maturi per essere lanciati nell’Orbe.
Abbiamo cenato all’Ambasciatori dove tutti si è sbevazzato molto e ero assai contenta. La giornata era stata parecchio malmostosa e invece, devo ammetterlo, la serata si era indubbiamente ripresa.
Mi sono divertita.
E mentre uscivo dal locale ho riproposto un giochino che facevo sul 95 tornando da scuola, al Liceo. Sul 95 che era sempre pieno come un uovo e io ci dovevo stare su un’ora per tornare al Paesello dove vivevo, con le mie amiche salivano da porte diverse poi ci urlavamo l’un l’altra delle cose. A un certo punto, in mezzo a chiacchiere futili, una delle due chiedeva:
“Poi come sei messa con i pidocchi? Ti sono passati?” e si parlava un po’ di pidocchi. Oh. Da provare. In un attimo eravamo sedute, tranquille e senza essere per nulla oppresse dalla gente intorno.
Ieri sera non è che ho tirato fuori i pidocchi ma me ne sono andata in giro con Anita per la libreria commentando e citando il libro di Patrizia.
Che io sono più virale del viral marketing eh? Altro che pippe e pannolini!
Invecchiando divento sempre più matta: concilio l’incapacità totale all’ipocrisia e al buon viso (e questo non sempre mi è utile ma faccio fatica a evitarlo) alla necessità di essere quello che sono e non mostrarmi “composta”. Questo bisogno è legato a una forma di pigrizia, fondamentalmente.
Mi piace divertirmi, non so vestirmi elegante, ogni cosa/persona mi incita battute e sono molto ingenua: sarebbe una tale fatica contrastare queste spinte propulsive che ho scelto la via della valorizzazione.
Ognuno è diverso e omologarmi non è mai stato nelle mie corde. Nemmeno il buonismo è mai stato nelle mie corde, per ciò la frittata Panzallaria così si compone.
Anche ieri, devo ammetterlo, ho preferito buttarla bene in caciara, divertirmi con gli amici, passare un’ottima serata a fare buone chiacchiere che misurare ogni parola.
Dopo aver trincato e mangiato all’Ambasciatori, ci siamo trasferiti all’Infedele, nella via dove abita Romano Prodi. E nemmeno fossimo in una Bologna finta, ricostruita sul set, ad un certo momento sono arrivati proprio Flavia e Romano che rientravano a casa e lui ha abbozzato perfino un saluto.
Non so cosa abbia pensato Extramamma, ma di certo mancava solo il cespuglio di peli con Dalla intorno.
Tortellini city è così: una città piccola in tanti sensi che però è tutta racchiusa. Come raccontavamo ieri a Patrizia, crearsi una rete a Bologna è inizialmente molto difficile ma poi se ci riesci, entri in un circolo virtuoso di contatti. Il problema è riuscire a uscire dalla visione provinciale delle cose che ci fa credere (e cito Nori da “I Malcontenti”) di essere il migliore dei mondi possibili.
E invece sarebbe utile a noi bolognesi, ricordarci che esiste tutto un mondo là fuori, proseguendo la via Emilia e scollinando in Toscana e anche se ci hanno fatto credere di essere la città meno stereotipata e più avanguardista d’Italia, quei tempi sono lontani e oggi come oggi i bolognesi si preoccupano più dei graffiti che della carenza di alloggio dei nostri concittadini (italiani e non).
Agli abitanti del centro spaventa di più un dehor estivo, con il suo potenziale di giovinastri e birra, piuttosto che la disoccupazione dei neolaurati all’Alma Mater.
Ecco, vedi, sono rimasta intrappolata nei pensieri post sbornia e invece ora devo mettermi a lavorare.
Tornando a casa, stanotte, mi sono infilata in camera di frollina e l’ho riempita di baci, mentre raccontavo le mie avventure a Tino.
Ho pensato che non lo so. La mia vita non la capisco in questo momento e sono molto confusa. Ma sto sperimentando molte cose, sto facendo tante esperienze e spero che un giorno possano almeno portare luce alle mie idee e illuminare la mia saggezza di madre.
Il resto non mi è ancora dato saperlo ma si sta configurando sotto le mie scarpe.
