Il posto fisso: una fissa dei Media o una fissa di tutti?
Leggo questo articolo su Repubblica che si intitola La fine del posto stabile: solo al 6% dei laureati e mi viene voglia di aprire un confronto. Lo faccio su FriendFeed che mi sembra la piattaforma più adatta e vengono fuori tante riflessioni diverse, punti di vista eterogenei che compongono un quadro molto interessante della nostra generazione. Anche Blimunda oggi ne parla sul suo blog con un post che si intitola Lavorare stanca. Sul web di più.
Visto che la discussione mi interessa e piace, la allargo anche qui con il pensiero buttato in pasto a Friend Feed.
Potete commentare lì, se avete un account, o qui sul blog, nell’area dei commenti.
Marketing etico e pinzillacchere così
Domani pomeriggio tra le 15.30 e le 16, la mia voce uscirà dalla vostra radiolina sulla spiaggia, a casa, al lavoro, al supermercato.
Sempre che la radiolina sia accesa e sintonizzata su Radio 24.
Interverrò nell’ambito della trasmissione Ferry Boat di Vincenzo Argante che vuole sapere cosa penso di mamme, blog di mamme, marketing e pinzillacchere così.
Inutile dire che mi fa un sacco piacere. Inutile dire che sono davvero felice che si parli di questi argomenti e che si abbia voglia di sentire anche voci che divergono dalla maggioranza.
Credo che sia importante avere la consapevolezza del fatto che in questo particolare momento storico le mamme – e i genitori in generale – sono il target di consumatori più ambito e ghiotto (perché in tempi di crisi l’unico a cui non fai mancare nulla è il pargolo) e che le mamme blogger, in particolare, essendo considerate delle Opinion Leader (che brutta parola
) nel settore, sono la merce più preziosa per un buon esperto di marketing virale.
Ma dato che non siamo solo quello che consumiamo, credo sia fondamentale essere lucidi su questi temi e capire dove si sconfina nella comunicazione pubblicitaria e dove invece si sta facendo reale informazione, cultura, arte, teatro.
Secondo me è FONDAMENTALE che le due cose vengano tenute separate e che si capisca bene con quali obiettivi si creano reti sul web.
Insomma: marketing si, ma etico, che dica quello che è, che si dichiari in quello che fa e non millanti o nobiliti operazioni finalizzate al guadagno, in modo che chi vuole aderire (gratuitamente o a pagamento, a sua scelta) possa farlo liberamente e in modo che gli utenti/lettori sappiano esattamente a cosa si trovano di fronte.
Credo molto in questa cosa e vorrei che se ne potesse parlare serenamente anche sui blog della community delle mamme blogger: ricordiamoci che la pluralità dei punti di vista è fondamentale per dare una visione di insieme dei fenomeni sociali e per poter offrire la possibilità a tutti di decidere cosa fare o non del proprio tempo, avendo tante informazioni a disposizione.
Io – per parte mia – credo che il lavoro di ogni persona debba essere valorizzato e che fino a quando qualcuno lavorerà a gratis o per pochi euri, non sta esercitando solo la propria libertà ma sta anche svilendo il lavoro di tutti gli altri.
Un problema molto concreto tra chi si occupa, a vario titolo, di Rete.
Dietro le quinte degli impegni: frollina e la vita
Sta per iniziare un fine settimana molto intenso, dopo un altro fine settimana molto intenso.
Sabato scorso ha debuttato il calzino spaiato, a Milano, domani ci sarà la presentazione del libro “Statale 17″ di Mamma Amsterdam, presentazione alla quale avrò l’onore di partecipare. Da Leggere Strutture, dove si terrà il tutto, alle 21 mi fionderò alla cena delle Geek, per la quale ho preparato anche delle slides.
E per fortuna proprio in queste settimane la blogosfera che frequento si occupa dello spinosissimo tema delle presentazioni power point che – se fatte male – ne hanno addormentati più della mosca tze tze.
Domenica sarò a Palazzuolo sul Senio, per la festa dei fiori, nell’ambito della presentazione del documentario “Il corpo delle donne”, a parlare di Donne Pensanti e dei nostri progetti.
Dietro alle quinte di tutte queste cose c’è grande lavoro. Read more
Le scuse più fantasiose che mi sono capitate
Una vita fa – prima di diventare una donna consapevole e emancipata – come lavoretto part time durante l’Università, facevo delle telefonate. Una specie di call center ma anche no. Una specie di Servizio Clienti, ma anche no.
Diciamo che per una Finanziaria chiamavo i clienti per ricordargli di pagare i bollettini postali per pentole, letti, case vacanze in multiproprietà.
