Panzallaria – blog di panza

Precaria dentro ma anche fuori

Il parco giochi: per lei o per me?

Mi chiedo se vado al parco giochi per mia figlia o per me. Mi piace. Mi piace moltissimo. Perché ci incontriamo con i genitori degli amici di silvia che mi piacciono, mi piacciono moltissimo. Persone che stimo, con cui stanno nascendo dei bei rapporti di amicizia a prescindere dal fatto che i nostri figli siano amici.

Il parco dove andiamo non è un gran che, ce ne sono senz’altro di migliori in zona. Ma è ampio, la vista si perde in lontananza e anche quando ti siedi sotto l’albero vedi tua figlia a chilometri, senza bisogno di alzare sempre il culone.

Poi è di fronte alla scuola della silvia e così, diciamoci la verità, risulta molto comodo e raccoglie molti bambini che sono in classe con lei. Lei non vede l’ora di tornarci a scuola, ogni mattina si sveglia e mi chiede quando ricomincerà e a volte capisco che ha un po’ il timore che non arrivi mai quel momento, che la vita cambi di nuovo, come dopo il passaggio dal Nido.

Quando le faccio presente che manca poco, alza le braccia al cielo e guarda all’insù con i suoi occhi vispi scoppiando in uno “Evviva!!!” da finale dei Mondiali.

Al parco ci sono la MaLta, la bambina alta tutta panna e la Lenticchia e poi ci sono anche altri, anche bambini più grandi. Uno è il figlio del vinaio della zona, quello per intenderci che ha contribuito alla buona riuscita della mia festa di laurea. Un tipo pazzesco sto bambino, troppo simpatico. Sembra uscito da un’altra dimensione. Gli piace catturare gli insetti e le lucertole e se ne va in giro con un Metal Detector per cercare l’oro.

Ci sediamo attorno a borse, zainetti, barbi, scarpine di bambole, cappelli e felpette, noi genitori. Attorno a quel che i nostri figli buttano lì e recuperano all’occasione, tra un’altalena, uno scivolo e due salti al gioco della Luna.

Parliamo. Ci raccontiamo le vacanze come bambini. Progettiamo gite, futuro, lavoro. Abbiamo idee da condividere, serate da organizzare.

Al parco delle volte compriamo le pizze ma poi le zanzare ci costringono ad andare nel giardino dei MaLti e finisce sempre che ci piazziamo lì e le nostre figlie giocano, giocano, giocano.

Alle principesse. Ai dottori. Alla maestra con i bambini. Alle sposine. Ai travestimenti. A nascondino. A fare gli scherzi.

Sono momenti in cui sto bene. Al parco sto bene, con queste persone sto bene. Tino si rilassa, anche in questo periodo che rilassarsi con quella schiena non è facile. La silvia è felice. E’ una vita corale, come piace a me. Con persone con cui non devi dimostrare nulla, che ti apprezzano per quello che sei, con cui ridi, parli, scherzi senza troppi fronzoli. Bevi una birra, parli di religione, case, vacanze, libri e serie televisive e musica e aneddoti.

Conoscere le persone, toccarle, abbracciarle, invitarle a cena, condividere momenti, offrire piaceri: sembrano cose scontate ma non lo sono.

Siamo fortunati. Perché da quando è nata la silvia è stato molto più duro coltivare le amicizie di prima. Non che non lo facciamo, sia inteso. Ci sono persone che adoro da anni. Ma ovviamente, quando si condividono vite simili, è più facile incontrarsi.

E noi abbiamo incontrato persone che anche se non fossero i genitori delle amichette della silvia, ecco devo dirlo, mi piacerebbe molto frequentarle.

E così ogni tanto, mentre scende il tramonto sul parco, in questa brezza fresca di fine estate, anticipo dell’autunno che amo tanto, penso che ci sono dei giorni che io vorrei vivere qui, tra le altalene e gli alberi in crescita.

10 ore a vedere mia figlia felice.

10 ad ascoltare.

Le storie. Le storie degli amici

Questo post lo dedico a Paola, Daniele, Aurora, Milena, Fabio, Davide, Stefano ma soprattutto alla Paola

Mia sorella

Frollina – forse l’ho già detto – si è inventata una sorella immaginaria. Questa sorella ogni tanto viene a trovarla di notte e con lei fanno molte cose che poi la bambina abbronzata ci racconta.

La sorella di frollina si chiama Chelli.

La sorella di frollina ha le ali, che durante il giorno tiene in tasca e di notte si infila per volare in alto, ovunque e andare a trovare un sacco di animali, vedere un sacco di posti e proteggere frollina.

La sorella di frollina, quando noi non la vediamo, sta nella sua casa sulle nuvole.

Chelli è alta come me e fa il mio stesso lavoro, ovvero “scrive le ricette sul computer”.

L’altro giorno la bambina abbronzata era al parco con la nonna, dove ha conosciuto un bambino (vero) di 7 anni, a spasso con il suo papà.

La bambina abbronzata era in fase narrativa (ogni tanto ha questi meravigliosi momenti in cui racconta storie bellissime, le cui protagoniste sono sempre lei e Chelli) e mentre dindolava accanto all’altro bambino, ha guardato suo padre e gli ha detto:

“Sai che io ho una sorella? ”E’ alta come la mamma, ha le ali e abita in cielo!”

Dice la nonna che al padre del bambino si sono gonfiati gli occhi di umido pianto e ha sporto in avanti la bocca in una smorfia di empatico dolore…

La bambina talebana

Calvin fa le facce: Calvin e Hobbes

Calvin fa le facce: Calvin e Hobbes

“Mamma, hai visto quella bambina che non sta mai seduta mentre mangia?”

“Mamma, hai visto, la Silvia non ha il tovagliolo!”

“Mamma, perché quella bambina non ascolta la sua mamma?”

“Mamma perché quella bambina non mette la mano davanti alla bocca quando starnutisce?”

Ecco alcune delle domande  che si è posta – ad alta voce – una bambina dai capelli rossi seduta nel tavolo accanto alla Frollina e me, l’altra sera in pizzeria.

La mamma era evidentemente imbarazzata, gli altri avventori guardavano Frollina – protagonista involontaria delle curiosità della sua coetanea – come se fosse una teppista e io mi sentivo a metà tra il disagio e il ridicolo.

Ho seriamente pensato di ordinare un profiterol per la cinna dai capelli rossi, nella speranza che affogasse le sue domande nel cioccolato.

Invece no.

Come la più stoica delle cazzarone ho retto di fronte al primo prototipo sperimentale di BAMBINA TALEBANA!!!!

E quando ci siamo alzate per andarcene

ho salutato gentilmente

scusandomi.

Ebbene si. Mi sono scusata con una bambina di 3 anni. Dicendole che alla frollina le abbiamo insegnato tante cose ma che è vero, sul cibo siamo una tragedia.

Me ne sono andata scusandomi

con una bambina talebana di 3 anni.