Una mamma da Url: #Bologna #31/5/10
Oggi alle 18.30 presso la Libreria Ambasciatori – Coop, in via degli Orefici 19 a Bologna, si terrà la presentazione del libro dell’amica blogger Patrizia Violi – Extramamma.
Leggerà dei brani Anita Giovannini attrice, suonerà uno strumento Marco Giovanardi usicista. Ci sarò anche io e non vedo l’ora. Tutto grazie agli amici di Sensolato – Agenzia Letteraria.
Venite? Passate Parola? Io ci sarò
Lo Scrittore
E’ finito un lungo week end. Un lungo week end di cose, persone, idee.
Del Bar Camp di Venerdì mi sono rimaste molte emozioni e sollecitazioni. Forse quasi troppe, che di progetti per Bologna ce n’erano tanti e non ho potuto dedicare per ognuno l’attenzione che avrei voluto. Ho capito che non sono tanto un animale da pubbliche relazioni, che non me le gestisco tanto bene e che forse mi riesce meglio stare dietro un pc e lavorare.
Ma forse ho capito male.
Ho preso in mano il coraggio per fare una cosa matta, venerdì, che non pensavo mica di riuscire a fare. No perché al barcamp, ad un certo punto, è spuntato Lo Scrittore che incontro al Parcodeibambini con sua figlia e che non ho mai avuto il coraggio di fermare per dirgli che i suoi libri, a me, piacciono molto.
Una volta, che eravamo sedute tutte in cerchio noi mamme, ecco una volta lui si è avvicinato con il suo modo molto timido, di cui parla anche nei libri, e ci ha chiesto se avevamo trovato un taccuino con dei disegni e delle parole di bambina.
Io sono stata l’unica a riconoscerlo e ho detto alle altre mamme che era ora che ci mettessimo a trovare il taccuino, che mi dessero una mano, che volevo trovare quel taccuino, ma in realtà non l’ho trovato e Lo Scrittore e la bambina sono spariti.
Poi ci sono dei giorni che gli cammino proprio di fianco al parco e mi verrebbe voglia di mettermici vicino a guardare il mondo dalla sua stessa prospettiva, per capire se guardando il mondo dalla sua stessa prospettiva, si può mica essere contagiati, imparare come arrivano le storie migliori per scrivere dei buoni libri.
Ma nemmeno quello funziona, credo. E Lo Scrittore e la bambina spariscono sempre prima che io riesca ad aprire bocca a dire “Ciao, guarda io ho letto tutti i tuoi libri”.
Perché come lui, anche io sono fondamentalmente una persona timida. A me viene su una timidezza inadeguata che mi trasforma in una specie di giullare, che mi dico, se faccio il giullare nessuno si accorgerà di quanto sono inadeguata, di quanto non ci stia a fare niente in questo posto, con tutte queste esimie persone.
E allora io prima cammino un po’ a testa bassa ma se poi qualcuno tipo mi riconosce, mi dice che ha letto delle cose mie, partecipato a donne pensanti o visto quello e questo, allora io, che non posso più abbassare gli occhi e continuare a sentirmi inadeguata, allora faccio il giullare.
E venerdì c’avevo tanta sudarella in corpo, che a forza di alternare testa bassa e giullare e senso di inadeguatezza, mi era venuta questa smania calorosa che mi faceva sudare e alla fine, ecco, io venerdì sera mi sono addormentata in un botto.
Ho baciato mia figlia, l’ho stretta forte e mi sono addormentata in un botto.
Comunque, tornando alla cosa matta di venerdì, quando io ho visto Lo Scrittore, che stavo lì seduta al Bar Camp, mi è venuto uno scatto, mi sono detta “Sei in gioco e allora gioca!” e senza pensarci un attimo l’ho rincorso mentre già se ne andava.
Non è che avessi preventivato e infatti non sapevo bene cosa gli avrei detto e alla fine ho detto delle cose molto cretine, tipo che sono una sua “fan”, parolaccia brutta e pessima che mi ha fatto venire in mente un cantante e una quindicenne e poi non ho detto molto altro e alla fine mi è rimasto quel senso di amarognolo in bocca che è il gusto dell’inadeguatezza, che avrei voluto dirgli molto altro.
Ma non l’ho detto e lui che è gentile mi ha risposto “Allora ci vediamo al parco!” e io gli ho detto “Si, si, se non fa troppo caldo”.