Era un tempo così lontano che Internet non esisteva e noi si lavorava prima sulla carta e poi a videoterminale, con quel programma antichissimo che si chiama AS 400. Io ero l’operatrice 031. Non vado orgogliosa di quel lavoro, ma allora avevo delle consapevolezze diverse da oggi e tutto sommato è stato un periodo molto bello perché eravamo tutti studenti e ho conosciuto delle persone davvero fantastiche.
In 9 anni dico 9 di lavoro, ho collezionato un sacco di aneddoti sulle scuse dei miei clienti per non pagare i bollettini (o perché non li avevano pagati) ed alcune sono rimaste nella Storia, tanto che le racconto agli amici nelle gelide serate d’inverno, davanti al camino.
Le scuse più belle che ho sentito, per non aver pagato:
- A mia figlia ci sono venute le mestruazioni per la prima volta. Un patema signora!. Un patema perché mia figlia ha 8 anni ed è alta 1 e 30. Mi rimane una NANA se lo sviluppo si è già bloccato! (Signora napoletana che per questo motivo non ha avuto tempo per andare in posta);
- Sono venuti i ladri e mi hanno rubato i bollettini postali!
- Signora, ieri c’era brutto tempo, si sono alzate le nuvole e io non riesco a far partire l’ELICOTTERO quando ci sono le nuvole!!! Come faccio secondo lei ad andare in posta per pagare i bollettini? (Signore sardo che con i bollettini aveva comprato un set di pentole. Questa era la nostra 5 telefonata)
- Io i bollettini non glieli pago asiggno’. Io ho comprato un letto che non funziona e per ciò non pago. Si figuri che me so’ appena sposada e so’ venuta a vive’ nel palazzo di fronte ai miei. Sto letto cigola che è ‘na maledizione e tutte le mattine gli altri condomini mi guardano come se fossi Moana Pozzi! (Signora romana molto simpatica: avrei voluto saldarle io le rate del letto).
E voi? Qual’è la scusa più fantasiosa che avete usato nella vostra vita/vi è capitato di sentire, per non fare una cosa?
Quello che faccio, perché, come, dove. Quello che paga e quello che no
Sta diventando un po’ complicato, per me, presentare i miei progetti, quello che faccio alle persone che conosco. La mia identità digitale si sta diramando in molte attività e se da una parte c’è Panzallaria, la visione ironica e scanzonata, i post aneddotici, lo spettacolo teatrale e la passione narrativa per la scrittura che mi portano ai racconti e alle favole, dall’altra c’è Francesca Sanzo e l’impegno politico di Donne Pensanti.
In mezzo ci sono il lavoro, la necessità di allargare la Rete, la voglia di conoscere e studiare, la passione per le dinamiche del web 2.0 e la certezza che – in quanto precaria della vita e della professione – mi è fondamentale avere sempre uno sguardo attento sulle eventuali possibilità di contatti professionali.
Certo, non ci perdo le notti, ma la situazione – dopo che sono ormai alcuni anni che frequento attivamente la Rete – si è fatta complessa e darne conto è sempre più difficile. Read more
Dettagli del mio lavoro
Lavorare in ospedale
Lavoro in un ospedale. Non avrei mai pensato di lavorare in un ospedale e invece ora è così. Lavorare in un posto come quello è nettamente diverso che farlo in un’agenzia di comunicazione, una Provincia o un’associazione di industriali, che sono i posti dove ho lavorato negli ultimi anni, prima della pausa di lavoro in proprio.
Non sono un dottore e così per me non è normale vedere i malati. Cioé non ho quell’aria noncurante, di chi ci è abituato, che forse dovrei avere.
Così mi devo ancora abituare. Lavoro in un ospedale dove curano le ossa e le malattie ortopediche, così non è raro vedere ragazzine di 16 anni con le stampelle e bambini in carrozzina. A volte hanno “solo” gambe rotte, altre le gambe proprio non le hanno più.
Sono questi i casi che mi fanno sentire un tonfo nello stomaco, quando per andare in mensa (perché gli uffici amministrativi come il mio non sono proprio vicini ai reparti) passo in mezzo ai lunghi corridoi, gelati di storia.
I bambini poi, ecco quando vedo dei bambini che hanno esplicitamente dei problemi gravi, non posso fare a meno di fare quei pensieri da buonista di ultima tipo che sono fortunata che la frollina sta bene.
Mi sento sempre così banalmente borghese, nei miei pensierucci rassicuranti, ma è così.
Poi mi capita di conoscere una delle maestre che insegna in reparto. Mi capita che mi regala il giornalino dei ragazzi che studiano lì, con i loro temi.
E mi metto a leggere che poi a un certo punto – come mi aveva detto l’amica del Ced – bisogna smettere che si annebbia la vista.