Una delle cose che vorrò ricordare di questo anno frollinesco

La bambina abbronzata ha imparato molte cose in questa estate e una delle cose che ha imparato la voglio scrivere per bene, perché poi so che mi farà un gran piacere rileggerla, tra alcuni anni. Non me ne vogliano i miei pochi lettori (ormai sto sito lo frequentiamo in pochi affezionati, ma da tutto il mondo – badate bene – e sono soddisfazioni ;-) ma ci sono delle cose che uno in un blog le deve scrivere anche solo per se’, a costo di sembrare noioso, spocchioso, fuori tema.

La bambina abbronzata ha imparato a nuotare.

Non con i braccioli o altri sistemi di condotta, ma proprio a stare a galla da sola, a battere i piedi e anche ad andare sott’acqua e passare sotto le tavolette, in piscina, con gli occhi aperti.

Per quei pochi lettori italiani e non che mi seguono da un po’ (Tino e un paio di amiche che se no verrebbero torturate) è chiara la soddisfazione di mamma Panz di fronte a questa conquista: da ex nuotatrice agonistica, ex istruttrice, devo ammettere che sapere che mia figlia, a 3 anni e mezzo ha imparato a nuotare da sola, anche nell’acqua alta, è una di quelle cose che mi fanno gonfiare di molto il petto.

E’ andata così e lo scrivo per la cronaca, è andata che in questa estate abbiamo passato molti pomeriggi in piscina e che nel corso di questi pomeriggi lei ha deciso che non le servivano più i braccioli e ha cominciato a fare dei tuffi, prima piccoli poi grandi e a spingersi dalla riva della piscina (che le piscine di adesso hanno anche una riva) alla parte dove non tocca e lo ha fatto con coraggio e determinazione e con me accanto che le davo fiducia ed ero pronta, anche, ad acchiapparla.

Prova, riprova e riprova, alla fine ha capito qual’era il suo punto di equilibrio e ha imparato a stare a galla muovendo le braccia e le gambe.

Non è la Pellegrini, sia chiaro, ma diciamo che per la sua età ha un’acquaticità davvero eccezionale che io lo so che c’è il mio allenatore – dal posto in cui è adesso –  che mi dà pacche sulle spalle e mi dice “Hai visto Gigiulona? Devi esserne orgogliosa!”.

Quelli che hanno figli della sua età, quando siamo in vasca, ci guardano e delle volte è capitato che qualcuno le abbia fatto i complimenti e si sia meravigliato perché non aveva i braccioli. Ora, io non amo molto i braccioli, perché come diceva suddetto allenatore, fanno credere alle persone che puoi stare a galla tenendo il corpo e il peso in un modo mentre ognuno deve trovare il suo punto di galleggiamento, capire come fare, sentire il proprio peso nell’acqua e l’effetto del corpo, per imparare davvero a dominare i propri gesti.

Io sono convinta che imparare a galleggiare sia una sorta di arte zen, la prima in cui bisognerebbe applicarsi da bambini, perché è un esercizio di pazienza. Che ci può essere anche il maestro migliore del mondo a insegnarti trucchetti e segreti, ma è sempre teoria, mentre questa è una cosa che su 100 bambini, l’ho vista fare in 100 modi diversi.

E mia figlia a 3 anni e mezzo sa galleggiare e ieri, che l’ho portata in piscina un’altra volta, ha anche preso questa tavoletta, ha voluto che gliela tenessi (eravamo nella piscina dei piccoli, dove toccava) e si è immersa, ha battuto le gambe e ci è passata sotto. Che se volete saperlo, il mio segreto per farla stare sotto con gli occhi aperti e il naso e la bocca in grado di capire come chiudersi per non bere è stato fare un gioco (e farlo per ore, un giorno di luglio).

Il gioco consisteva nel metterci tutte due con la testa sotto e salutarci a 4 mani, guardandoci in faccia. Io facevo anche finta di parlare e lei rideva come una matta.

Comunque. A me questa cosa mi ha commosso molto e qualche giorno fa ho sentito un’emozione come quella volta che ha detto la sua prima parola che era poi il nome del gattoscemo, ora “moruto in cielo” o quella volta, il giorno del suo primo compleanno, che ha mosso i primi passi staccandosi dalle cose e dalle persone.

Lei ha un modo di imparare che è poi sempre simile: si mette – da sola, desiderando che le venga lasciata libertà d’azione – a provare e riprovare, a cadere e ricadere, a bere e ribere, senza un lamento, senza alcuna richiesta di aiuto. Prova e alla fine Bum! d’un tratto ci riesce.

Il momento prima beveva e andava sotto, il momento dopo si fa mezza piscina battendo i piedi e annaspando stile cagnolino, nell’acqua alta.

Alla fine ieri sera, per festeggiare le sue prodezze natatorie, che poi tanto Tino stava fuori, siamo andate in pizzeria per la prima volta da sole: lei ed io.

E ho pensato che spero tanto che mia figlia non si stanchi presto di venire in pizzeria con me e che più cresce, più possiamo fare delle cose come due persone che le fanno insieme e questa cosa mi fa proprio molto piacere.

Anche se poi, alla fine della pizza a rincorrerla mentre tenta di socializzare con tutti i bambini e i cani presenti, ero così stanca che mi facevano male le gambe.

La casa delle bambole: il TUTTO-RIAL

La casa delle bambole

La casa delle bambole

Come le vere mamme FAI DA TE ADDICTED che spopolano sul Web e offrono spunti creativi coi controcojons per passare allegri e spensierati pomeriggi in famiglia, anche io oggi vi racconterò la storia di questa MIRABILE casa delle bambole affinché voi possiate emularci e farne una proprio uguale, uguale, con i tutorial offerti dalla vostra blogger cialtrona preferita.

E allora: Partiamo!!!!!!!!!

Da tempo la bambina abbronzata desiderava regalare a una giovane coppia che abita con noi, Fischer e Price, una casetta tutta per loro.

Tino ed io ci siamo consultati e abbiamo telefonato all’Ingegner Scarabaccini (progettista e architetto, oltre che ingegnere civile) di Marmorta di Molinella perché procedesse con le pratiche e l’esecuzione dei lavori. Lui – che è uomo tutto di un pezzo, grande creativo e appassionato di materiali riciclati – ha proceduto acquistando una libreria Ikea Billy (prezzo base) e un paio di mensole aggiuntive con le quali ha dato vita a una mansarda (ottima location per feste e ritrovi con le altre piccole personcine amiche della giovane coppia).

Eseguiti i lavori abbiamo contattato la Contessa Tentoni Bellerofonte Vien dal Mare perché si occupasse di arredare il nido d’amore.

La Contessa, mi preme ricordarlo, è una delle arredatrici più in voga, oggi, a Legoland.

La Tentoni – come potrete notare dall’ottima foto (scattata da me medesima in notturna, a cui il flash conferisce un effetto evanescente che fa molto “Paradiso”) ha scelto di usare i dettami della cosidetta “arte povera”, riutilizzando pezzi rari e unici e riadattandoli alle esigenze di Fischer e Price.