Ma tutta la mia stima, ecco tutta la mia stima, lui che è timido spero l’abbia intesa per quel fatto matto che nel preciso momento in cui lui usciva dalla porta e cominciava a prendere la via del ritorno, in quel momento lì io mi sono alzata – in barba all’inadeguatezza – e ho cominciato a corrergli dietro e gli ho squillato forte:
“Paolo????”
“Paolo Nori????????????????????????????????????????????”
Grazie a Giorgia di Repubblica Bologna
Qualche giorno fa mi ha telefonato Giorgia, giornalista della Repubblica Bologna chiedendomi di raccontarle il mio punto di vista sul fenomeno del mommyblogging.
La ringrazio perché ha dedicato un articolo alla sottoscritta, al mio punto di vista sul marketing, all’iniziativa di Genitori Crescono sugli skill nei curricula delle mamme e papà, al libro di Patrizia Violi che sarà presentato lunedì alle 18.30 alla Libreria Ambasciatori e alle altre due mamme blogger bolognesi, Mammafelice e Mammacattiva.
E’ un articolo un po’ fuori dal coro e sono onorata di esserci finita dentro!
Grazie Giorgia, per la stima e per l’apprezzamento.
- Qui la versione completa in pdf (con l’intervista integrale)
- Qui la versione on line dell’articolo
TagBolognaCamp: come promuovere un territorio nel web 2.0?
Domani andrò al primo Bar Camp della mia vita. Le motivazioni per partecipare sono precise e ci tengo molto a condividerle con voi.
Si tratta di un Bar Camp che nasce come momento aggregativo della mia città, per la mia città e che ha un obiettivo importante: far emergere i progetti in rete che escono dalla rete e si traducono in qualcosa di positivo per Bologna.
Bologna sta vivendo un momento molto particolare, come molti di voi sanno.
Attualmente non abbiamo una Giunta Comunale e fino al 2011 saremo governati da un Commissario.
Tradotto concretamente significa che su molti settori, Bologna non può progettare cambiamento a livello istituzionale, perché al Commissario spettano compiti basic (che per altro sta portando a termine egregiamente e gliene diamo atto) e che questa “vacanza” istituzionale non è un bene per lo sviluppo della città.
Ma questa “vacanza” permette ai cittadini di riflettere e alle idee dal basso di emergere e forse c’è bisogno di una profonda riflessione collettiva che ci renda lucidi sulle tante specificità di Bologna che se sono messe in rete tra loro possono davvero rappresentare un Patrimonio con la p maiuscola.
E dato che io ci tengo alla mia sgualcita città e al suo patrimonio culturale, artistico, progettuale e alle specificità di una città che è fatta di tanti Festival, di tanti personaggi, di tanti microeventi che la caratterizzano e arricchiscono, ho pensato che questo Bar Camp sul Marketing Territoriale, promosso da un Corso dell’Università e dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione, fosse l’occasione giusta per fare il battesimo del bar camp.
Si chiama Tag Bologna Camp e si interroga su come cambiano le strategie di promozione di un territorio con il web 2.0
Grazie al ricchissimo calendario degli eventi – durante il quale io presenterò Donne Pensanti e cosa pensiamo di fare per la città e modererò la tavola rotonda degli ospiti – ho scoperto dei progetti davvero belli e che non conoscevo.
Tra gli ospiti “illustri” per noi blogger che si occupano di comunicazione ci saranno Gianluca Diegoli di Minimarketing, Gigi Cogo di Web e conoscenza, Danilo Maso Masotti degli Umarells e Alberto Cottica di Kublai.
Quest’ultimo progetto, ad esempio, io mica lo conoscevo e mi ha aperto un mondo. Un social net dove i creativi e le persone che si occupano di progetti di idee trovano linee guida, vengono assistiti nello start up e indirizzati sui finanziamenti più adatti alla loro idea. Bellissimo!
Domani ci doveva essere uno sciopero dell’Atc, per la legge di quando vai al mare e lo trovi asciutto, ma è stato fortunatamente revocato.
Per ciò chi è in città, si può prendere ferie o lavora in proprio o è un bamboccione, può venire al Bar Camp che secondo me ci guadagna.