E leggo il tema di una ragazzina di 12 anni che scrive:
ho una malattia rara, quando passo per le strade del mio quartiere, molte persone mi guardano tristi, ma io so che lo fanno perché mi vogliono bene. Ma io non sono triste perché nel mondo capitano tante cose molto brutte e io invece, con la mia malattia, ho almeno la speranza di guarire
Lavoro in un ospedale. Mi devo ancora abituare.
Però sto imparando tante cose, nascoste negli angoli più impensati.
Benvenuta nel mondo dei grandi Panz!
Sveglia alle 6.30. Doccia. Vestizione. Caffè. Gattina che vomita: benaugurio mattutino.
Preparo la borsa con spazzolino, fazzolettini, tutto ino ino per una giornata fuori casa. Ci infilo dentro 5 kili di cancelleria – che lo sappiamo, alla panz ci viene uno sturbo per la cancelleria – e esco.
Come al solito mi sono dimenticata di pettinarmi. Read more
Noi siamo mica degli autobus
Staccarsi un po’ dalle cose te le fa vedere, poi, nella giusta prospettiva. Le situazioni che dentro all’ansia ti sembrano arrotolate e complesse e per le quali riesci a trovare solo soluzioni complesse, se stacchi un po’, può succedere che un giorno ti svegli e vedi la soluzione. Piana e chiara davanti a te.
Lo ha scritto molto bene Piattini Cinesi in questo post di ripresa.
A me le vacanze, me ne rendo conto in questa ripresa settembrina, sono molto servite.
Ho capito alcune delle mie priorità professionali e vitali e ho avuto modo di mettere a fuoco quello che vorrei da questo autunno e dai prossimi mesi.
E poi ho avuto anche delle gniùs che cambieranno un po’ il mio inverno, rispetto allo scorso.
In maniera del tutto inaspettata, dopo aver partecipato a un “Bando di selezione pubblica”, da ottobre sarò – per un anno – Web Content Manager (contratto Co.Co.Co) di un grosso Istituto pubblico della mia città. Ciò significa che avrò una scrivania in un ufficio, un orario di lavoro flessibile ma quotidiano, un capo, dei colleghi e uno stipendio mensile fisso per 12 mesi.
Questo re-imposterà notevolmente le mie abitudini di vita e il mio lavoro.
Cercherò di mantenere i miei impegni fiorentini (riconfigurando la collaborazione in modo che sia compatibile con questa bella occasione), la scrittura per Liquida e la collaborazione con QuiMamme, ma metterò molte energie in questa nuova avventura che mi incuriosisce assai.
Poi alla notte, complici le nebbie invernali e il sonno della pupa e di Tino, mi sono data come obiettivo quello di finire il mio romanzo. Ché uno le cose le deve finire e crederci, poi se andrà bene è un’altra storia.
L’idea di tornare in ufficio mi emoziona e spaventa insieme. Non ho mai lavorato in ufficio “da mamma”.
Però è proprio il mio lavoro e c’ho l’etichetta del mio lavoro appiccicata e io non ho mai avuto la mia etichetta appiccicata. Sono sempre stata un mistero del “ma tu cos’è che fai in pratica?” ovunque andassi. Perché quando si parla di web – e io sono ormai 8 anni che parlo di web anche al lavoro – ognuno ti chiama in un modo diverso e anche se scrivi e progetti e con l’informatica hai a che fare solo in maniera liminare, c’è sempre quello che crede che tu sei la persona giusta per aggiustargli il computer che non funziona più.
Così ieri, insieme alla Malta e sua mamma e alla Frollina, sono andata a comprare un po’ di vestiti. Che il nuovo lavoro potrebbe anche diventare l’occasione per riqualificare un po’ questo corpaccione che ho trascurato assai, da quando è nata la Frollina.
La mamma della Malta mi ha fatto scoprire negozi in cui anche noi ciccione possiamo trovare cose carine e valorizzanti, senza sentirci per forza dei sacchi di liuta. E mi sono divertita a scegliere colori e vestiti e pantaloni da mettere sotto ai vestiti e a pensare a quanto ci starà bene, su quella maglia, la mia collana di cocchini che ha fatto mia cognata Brasileira.
Così, adesso che sono riposata e ho la mente sgombra (più o meno) mi sembra che le cose vadano proprio bene. E non posso non pensare che per il momento, la mia vita mi ha sempre confermato che si può sempre ricominciare da capo e che le cose cambiano sempre e con tale complessità che uno non deve mai sentirsi al capolinea.
Che noi siamo mica degli autobus.
Vado in Svizzera
Io parto per la Svizzera per lavoro: in questa settimana di bagordi senza Frollina sto facendo veramente di tutto. Compreso il trasfertone fuori dalla zona Euro.
Tornerò con rinnovato spirito logico e una quantità di cioccolata da far venire brufoli perfino a un duenne!!!!!
Ovviamente comprerò anche un orologio a cucù per Villa Borghese.