La parte inferiore della casa è stata momentaneamente adibita a garage dove soggiornano le automobili della coppia (lei è una collezionista di automobiline) e gli animali di famiglia (lui è stato un gattaro molto noto in zona Colosseo).

La mansarda, inizialmente adibita a dispensa dove mantenere “calde” le provviste in pasta di sale, ha dovuto subire però l’unico inconveniente che è andato a increspare la vita felice della felice coppia di sposi.

Ebbene si. Non volevo parlarne ma poi voi domandate ed è inutile nasconderlo: Barbie si è messa in mezzo.

Pur essendo entrata in casa nostra da pochissimo, grazie a quella “Santa donna” di  mia suocera, pretende già di essere trattata come una principessa.

Non avendo dato seguito alle sue lamentele (desiderava conoscere un Ken che l’amasse e vivere nel Camper di Barbie per girare il mondo con lui), ha decido di okkupare la mansarda di Fischer e Price, arrivando con i suoi tre cani che hanno sempre fame e importunano i felini, tanto amati da Fischer.

Nell’attesa che arrivi la polizia a sgomberare, i tre sono costretti a convivere e se non fosse che Barbie peta e rutta a volontà, facendo vibrare fortemente il soffitto della camera da letto, i due potrebbero anche continuare il loro menage senza troppi problemi: dove mangiano tre gatti possono mangiare anche tre cani in più.

L’Ing. Scarabaccini al momento del progetto era un po’ sottotono per via del caldo estivo e ha dimenticato di inserire scale, porte, e ogni genere di via d’uscita e passaggio.

Nell’attesa di attrezzarci (il motto della Contessa Tentoni è “chi va piano si compra un bel divano…”) e che la coppia possa aprire un mutuo per terminare l’arredamento della propria casa, io mi sono permessa di costruire un ascensore (quello giallo nella foto) che ha fatto la gioia della bambina abbronzata, anche se risulta abusivo nel piano regolatore.

Confidiamo in un condono.

In fondo

Fischer e Price hanno scelto di vivere in Italia…

Accademia della crusca

Ritratto di Panz: foto fatta da Frollina a Castiglioni (Marche)

Ritratto di Panz: foto fatta da Frollina a Castiglioni (Marche)

La bambina abbronzata in vacanza ha sfoggiato una grammatica e un lessico da manuale, quasi aulici oserei dire. Per non parlare delle figure retoriche, dell’uso del linguaggio, delle metafore, delle iperboli.

Per due “fini italianisti” come Tino e la sottoscritta è stato come farsi una doccia di sboronaggine, ci siamo sentiti proprio genitori orgoglioni, petto in fuori e pancia…in fuori anche quella. ;-)

Al confronto della nostra treenne e mezzo, l’Accademia della Crusca sembra solo un club per signore passattelle con problemi di intestino.

Di fronte all’enorme vastità di acqua del mare è riuscita a dire:

“A vedere tutta quest’acqua a me viene una gran pipì!”

Incrociando lo sguardo di uno squalo abbastanza in carne, all’Acquario di Cattolica, se ne è uscita con:

“Che denti aguzzi che ha lo squalo…mi mangia in un morso unico!” di cui vorrei sottolineare la ricercatezza della parola AGUZZI… la mia vanità faceva la Ola nel cervello, ripetendo in giro le prodezze linguistiche della cinna.

Ha imparato a dire “Vorrei” invece che “Voglio” quando chiede un gelato e ha espresso un desiderio molto importante, che riguarda il suo papà malconcio:

“Mi piacerebbe tanto andare sulle spalle di papà!” che incrociamo le dita si possa avverare al più presto, il che significherebbe che la schiena di Tino si è rimessa.

Non riesce a dire correttamente la parola “morto” che diventa “moruto in cielo” che è la locuzione che le serve per raccontare la storia del gatto scemo, dipartito il dì della Befana.

Conosce esattamente l’indirizzo di casa e a volte racconta pure la storia della persona a cui la nostra via è dedicata, ha imparato a dire che lei è nata il diciotto dicembre e che è un giorno molto vicino all’arrivo di Babbo Natale.

Il lato B di tutte queste sue raffinerie è che ieri l’ho trovata a cantare una canzone che faceva “merda, merda, merda” stile Rap, tanto che mi sono chiesta se non avesse incontrato Eminem al parco giochi coi nonni e ha anche sviluppato una discreta faccia di tolla da competizione con cui mi sruffiana a comando.

Ieri pomeriggio, per dire, l’ho messa in punizione, vietandole di andare dall’amica MaLta che non vedeva da prima delle vacanze, perché ha fatto davvero la birichina e le ho spiegato che a ogni azione corrisponde una reazione, che l’avevo avvertita e bla,bla,bla e che quindi ora doveva pensare un po’ su alla tal cosa e che sarebbe stata a casa.

Lei – nel panico per averla fatta grossa e con il timore di non andare dall’amata amichetta – mi ha guardato e detto: “Mamma, mamma, mi metto nell’angolo dei birichini da sola!” sistemandosi velocemente e dritta come un fuso nell’angoletto dove la mandiamo a pensare alle marachelle che ha combinato.

Le ho spiegato che se voleva poteva farlo ma che questo non avrebbe cambiato la mia decisione, che se era così brava a mettersi nell’angolo dei birichini, allora doveva pensarci prima e che a casa nostra non esiste l’assoluzione post confessione.

Lei, quando ha capito che non c’era trippa per gatti, mi ha guardato e mi ha detto:

“Mamma, ma lo sai che sei bella?” con un sorriso davvero furbetto.

Io ho sgranato gli occhi (ma mi veniva un sacco da ridere) e allora lei, per rafforzare la sua posizione ha continuato: “Mamma, non è vero, non sei bella, sei….BELLISSIMA!”

Stavo per tornare sui miei passi ma poi mi sono guardata allo specchio e ho capito che la ragazza è diventata talmente brava a mentire che per quando avrà 15 anni dovrò senz’altro assoldare un investigatore privato e una guardia del corpo. ;-)

Cellulite e allattamento al seno cosa hanno in comune?

Apparently, even some Victoria’s Secret models have cellulite. fonte: http://www.futurederm.com/

Apparently, even some Victoria’s Secret models have cellulite. fonte: http://www.futurederm.com/

Domenica siamo stati a un matrimonio di una mia compagna del Liceo e amica. Ovviamente ho incontrato alcuni dei miei compagni di scuola e vecchi amici.

Una delle persone che ho rivisto con più piacere ha un bambino che in questi giorni compie due anni e che avevo perso di vista da prima che rimanesse incinta.

Abbiamo chiacchierato un po’ e – come succede spesso in questi casi – siamo finite inevitabilmente a parlare di primi mesi dopo il parto. Anche lei, come me, non fa parte della categoria di mamme che sono riuscite a rimanere tranquille e gioiose ma ha avuto qualche piccolo problema che ha incrinato, per un po’, la serenità familiare.