Saremo all’ Urban Center di Sala Borsa. Dalle 10 del mattino
Approfondisci: il laboratorio Tag Bologna da cui è nato tutto
Nelle scuole dell’Emilia-Romagna il gioco del silenzio in una circolare
Il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna, Marcello Limina, ha mandato ai dirigenti scolastici questa circolare, in cui li si invita
a sensibilizzare il personale della scuola, sul corretto comportamento da tenere con gli organi di stampa
Il pdf è AUTOESPLICATIVO.
Grazie a una segnalazione di Silvia, ricevo questa lettera aperta di una mamma insegnante che risponde così alla circolare:
Gentile Dottor Limina,
Le scrivo questa lettera per chiederLe umilmente perdono e confessare le mie
colpe di fronte a tutto il popolo italiano. Sì, lo ammetto: non ho identificato lo Stato col partito di governo, mi sono
concessa la libertà (parola ormai odiosa alle mie orecchie, in quanto foriera di tanti mali) di avere un’opinione diversa dalla Sua e da quella dei Suoi e miei superiori.
Ho colpevolmente dimenticato, e me ne pento, che non è tollerato avere opinioni e men che meno esprimerle.
Prometto che d’ora in avanti, ogni volta che la stampa mi chiederà informazioni sulla scuola, io Le telefonerò prima per chiederLe il permesso di parlare e farLe preventivamente leggere le mie dichiarazioni.
D’altronde, so che Lei è sempre disponibile ad ascoltare i Suoi docenti, in qualunque momento La interpellino. Chissà quanti ne avrà già ricevuti ed ascoltati da quando è venuto tra noi! E chissà quante volte si sarà reso disponibile a parlare con i genitori e gli studenti, perciò dovrei vergognarmi ad aver anche solo pensato di poterLa in qualche modo scavalcare. Con il Suo richiamo, Lei mi ha ricordato che dobbiamo credere, obbedire e combattere tutti uniti per il medesimo scopo: realizzare questo progetto meraviglioso, la scuola Tremonti-Gelmini.Sento di doverLa ringraziare con tutto il cuore per avermi ricordato i miei doveri di servitore dello Stato e per avermi rammentato la fedeltà che devo alla nazione.
Effettivamente in questi ultimi mesi non ho svolto fino in fondo il mio dovere di cittadino e di funzionario dello Stato.
Non ho adeguatamente tutelato l’amministrazione per cui lavoro: infatti, non ho parlato con ogni singolo collega ed ogni singolo studente o genitore della mia scuola di quello che sta succedendo. Non ho fatto di tutto per tutelare il diritto allo studio e la scuola della Costituzione.
Non ho anteposto ad ogni considerazione personale il bene primario che la scuola pubblica rappresenta, come il mio contratto di lavoro e le leggi dello Stato prevedono, permettendo che mille sciacalli ne facessero a turno la loro
preda. Non ho affrontato in classe con i miei studenti l’argomento “riordino dei cicli”, né quello inerente i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca come avrei dovuto fare, per invitarli a difenderne il profilo costituzionale.
Non ho difeso come avrei dovuto diritti sanciti dalla nostra Costituzione, come ad esempio quello sulla libertà di pensiero e sulla libertà di insegnamento, sulle pari opportunità di accesso al sapere e sulla laicità e
gratuità della scuola. Sono colpevole, lo riconosco. So che posso fare molto meglio e impegnarmi assai di più.Ma sono disposta a tutto pur di espiare questa grave colpa.
Mi impegno, da domani stesso, ad entrare in classe tutte le mattine e dire per prima cosa: “Attenzione, ragazzi, vi stanno togliendo il diritto allo studio, stanno distruggendo la Scuola della Costituzione”, e a parlare profusamente con
loro del perché. Mi impegno, da domani stesso, a parlare con ogni singolo genitore, perché si impegni con me nel difendere questo bene primario della nazione a cui io debbo fedeltà ed obbedienza come funzionario e come cittadino.Mi impegno, da domani stesso, a informare ogni singolo docente ed ATA sulle possibili azioni da compiere per difendere i diritti sanciti dalla Costituzione.
Mi impegno, da domani stesso, a scriverLe ogni giorno inviandoLe sulla casella e-mail le mie domande e le mie richieste e ad invitare tutti quelli che conosco a fare altrettanto, in modo che Lei sia sempre aggiornato sui nostri anche più reconditi pensieri.