Perché si sa, se uno va all’estero, non può mancare un tour alla Fiera delle banalità.
Voi intanto firmate neh???
Da piccolo mio fratello voleva fare il guardiano della torre Aifel. E tu?
Mio fratello da piccolo diceva che come lavoro, lui avrebbe fatto il guardiano della Tour Eiffel. Raccontava che era nato sull’ascensore della torre parigina e che per qualche anno aveva abitato all’ultimo piano. Per questo, diceva, lui ce l’aveva nel sangue il lavoro di guardiano della Tour Eiffel.
La mia amichetta dell’asilo voleva fare la regina delle formiche. Come lavoro. Diceva che sarebbe stato interessante comandare tutti quegli esserini e che desiderava tanto avere delle ali.
Io prima avrei voluto fare la ballerina: ballavo sulle punte tutti i caroselli della tv. Poi venne il tempo che decisi che ero Bud Spencer ed ero convinta che uno potesse farlo di lavoro, essere Bud Spencer. Poi c’è stato il periodo di Nanni Kuker, quando il mio alto obiettivo professionale era quello di diventare una investigatrice privata e mi ero creata tesserino, nome in codice e squadra operativa.
Lavorare in ufficio, lavorare da casa: voi cosa preferite?
I lati negativi di lavorare in ufficio sono:
- imbottigliarsi nel traffico per raggiungerlo
- avere orari rigidi
- doversi relazionare con persone non sempre sulla tua stessa lunghezza d’onda. Capi che fanno gli sboroni o soffrono di isteria da menopausa anticipata e colleghi fancazzisti che si prendono il merito del tuo lavoro
- stare chiusi tutto il giorno nello stesso posto, tutti i giorni, tutto l’anno iniziando a percepirsi come carcerati
- dover prendere infiniti permessi per gestire la vita al di fuori del lavoro (riunioni asilo, visite mediche, eccetera)
Di presentazioni e calzini spaiati
Oggi sono stata a Firenze che c’era questa presentazione di lavoro. Davanti a un piccolo pubblico di uditori, con il mio capo abbiamo presentato il portale per il quale sto lavorando e che abbisogna di un gruppo pilota che ne testi le funzionalià perché sia ottimizzato al meglio.
Allora.
Era un pezzo che non mi capitava di presentare delle cose che mi riguardano professionalmente e invece in questo periodo mi chiedono tutti di fare cose così.
Insomma. Ero agitata. Perché fondamentalmente a me risuona sempre nella testa la vocina bastarda che mi infama perché non valgo niente e altre atrocità del genere, durante queste occasioni.
E infatti mi sentivo a disagio. E infatti non riuscivo a guardare negli occhi le persone. E allora la cosa è andata bene anche se il pdf che avevo preparato – per uno strano mistero tecnologico – era completamente vuoto e le uniche cose che si vedevano erano scritte con caratteri greci. Sono andata a braccio con un altro pdf e la cosa non si è molto notata.
Però alla fine – mentre salutavo la persona più “prestigiosa” degli uditori – è finita che invece di dire “Buongiorno Professor Rossi!” come sarebbe stato normale per una persona normale, io ho detto “Buongiorno Professor Mario” come se lo stessi prendendo per il culo.
E sono tornata a casa con la vocina che mi urlava nelle orecchie e non è bello fare un viaggio in treno che c’hai sonno e non riesci a dormire perché una vocina ti urla nelle orecchie “sei una merda, sei una merda, sei una merda” con spiccata inflessione sicula.
E tutte queste cose qua mi fanno venire in mente che poi venerdì sera mi hanno invitata in un posto – segnalata da Jolanda che ringrazio calorosamente – che si chiama Senigallia e sta nelle Marche per un evento che si chiama Senigallia 2.0 per parlare di web. Read more
A volte ritorna: il lavoro
Il fatto di avere una specie di lavoro che mi consentirà di guadagnare una specie di stipendio tutti i mesi mi fa davvero strano. Lo giuro.
Mi fa strano pensare di nuovo a me come professionista a cui gli altri debbano dare fiducia.
Mi fa strano perché – come molte persone della mia generazione e donne della mia età che hanno messo in mezzo un figlio – sono abituata davvero male.
Mi fa strano se mi guardo indietro. Non più tardi di 5 mesi fa mi sentivo professionalmente finita e forse – proprio perché mi sentivo così – tutto ha cominciato di nuovo a girare. Perché il lavoro, l’ho scoperto in questo frangente, è come l’amore vero: arriva quando meno te lo aspetti. Read more
Pensiero precario
Segnalato dalla Lena. Pubblicato su L’Unità. Una lettera molto bella. Da leggere.
Ne copio un pezzo per voi perchè secondo me è davvero notevole.