Mi ha raccontato che mentre suo figlio dormiva come un angioletto, lei aveva dei grossi problemi con l’allattamento e questa cosa la faceva stare malissimo.

In gravidanza aveva avuto molto tempo per studiare, approfondire, navigare su Internet e si era convinta che sarebbe stata una di quelle mamme che allattano ad oltranza. Aveva partecipato a corsi preparto, riunioni con ostetriche e guru della tetta e aveva coach personali che le spiegavano che tutte possiamo allattare, che se non ci si riesce è per mancanza di reale volontà e che non esiste un problema al mondo che impedisca ad una donna di offrire cibo e salute al proprio bambino.

Poi è nato suo figlio.

Un bambino bellissimo e molto simpatico, per altro.
Nel frattempo si è aggravato suo padre che di lì a poco se ne sarebbe andato.

Lei ha cominciato fin da subito ad avere problemi di vario genere e a non riuscire ad allattare. Piangeva, stava sveglia in ogni momento per usare tiralatte, bere pozioni magiche e cercare di capire quale colpa stesse espiando e perché non riuscisse a fare la cosa che tutti gli ospedali e le ostetriche e i saggi raccomandano assolutamente e definiscono “la più naturale del mondo”.

Lei non ce la faceva.  Nessuno – quando lei spiegava il problema – ha proposto alternative, tutti la rassicuravano e incitavano a proseguire, proponendo percorsi anche difficili ma forse più consoni a lei.

Nessuno – tra coloro che avrebbero dovuto supportarla come specialisti – ha tentato davvero di aiutarla, calandosi nel suo personale invece di abbracciare il solo assioma del “tu DEVI allattare”.

Nel libro di Loredana Lipperini,  Ancora dalla parte delle bambine si racconta che negli anni ‘70 i medici e le ostetriche raccomandavano l’allattamento misto per dare anche ai padri la possibilità di partecipare attivamente a questo momento così speciale e per lasciare alle mamme un po’ di libertà.

Era in uso – fin da subito – iniziare con l’allattamento misto.

Oggi parlare di latte in polvere può diventare motivo di arresto. Una madre che allatta il proprio figlio con il latte in polvere è una mezza madre.

Che non sia vero, che tuo figlio possa crescere bene comunque perché non è detto che allattare sia agile per tutti e non è detto che tutte le donne siano in grado di farlo e magari, pur provandoci, diventa una sofferenza tale che forse è meglio una mamma serena che inforca il biberon a una mamma disperata che allatta, lo scopri solo molto dopo.

La mia amica mi ha detto che se non avesse smesso di provare ad allattare, forse sarebbe piombata in una depressione nera e che ancora pensa a quei momenti con un’angoscia terribile. Suo padre stava morendo. Non era serena e non poteva esserlo e se avesse trovato qualcuno che le diceva che poteva essere una buona madre anche dando il biberon, forse il calvario psicologico si sarebbe arrestato prima.

E invece ovunque ti giri trovi emissari della maternità perfetta, della vita perfetta.

Gente che pensa di doverti dire come si deve vivere, accudire i figli, farli crescere, nutrire.

Mamme estatiche e estasiate che snocciolano consigli. So bene che allattare al seno è più sano che dare il biberon e trovo anche io abbastanza irritante la mamma che non allatta perché teme che il suo bel seno (magari ritoccato) possa rimetterci in bellezza.

Ma per dio, ci sono dei casi in cui allattare al seno non è per forza la soluzione più giusta.

Ed è terribile invece vedere come l’etica della COLPA sia l’unica modalità che sottende ogni azione.

Se qualcuno osa uscire dal seminato, prendere decisioni che non sono coerenti con il pensiero vigente o con la moda in corso, viene COLPEVOLIZZATO.

Ieri mi ha colpito molto trovare su Repubblica.it, nella sezione “Sei di moda”, una rubrica dedicata alle pagine dei giornaletti di gossip dedicate ai vip in vacanza.

Una foto ritraeva Valeria Marini su una barca. Anzi no, ritraeva la coscia di Valeria Marini su una barca. La coscia era quella di una donna bella, con un fisico longilineo ma burroso e la CELLULITE.

Il titolo dell’articolo era:

S.O.S DIETA

Nella didascalia si raccontava che la Marini tentava di coprire la cellulite con un PATETICO copricostume in pizzo ma che usciva lo stesso. Si diceva anche che lei aveva smentito e dichiarato che le foto erano ritoccate.

Tutti a star dietro a un po’ di cellulite.

Mi sono immaginata le lettrici del giornale nelle quali passa un freddo brivido di piacere nel constatare che i cuscinetti non hanno pietà nemmeno della DIVINA e a scuotere la testa. Mi sono immaginata la Marini che telefona al suo avvocato per invocare al ritocco e si fa prendere dal panico.

Mi sono immaginata anche la ragazza giovane che avremmo potuto essere quasi tutte noi, con la sua bella cellulite di serie, che mentre legge l’articolo si chiede se allora quei cuscinetti quasi invisibili passino davvero inosservati come lei spera.

Magari è una ragazza simpatica. Magari è pure bella. Con tutta probabilità ai ragazzi che frequenta non interessa una beneamata cippa della sua cellulite.

Ma

Ma c’è quel fottuto MA.

Anche lei indossa PATETICI copricostumi per mascherare l’imbarazzo.

Vuole dire che anche lei è un po’ PATETICA?

Vuole dire che anche lei – in peso forma ma con la cellulite – ha bisogno di far scattare un S.O.S. DIETA?

Penso alle madri che ugualmente partecipano a questi fantastici corsi preparto new age, filonatur, natural stail durante i quali un’ostetrica illuminata di divina luce svela i segreti della maternità all’insegna del benessere del pupo e dove le mamme stressate, iperattive vengono colpevolizzate per un infinito numero di motivi.

Me le immagino. Nel silenzio della stanza. Sole perché il marito è tornato al lavoro, con il loro pupetto di qualche settimana.

Me le immagino lottare, sudare, bestemmiare, piangere, maledirsi perché lui non ne vuole sapere, perché loro non riescono ad allattare, per una mastite, per la stanchezza, per qualsiasi fottuto motivo che impedisce di DIVENTARE LA MADRE CHE DOVREBBERO ESSERE.

Me le immagino.

E mi viene una gran rabbia nei confronti di questa società.

Per inciso: sono grassa, ho la cellulite e non sempre mi accorgo di qualche pelo superfluo. Domenica, al matrimonio c’era la piscina. Non potete nemmeno immaginare quanto mi sono divertita a fare i tuffi, nuotare, correre, spanzare insieme a Frollina e Tino.

Mi colava quel poco trucco che mi ero messa. Le mie carni si alleggerivano nell’acqua.

Ed ero bellissima e contenta.