In trepidante attesa di ricevere ulteriori istruzioni tramite il Suo sito web, Le porgo i miei umili ed ossequiosi saluti
Roberta Roberti, insegnante e mamma pentita
La mail pubblica di Limina non la trovo, perché sarebbe bello copiare l’esempio di Roberta. Però credo sia importante diffondere questa riflessione.
Dietro le quinte degli impegni: frollina e la vita
Sta per iniziare un fine settimana molto intenso, dopo un altro fine settimana molto intenso.
Sabato scorso ha debuttato il calzino spaiato, a Milano, domani ci sarà la presentazione del libro “Statale 17″ di Mamma Amsterdam, presentazione alla quale avrò l’onore di partecipare. Da Leggere Strutture, dove si terrà il tutto, alle 21 mi fionderò alla cena delle Geek, per la quale ho preparato anche delle slides.
E per fortuna proprio in queste settimane la blogosfera che frequento si occupa dello spinosissimo tema delle presentazioni power point che – se fatte male – ne hanno addormentati più della mosca tze tze.
Domenica sarò a Palazzuolo sul Senio, per la festa dei fiori, nell’ambito della presentazione del documentario “Il corpo delle donne”, a parlare di Donne Pensanti e dei nostri progetti.
Dietro alle quinte di tutte queste cose c’è grande lavoro. Read more
Sabato 15: Girl Geek Dinners
Ebbene si. Anche la sottoscritta è stata ammessa nel Gotha delle smanettone nostrane. Smanettone molto geek e molto dinner.
E come poteva mancare una cicciona 2.0 come me???
Sabato e domenica prossima mi aspetta un fine settimana ricco di eventi e partecipazioni.
Oltre alla presentazione pomeridiana di Statale 17 (finalmente conosco la mia amica blogger e mitica Mammamsterdam che ha scritto davvero un libro bellissimo e di grande intensità) e di cui vi parlerò in post dedicato appena gli amici di SensoLato mi mandano tutti i dettagli organizzativi, ma intanto i suoi fans che vogliono venire possono segnarsi un appuntamento alle 6 del pomeriggio, sono stata invitata alla cena delle Girl Geek Dinner, il cui tema è:
Come le nuove tecnologie e i nuovi media hanno cambiato il modo di essere donna e mamma
Parlerò di Panzallaria, dello spettacolo ma anche di Donne Pensanti che è una grande fatica ma sta dando anche buoni frutti.
Ecco un po’ di informazioni dal COMUNICATO STAMPA ufficiale.
Cosa sono le Girl Geek Dinner?
Le Girl Geek Dinners sono cene o incontri destinati a donne appassionate di tecnologia, internet e nuovi media.
Nate da un’idea di Sarah Blow, fondatrice del primo gruppo londinese, le GGD si sono rapidamente diffuse a livello internazionale, rivelandosi delle ottime opportunità per incontrarsi, socializzare e discutere su tematiche di interesse comune in un ambiente informale e stimolante.
Il principale obbiettivo di queste cene, eventi senza scopro di lucro e organizzati da gruppi di volontarie, è far conoscere – mettendole in rete – le donne che lavorano in questo settore, quello dell’hi-tech e del web, trasformandolo in una comunità attiva, vivace e continuamente informata sull’evoluzione dei new media.
Proprio per questo motivo, le geek girls bolognesi hanno aperto a febbraio 2009 il blog ufficiale: punto di partenza per la diffusione di informazioni e aggiornamenti 2.0 ma anche porta di accesso alla settima “Girl Geek Dinner” bolognese.
Il tema della serata del 15 maggio
Tra le innumerevoli opportunità offerte dal web, la possibilità di poter gestire con efficacia la propria professionalità e le diverse dimensioni della vita privata e familiare è, per le donne, un aspetto di rilevante importanza. Le nuove tecnologie hanno permesso, all’universo femminile, di esprimere al meglio il proprio potenziale, facendo emergere grandi talenti e importanti personalità.
Il modo di essere lavoratrici e mamme è stato rivoluzionato dall’avvento di internet, dei nuovi media e dai più contemporanei strumenti di comunicazione. In una dimensione in cui una mamma è costantemente connessa al mondo del lavoro e del core businessinternazionale, il rapporto dei due ruoli è stato radicalmente modificato.
In che modo la donna del nuovo millennio vive la sua vita di lavoratrice e mamma, quanto ha inciso l’era digitale sulla gestione di questi due ruoli? Durante la serata verranno approfonditi tali aspetti con gli interventi di:
Francesca Sanzo, aka Panzallaria
Michela Cimnaghi, aka Cimny - Mom camp Team GGD Bologna
Saranno proiettati, inoltre, due speciali interventi video registrati da Sara Maternini e Luigina Foggetti, fondatrici di GGD Milano
Main Sponsor della serata è Kodak, che metterà in palio 2 stampanti multifunzione ESP7250 ed ESP6150, due cornici digitali Pulse e una videocamera Kodak Zi8.
Supporting Sponsor: L’Oréal Paris e SoSushi
Media Partner: Parentesi Rosa – Special Guest: MomCamp.
TUTTE POSSONO PARTECIPARE: COME?
Per prendere parte all’evento, le partecipanti dovranno iscriversi alla lista disponibile sul blog ufficiale. Le iscrizioni sono aperte damercoledì 5 maggio fino ad esaurimento posti.
Blog:
Manifesto:
Lo sbarco in Normandia
Se lo trovavano tutti i giorni al banco, all’ora di apertura pomeridiana. Sgamba padre non si accorgeva neanche che fosse entrato. Si appoggiava con un gomito, puntando sicuro al suo Fernet. A volte – quando era di quaresima e la moglie lo guardava torvo, che bere di quaresima sembrava brutto – a volte prendeva dei caffè. Ma erano sempre caffè corretti, roba da sciogliere il freddo che diceva di avere nel cuore.
Perché il Signor Bonazzi, conosciuto da tutti come il Bourdigòn, per via che non era proprio un bel omarino da guardare, il Signor Bonazzi i suoi tempi d’oro li aveva avuti ma adesso erano solo nella memoria. I tempi d’oro del Signor Bonazzi, impiegato all’Ente Case Popolari e inquilino di una casa ricevuta in affitto dall’Ente stesso, risalivano agli anni della guerra e lui se li ricordava bene.
Se li ricordava fin nei dettagli, tanto che c’erano dei giorni che a furia di bere dei Fernet, finiva che riusciva a raccontare per ore una delle sue storie della guerra e ogni volta si aggiungeva un particolare nuovo, cosa che probabilmente dipendeva mica da invenzioni o fantasie, ma dal fatto che con il Fernet la memoria si migliorava e ogni giorno, un Fernet dopo l’altro, venivan fuori delle storie che si diceva che perfin la Madonna di San Luca scendesse ad ascoltarle, in certe sere di maggio. Read more
Un post da Url
Questo fine settimana abbiamo fatto molte cose. Nel breve sprazzo solatìo del week end siamo stati alla serra ad acquistare terra, piante e piantine per il nostro balcone che è uno sputo ma a me piace immaginarmelo come un bel giardino fiorito a primavera.
Ho speso un sacco di soldi ma ho comprato natura “for dummies” (che non sono esattamente un pollice verde!) e con la frollina abbiamo piantato Calle nelle fioriere.
Lei si è divertita un sacco a pasticciare con le mani nella terra e alla fine, dato che con quelle due piccole palette rubate all’agricoltura si era toccata ovunque, a un certo punto mi ha detto: “Mamma, mi prudono i capelli. Ho paura che dalla terra siano arrivati i Pinocchi!” (pidocchi n.d.r.).
Questo fine settimana ho poi stretto tra le mani una cosa molto preziosa.
Una di quelle robe per cui ora centinaia di fans della persona di cui sto per parlare, potrebbero avere crisi di invidia da competizione.
#Bologna Mail Bombing per i figli degli immigrati irregolari
facciamo mail bombing a settoreistruzione@comune.bologna.it
Con la presente chiedo che il requisito di possesso del permesso di soggiorno sia immediatamente cancellato per la richiesta di iscrizione ai nidi d’infanzia del Comune. L’accesso agli asili nido deve essere garantito a tutti i bambini, con o senza permesso di soggiorno! (Nome e Cognome)
Riassunto delle puntate precedenti del Tortellini city affaire