La discussione ha preso la sua piega anche su FriendFeed.

Campo solare: primo giorno

La frollina ha iniziato il campo solare. Ci abbiamo pensato molto, prima di iscriverla, ma poi – nella fortuna di avere anche la disponibilità dei nonni – abbiamo preferito comunque farle fare questa esperienza.

Il campo solare (o campo estivo, come si chiama ora) prende il posto della scuola materna durante i mesi di luglio e agosto.

La gestione delle attività è solitamente di qualche società privata e i bambini – riuniti in classi miste – possono essere iscritti per “settimane”.

Le attività previste sono: sport (per i più grandi piscina), attività ludiche varie,  teatro, ecc.

Io da bambina ho sempre frequentato i campi solare e anche le colonie e devo dire che per me è stata un’esperienza importantissima, di quelle che mi hanno aiutata molto a sviluppare la mia socialità e così con Tino abbiamo valutato che potevamo fare un esperimento, per due settimane e che – eventualmente – si è sempre in tempo per ricorrere ai nonni.

La maggioranza dei bambini che frequentano il campo solare non ha la fortuna della frolla e ci deve andare per forza, ma è bello pensare e sperare che sia un posto dove loro si divertono, anticipando o sostituendo le vacanze con alcune attività tipiche dell’estate, come i giochi d’acqua.

Stamattina ci siamo intruppati nella fila di bambini e genitori, assieme a un sacco di persone, per presentare la bambina agli educatori. La fortuna ha voluto che per quest’anno una delle scuole di quartiere scelte come location fosse proprio quella di Frollina così lei non si è sentita fuori posto ma c’è una sorta di continuità con la materna. La fortuna ha voluto anche che insieme a lei si siano iscritti altri 5/6 bambini della sua classe e che stamattina, nemmeno a farlo apposta, ci siamo incontrati tutti lì.

Temevo che la frollina – che è molto socievole ma ha sempre un approccio timido nei confronti delle nuove esperienze – potesse avere qualche momento di panico e invece, fino al momento in cui non ci ha baciato e salutato, è sembrata serena e tranquilla.

C’era una gran confusione a scuola e, devo ammettere, un po’ di ansia mi serpeggiava nel cuore ma non voglio farmi prendere dalla preoccupazione e sperare che sia per lei un’esperienza positiva.

Io ricordo, nei tempi in cui andavo al campo solare, che per la maggior parte  mi divertivo tantissimo. Si stava sempre fuori e si facevano delle attività molto interessanti e carine.

Era un bel modo poi per conoscere delle persone nuove, perché i bambini erano sempre un mischione di tutte le scuole del quartiere.

Il campo solare per me è stato l’anticamera a una delle esperienze più belle che ho fatto nella mia infanzia/adolescenza, ovvero quella della colonia.

Io ADORAVO andare in colonia. Il primo viaggio l’ho fatto a 6 anni, l’ultimo a 16. Partivamo, con mio fratello,su questi pullman, a orari inverecondi di albe estive, per andare in qualche località di montagna con altri 20 sconosciuti che nel giro di poco sarebbero diventati amici, con cui avremmo condiviso stanze da letto, pic nic in mezzo ai boschi e cene in tavolate infinite.

Per me la colonia era sempre un modo per scoprire il mondo senza mediazioni adulte, quelle dei miei genitori. Un modo per inventarmi un pezzo di me e sperimentarlo, che poi se mi piaceva lo tenevo.

Gli educatori erano sempre ragazzi di 25/30 anni, molto allegri e simpatici e da cui – invariabilmente – venivo conquistata (tranne in qualche caso, per fortuna raro).

Un anno, per dire quanto ci piaceva a me e al consanguineo andare, ci erano venuti i pidocchi qualche giorno prima di partire. Per il terrore che ci lasciassero a casa per via delle bestioline, io ho sacrificato i miei lunghissimi capelli biondi (falciati da una compiacente parrucchiera che mi ha trasformato in una piccola palla da bouling) e abbiamo trascorso due notti in bianco, prima dell’ultimo controllo alla partenza, con mia mamma che ci spulciava e pettinava e cospargeva il cranio di aceto.

Il giorno della partenza eravamo “quasi” puliti e di fronte alle perplessità dei controllori abbiamo pianto tanto  ma talmente tanto che alla fine ci hanno fatto salire sul pullman.

Dopo 3 giorni la colonia di bambini si era trasformata in un villaggio vacanze per pidocchi ma anche spulciarci tutti in compagnia aveva un suo fascino da non disdegnare. Della colonia mi piaceva molto anche lavarmi le mutande. Cioé mi piaceva questa cosa dell’arrangiarsi un po’ che mi faceva sentire grande. La mamma ci infilava nella valigia un pezzettino di sapone da bucato e io tutte le sere lavavo le mutandine, con l’ambizioso obiettivo (zduara inside) di tornare a casa con i miei vestiti tutti puliti.

In colonia, all’età di 10 anni, ho dato il mio primo bacio con la lingua.

Mi spiego. Quelli più grandi, dei piani alti, parlavano continuamente di “limonare” e “fioccare”, attività che sembravano ammantate di un fascino perverso e lascivo che tutte le volte che passavo davanti a un limone mi veniva da arrossire.

Avevo anche scoperto che il consanguineo – di 8 anni – era stato agguantato da una bambina genovese che lo aveva coinvolto nel quanto mai proibito GIOCO DELLA BOTTIGLIA. Quell’anno stavamo in una colonia che univa due differenti culture: figli dei portuali di genova e bambini della provincia montana di Tortellini City in un connubio mare-monti da far invidia a un piatto di spaghetti calamari e funghi.

Io ero invidiosa, se si può dire. Cioé, lui che era MOOOLTO più piccolo di me aveva scoperto cosa significasse limonare e io invece ne avevo solo un’idea vaga?

Pensai che era necessario capire, studiare, applicarsi, ma dato che ero una bambina ben educata e a modo, di certo non volevo sbilanciarmi a provare con un maschietto, per lo più verbalmente già avvezzo – come la maggioranza dei presenti – a certe parole.

Andai allora a informarmi sulla teoria e poi – convinta di aver capito tutto – mi avvicinai alla mia amichetta Manolita (amica d’infanzia, vicina di casa e compagna preferita di scorribande che divideva con me la passione per la colonia) e le chiesi seria di tirare fuori la lingua.

“Perché?” mi domandò lei, stupita alla strana domanda. “Voglio vedere una cosa!” risposi  io, convinta e tranquillizzante.

Quando lei – che si fidava della piccola Panzallaria – spalancò la bocca e fece quello che le chiesi, io velocemente gliela leccai con la mia, tipo mucca che lava i suoi piccoli, sperando che mi si aprisse lo scrigno dei piaceri più sordidi, proibiti e sensuali.

Lei comincio a urlare. Agguantò il sapone da bucato che usavamo per fare le zdaure e se lo passò con forza su questa lingua a penzoloni che non voleva fare rientrare fino a quando non fosse passato lo schifo di essere stata leccata dalla sua amichetta.

Io ridevo come una matta e per un pezzo, poi, sono andata in giro sbruffona a dire che anche io avevo limonato e non era poi quella gran cosa di cui tutti parlavano.

Oh quanti ricordi di quell’infanzia alla molla, in colonia: i trekking montani che si dormiva in alta quota, il sacco al letto, le feste e il gioco del postino (antesignano delle chat).

Robe che a pensarci, se da una parte vorrei tornare piccola, dall’altra penso credo che ora prenderò un permesso dall’ufficio e andrò subito a ritirare mia figlia dal campo solare ;-)

Dice che si è fidanzata

I fidanzatini di Peynet (http://www.peynet.net/)

I fidanzatini di Peynet (http://www.peynet.net/)

Dice che si è fidanzata la ragazza. Dice che ha perfino due bambini nella pancia, frutto della sua prematura relazione.

Dice che si chiamano Lilli e Pilli. Dice che ogni tanto, specie quando le si spostano sulla schiena, le danno un po’ fastidio perché si muovono come matti.

Dice che lei è per l’allattamento naturale e infatti ogni tanto li fa uscire dalla pancia per cullarli e farli mangiare.

Nascono tra tre mesi. Sarò tra le nonne più giovani d’Italia.

Dice che lei e il fidanzato prima o poi si sposeranno pure.

Tino – sotto l’effetto delle bombe al cortisone a causa dell’ernia – rimane impassibile come una maschera di cera, ma so bene che, come la sottoscritta, ha dei rigurgiti di terrore a sentire questi discorsi. ;-)

Io provo a raccontarle che poi lei potrebbe pensare anche a tutte gli splendidi lavori che potrebbe fare, come scrivere, disegnare, fare l’architetto, l’astronauta, la giornalista e il medico, invece di star lì concentrata sul fidanzato e menate come il matrimonio.

C’è tempo.

Lei – che si vede ha capito che c’è in giro crisi e fa l’occhiolino allo sposa e marmellata – style – mi risponde che no, lei vuole proprio sposarsi.

E’ presto, le dico, c’hai solo 3 anni e mezzo.

E’ lo stesso, risponde.

“Ma poi Frollina, chi sarebbe questo fidanzato?” chiedo curiosa di sapere quali giri frequenti la mia unigenita.

“Ma mamma, è ovvio. E’ Winnie the Pooh!” mi risponde lei, stringendo dolcemente al petto il suo pupazzo dalla faccia idiota e il ventre prominente.

L’unica consolazione?

Non è un alcolista dalla pancia sfonda di birra ma solo un orso molto goloso. Almeno non la costringerà a violenze familiari e a comunità di recupero, anche se sospetto che dovremo aprire un conto con il dentista.


La Caporetto delle vacanze

La nostra vacanza è stata una CAPORETTO.

Dopo un inizio brillante e presupposti di grande divertimento(siamo andate nello stesso posto dove anche la MaLta e sua mamma stavano passando le vacanze, per la gioia di Frollina) le cose sono andate scivolando verso il baratro.

Al terzo giorno la nana  ha cominciato a tossire e – nella notte – l’è  venuta anche la febbre. Ho sperato si trattasse di troppo sole e di un malessere passeggero perché poi durante il giorno stava bene e invece la febbre ha continuato a presentarsi.

Sabato ci ha raggiunte Tino insieme al papà della MaLta. Aveva un po’ del suo classico mal di schiena che si è aggravato in fretta immobilizzandolo completamente a letto.

Non l’ho mai visto così.

Ieri ho portato frollina dalla guardia medica del paese, perché avrebbero dovuto raggiungerci i miei suoceri per darci il cambio e tenerla al mare fino al prossimo sabato, ma le condizioni della bambina ci hanno fatto prendere la decisione di riportarla a casa. Dopo essere andate alla guardia medica, abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati verso Bologna. Frollina è rimasta con la MaLta  - dovrò fare un monumento ai suoi genitori! – e io ho portato Tino direttamente al pronto soccorso. Forse ha un’ernia.

Lo hanno drogato di cortisone e ora è immobile, a casa, in attesa di fare tutti gli esami del caso per capire come procedere.

Io – per la prima volta nella mia vita – non vedevo l’ora di tornare al lavoro. ;-)

Se anche la sottoscritta cedesse, potremmo ritirarci direttamente dal gioco. Niente più carrarmatini e successo assicurato delle armate nere.

Ma ce la farò, alleandomi strategicamente con il nemico (sfiga) e prendendomi gioco di lui.

Gli orecchini e le baby principesse

Io VOGLIO gli orecchini!

Ha tuonato ieri frollina appena uscita da scuola.

“Sei piccola per gli orecchini…” Le ho risposto io, sperando di riuscire a sedarla con la constatazione anagrafica. “Ma L. ce li ha e L. è piccola come me!” Ha ribattuto lei, che comincia a saperne una più del diavolo.

L. è una sua compagna di classe. L. ha anche lo smalto alle unghie dei piedi, tanto che a Frollina l’è venuta anche sta fissa.

Considerando che io mi trucco solo nelle grandi occasioni, passo meno tempo davanti allo specchio di un cieco e mi sono messa lo smalto solo perché la mamma della MaLta mi ha fatto una cattura al parco, tanto che poi non c’avevo l’acetone e sono rimasta tre settimane tre con le unghie pitonate di azzurro che andava scrostandosi come l’intonaco di un bagno anni ‘60, voi potete capire come sia difficile per me gestire tutti questi desiderata da “signorina”.

Sullo smalto sono scesa a compromessi: dato che Frollina c’ha questa repulsione per la manicure e pedicure, tanto che a volte va a scuola che sembra un aquilotto reale e dobbiamo procurarci un porto d’armi per via di unghie (nere di terra) e affilatissime, l’opzione smalto mi è sembrata un modo per convincerla a farsi tagliare gli arpioni e in effetti sono due settimane che quando le dico “Dai che tagliamo le unghie!” si immobilizza come una mummia e a me sembra un miracolo italiano.

Il trend “principessa” (che solo a pronunciarla, la parola, mi viene tutto un attacco di orticaria come ai tempi d’oro!) è iniziato alla GRANDE.

Bisogna SEMPRE indossare una gonna. Da sola, sopra i pantaloni, fin per dormire. Suddetta gonna deve preferibilmente fare la RUOTA. Che pare che nel manuale della perfetta principessa siano ammesse solo gonne rotanti.

Sotto la gonna devono esserci scarpette di cristallo: sono riuscita a convincerla che le sue ciabatte siano la versione post moderna di quelle che indossava Cenerentola la notte del fattaccio, anche perché  - come è noto a tutti i calzolai – le scarpette di cristallo procurano calli per l’eternità.

Le principesse devono indossare collane, coroncine e anelli: lascio a mia figlia, piena di fantasia, la possibilità di ricavare monili dai vecchi giochi, dai lacci per le scarpe e dalle mollette per il bucato.

Le principesse si accompagnano solitamente a principi: per fortuna non mi ha ancora portato in casa un giandone cinquenne perché se no avrei avuto un collasso cardiocircolatorio e per la mia e sua sanità ha scelto di investire del ruolo reale l’innocente pupazzo di Winnie The Pooh.

Noi tentiamo di proporle alternative a questo stereotipo “sciacquetta”  della principessa che sembra andare per la maggiore nel suo gruppo di amiche, fermo restando che sembra essere una fase necessaria e se sono fasi necessarie è giusto che anche noi ci sciroppiamo la nostra dose di feste da ballo, scarpette abbandonate e mantelli principeschi.

Però.

Però gli orecchini proprio NO!

Non starò qui a farvi un pippone sul perché ritenga che una bambina di 3 anni e mezzo non debba bucarsi e ornarsi le orecchie per assomigliare a una piccola Madonna di San Luca, sappiate però che ieri mi sono resa conto che deve cominciare ad avere presente che ci sono delle cose che le possono fare anche domineddio e tutte le sue amichette ma che se noi non riteniamo opportuno lei le faccia, si dovrà adeguare.

Non voglio diventare schiava del consumismo delle altre famiglie. Non intendo sottostare al ricatto generazionale del “comprami quello perché ce l’ha anche Paolino!”.

Ci siamo sedute sul divano e mentre lei continuava a ripetere la parola “orecchini” come un Mantra, le ho spiegato esattamente questo concetto: ogni famiglia decide cos’è meglio per il proprio bambino e cosa ritiene sia più giusto per la sua crescita. Non sempre tutte le famiglie la pensano uguale e  bisogna sempre essere disposti a cambiare idea, però la mamma e papà sono quelli grandi e fino a quando lei non sarà grande come loro (notate la sottigliezza retorica da contratto assicurativo ;-) ), saremo noi a decidere per lei. Gli orecchini sono cose da signorine e lei è già bella con il suo sorriso, i suoi capelli e i suoi occhi lucenti, non ha certo bisogno di un paio di orecchini luccicanti per attirare l’attenzione.

Non so se ha capito. Ma io sono una mamma critica che non vuole sottostare a logiche di mercato che non condivide e che hanno a che fare anche e soprattutto con una percezione di se’ pilotata da dettami estetici e consumistici.

Devo dire che in questo senso, l’articolo sulle baby Lolite di Valerie, che ho pubblicato su Donne Pensanti, cade davvero a fagiuolo.

Cozze mascarpone e ciccioli

La bambina ha un padre altissimo che non parla molto e che te – se lo incontri alla scuola – ti viene sempre un po’ di soggezione perché mugugna un saluto senza troppi salamelecchi tanto che pensi che forse non c’ha nessuna ragione per perdere tempo a chiacchierare.

E’ successo che la bambina ha già organizzato due domeniche due a casa della nonna, nella campagna della Bassa bonificata e devo dire è stato proprio bello perché a noi stare nella natura piace molto,  e ci piace prendere aria buona, guardare le galline, raccogliere le uova e le patate e giocare con gli altri cinni convenuti e sedere con i genitori dei cinni convenuti e fare delle belle chiacchiere e raccontare degli aneddoti e mangiare cose buone, anche se alla frollina nell’erba si attaccano delle gran zecche ovunque, tanto che è diventata famosa tra i suoi amichetti, perché lei piace alle zecche.

Comunque.

Il padre altissimo della bambina c’ha una trattoria e e fa il cuoco e non è mica tanto vero che è un orso e lo dimostra il fatto che poi, in queste occasioni,  cucina sempre per tutti quanti: familiari e amici e alla fine si pasteggia assai bene.

Per la cronaca, la trattoria del papà della bambina e su non so quale famosa guida perché servono gli zuchetti ripieni più buoni dell’universo.

E neanche le lasagne sono male, ma non ditelo a mia suocera che poi se la prende se sa che abbiamo altre lasagne al di fuori delle sue.

Nell’ultima domenica c’era anche il nostro amico Daniele musicista e allora si sono messi a raccontare degli aneddoti di artisti bolognesi e mi sentivo molto figa a un pranzo dove si raccontano aneddoti di musicisti e cantanti che mi piacciono e li si chiama per nome: Francesco, Gianni e così via.

E il padre altissimo con la faccia da Robert de Niro solo molto più bolognese, ha tenuto banco per quasi due ore e ci ha fatto morire dal ridere, proprio mentre le nostre figlie facevano il bagno nella piscinetta gonfiabile che erano talmente tanti i cinni che sembrava di essere a Riccione il 15 di agosto, negli anni in cui non c’era la crisi e le famiglie stavano un mese intero a Riccione.

E allora ci ha raccontato di quel tempo in cui lui cucinava per un locale estivo all’aperto molto noto della città, che la nostra città è così, siamo tutti pecoroni e se un locale tira, allora ci trovi tutta Tortellini city e non c’è scampo, ovunque senti parlare di quel locale e della musica e delle serate e sembra che tutte le torri della città inizino e finiscano su quella pista.

E lui che faceva il cuoco negli anni 90 in quel posto, diceva che una volta hanno fatto una scommessa con gli altri cuochi, perché a mezzanotte regalavano a tutti un piatto di pasta e dice che ha visto gente quasi picchiarsi per due maccheroni, che quando regalano, si sa, nel nostro paese non si lesina in spinte.

La scommessa – dicevo – consisteva nel fatto che secondo il padre della bambina e un suo collega, qualunque cosa avessero dato agli avventori se la sarebbero mangiata di gusto, tanto era gratis. Ma il cuoco ufficiale ecco non era mica d’accordo, lui che aveva fatto delle scuole importanti di chef e ci teneva molto al cerimoniale, che anche il cibo ne ha uno suo.

Ma poi questo chef era andato in vacanza e così i due amici avevano deciso di riproporre la sfida. Con roba buona, tenete presente, mica scarti o robe così: tutti cibi di qualità.

E alla fine al padre della bambina gli era venuta un’idea creativa e aveva preso delle cozze, poi le aveva saltate in padella con la cipolla, poi ci aveva messo sopra della panna e del mascarpone formaggio tirati e poi a coronamento della panna, del mascarpone e delle cozze, aveva anche grattato sulla pasta condita con il tutto dei bei ciccioli secchi di quelli che sono una specialità delle nostre parti ma non vi dico con che lato del maiale si fanno che non vorrei produrre degli svenimenti.

E a me a sentire questa storia delle cozze con i ciccioli mi veniva un po’ di conato e un po’ da ridere e abbiamo riso di più quando ci ha detto che il padrone del locale dopo aver assaggiato i maccheroni aveva detto che erano proprio buoni e forse era un peccato offrili durante il buffet che quella roba valeva la pena di venderla e allora il papà della bambina gli ha detto che no, meglio offrirli perché era una ricetta francese e la stavano sperimentando.

E la gente, giura il padre alto che assomiglia a rober de niro e se lo incontri all’asilo non emette altro che un mugugno di saluto, la gente ha mangiato tutto di gusto, spazzolando il piatto e anche la pentola e loro si sono divertiti molto a vedere i post- adolescenti spintonarsi per un piatto di maccheroni cozze-mascarpone e ciccioli.

Il padre della bambina, dato che ci siamo messi a pensare dei titoli per il nuovo disco del musicista che però non era mica mai convinto, ha anche detto che quando lui deve prendere una decisione con il suo socio, lui per decidere prima ci pensa bene alle cose poi si prende una gran bresca di vinello buono e alla fine mentre sono lì, nei fumi dell’alcol, dice che le decisioni ti arrivano come delle illuminazioni e allora basta solo aspettare e avere pazienza che il vino scorra nelle vene e il titolo vedi che arriva da solo.

Padri e congedo parentale per la nascita di un figlio

Quando ho partorito la frollina, dopo 3 giorni di travaglio e con l’utero a pezzettini (tanto che non riuscivo nemmeno a stare distesa perché a causa della gran quantità di ossitocina avevo avuto delle contrazioni talmente forti che mi si era bloccata la vescica e per me era più facile gonfiare una borsa di acqua calda, come Beppe Maniglia, che fare tlin, tlin) il mio non marito, la mattina dopo, che la frollina è nata alle 3.01, se ne dovette andare al lavoro.

Io mi pensavo che tutti avessero dei giorni, il diritto di stare a casa, ma invece Tino – che aveva cambiato azienda da poco e non aveva maturato ferie – dovette prendere e andare in ufficio per mantenere le poche ore accumulate, nel caso ci fossero emergenze successivamente.

Ecco, io quella cosa la vivo ancora come una roba che ci ha tolto moltissimo, sia come famiglia che come coppia, perché fin da subito mi sono sentita un po’ sola come un cane e mi è sembrato profondamente ingiusto che lui non potesse stare con noi in un momento così speciale.

Poi, a dire il vero, Tino era particolarmente sparaflashiato e per molti mesi, dopo, per noi è stata una gran fatica come coppia, perché secondo me lui non si era ben accorto di quello che era successo, mentre io invece ero molto ansiosa e spaccamaroni e gli contestavo ogni mossa ed eravamo entrati un circolo vizioso che poi uno si chiede come mai io ci abbia avuto una depressione post partum tra cinna che non dormiva con coliche che iniziavano alle 18 e finivano alle 10 del mattino, due notti al prontosoccorso coi medici che ci dicono che forse non le si è formato bene qualche organo interno e la ribaltano come fosse un calzino, a 5 giorni, e padre che deve andare a lavorare.

Ricordo quel periodo come un incubo. Non ho dormito per 9 giorni di seguito e vi assicuro che non dormire per 9 giorni con in mezzo un parto, non è proprio una passeggiata.

Ricordo quel periodo come un incubo e ogni volta ci sto male, perché invece non tornerà più e mi spiace un sacco ricordarlo così, come un incubo in cui mi sentivo che nessuno poteva capirmi e avevo tra le braccia questo splendido ragnetto che piangeva, non voleva mangiare e si divincolava per il male alla pancia e io a casa da sola che mi sentivo persa che più persa non so e se arrivava qualcuno, però, mi sembrava sempre un’ingerenza e insomma, non ce l’avevo mai pari.

Comunque.

Tutto questo per dire che in qualsiasi paese civile è giusto che i padri stiano a casa i giorni successivi al parto, che dovrebbe essere una di quelle cose assodate ma in Italia non lo è ancora e per ciò, quando ho letto questa notizia io sono stata molto, molto felice.

Nel segno del tredici

Stanno facendo i numeri a scuola.

Ieri le tagliavo le unghie nere di terra da estate passata all’aperto e lunghe da incuria e dimenticanza materna. Lei, dopo aver passato un anno a lottare per evitare la manicure (roba che dovevamo infilarle una camicina di forza), ora se la lascia fare, soprattutto se c’è la promessa dello smalto.

E proprio mentre cesellavo e limavo con le forbicine, mi guarda con i suoi occhioni liquidi e mi dice:

“Mamma non dimenticarti del Tredici!”

Il Tredici, pare, viene dopo il pollice e l’indice.

In un maccherone di conoscenze che è la crescita di ogni bambino.

Marketing etico e pinzillacchere così

Domani pomeriggio tra le 15.30 e le 16, la mia voce uscirà dalla vostra radiolina sulla spiaggia, a casa, al lavoro, al supermercato.

Sempre che la radiolina sia accesa e sintonizzata su Radio 24.

Interverrò nell’ambito della trasmissione Ferry Boat di Vincenzo Argante che vuole sapere cosa penso di mamme, blog di mamme, marketing e pinzillacchere così.

Inutile dire che mi fa un sacco piacere.  Inutile dire che sono davvero felice che si parli di questi argomenti e che si abbia voglia di sentire anche voci che divergono dalla maggioranza.

Credo che sia importante avere la consapevolezza del fatto che in questo particolare momento storico le mamme – e i genitori in generale – sono il target di consumatori più ambito e ghiotto (perché in tempi di crisi l’unico a cui non fai mancare nulla è il pargolo) e che le mamme blogger, in particolare, essendo considerate delle Opinion Leader (che brutta parola ;-) ) nel settore, sono la merce più preziosa per un buon esperto di marketing virale.

Ma dato che non siamo solo quello che consumiamo, credo sia fondamentale essere lucidi su questi temi e capire dove si sconfina nella comunicazione pubblicitaria e dove invece si sta facendo reale informazione, cultura, arte, teatro.

Secondo me è FONDAMENTALE che le due cose vengano tenute separate e che si capisca bene con quali obiettivi si creano reti sul web.

Insomma: marketing si, ma etico, che dica quello che è, che si dichiari in quello che fa e non millanti o nobiliti operazioni finalizzate al guadagno, in modo che chi vuole aderire (gratuitamente o a pagamento, a sua scelta) possa farlo liberamente e in modo che gli utenti/lettori sappiano esattamente a cosa si trovano di fronte.

Credo molto in questa cosa e vorrei che se ne potesse parlare serenamente anche sui blog  della community delle mamme blogger: ricordiamoci che la pluralità dei punti di vista è fondamentale per dare una visione di insieme dei fenomeni sociali e per poter offrire la possibilità a tutti di decidere cosa fare o non del proprio tempo, avendo tante informazioni a disposizione.

Io – per parte mia – credo che il lavoro di ogni persona debba essere valorizzato e che fino a quando qualcuno lavorerà a gratis o per pochi euri,  non sta esercitando solo la propria libertà ma sta anche svilendo il lavoro di tutti gli altri.

Un problema molto concreto tra chi si occupa, a vario titolo, di Rete.