Panzallaria – blog di panza

Precaria dentro ma anche fuori

Settembre: si ricomincia

Io la depressione da rientro delle vacanze non ce l’ho. Avevo la depressione da agosto, se mai. Non ce l’ho perché le vacanze quest’anno non sono andate tanto bene  e perché il 7 agosto ero già, nuovamente al lavoro.

Ho avuto tempo di abituarmi, per dire.

Ma comunque, in generale, preferisco nettamente settembre (e non sono l’unica, c’è chi ne ha fatto un bellissimo sito) e l’autunno.

Io amo l’autunno. Mi piacciono le foglie che si colorano, mi piace mettermi i maglioncini, mi piace molto anche andare in giro in centro, sotto i portici, con quella luce tagliente e calda, delle giornate autunnali.

Adesso è tutto un proliferare di articoli su come sconfiggere la depressione post vacanza,  terrorismo psicologico sull’imminente allerta influenza che – quest’anno – sarà più micidiale del passato (ma la suina non doveva essere una specie di peste? questa cosa sarà, una peste nera?) e consigli sul rientro a scuola, ufficio, vita quotidiana.

Non so, non mi tocca. Ad agosto non potevi mettere piede in nessun parco pubblico, che – a causa del tasso di umidità – spadroneggiavano zanzare tigre da un chilo e mezzo, roba da eliporto in mezzo alle siepi!

Poi non c’era un cane in giro. A me, alla lunga, stanca fare l’alternativa che sta a casa mentre gli altri sono tutti in Salento o in Sardegna e non puoi nemmeno fare finta  che non sia così perché c’è Facebook a ricordartelo costantemente!

Che non so i vostri, ma la maggior parte dei miei contatti sembrava sempre in vacanza, almeno a guardare foto, a leggere status o messaggi di quel socialrobo che ti fa diventare sindaco dei posti in cui vai per primo!

Adesso invece riprende la vita e come ogni anno si fanno buoni propositi organizzativi sia per gli adulti che per i bambini. E a me piace la vita quotidiana e le sue piccole certezze: la pasticceria sotto casa aperta, la fornaia che regala i grissini a Frollina, le maestre che ti guardano riprovevoli perché tua figlia è una selvaggia, i vicini di sotto che friggono fino a uccidere di colesterolo fulminante tutto il condominio, le bariste qui in ospedale che ti raccontano dei fratelli, figli e ti coccolano la colazione, il capo, la macchina parcheggiata in salita e così via.

Le cose di tutti i giorni.

Non che non ami viaggiare e vedere posti nuovi. Mi piace assai. Ma poi io ho bisogno di essere rassicurata. Ho necessità di percorrere due o tre volte il nostro appartamento sapendo che è un posto dove prevalentemente stiamo bene, ho voglia di invitare gli amici a cena, di scrivere al pc in cucina, di farmi un bagno con le bolle e di guardare mia figlia che gioca con i suoi cani e gatti di plastica e gli fa fare la guerra perché il capo dei gatti è passato dalla parte dei cani.

Robe così insomma. Molto normali.

Poi a settembre e ottobre il mio quartiere è uno spettacolo: le foglie dei tantissimi castagni cadono in strada e trasformano la mia via in un tappeto coloratissimo: roba che sentralparc gli fà una pippa!

Per non parlare del Colle della Guardia: in questi mesi andare su per il portico di San Luca è dolcissimo, non ti ammazzi per il caldo e quando arrivi in cima sembra di stare in un film in tecnicolor.

Poi tornano tutti gli amici, ecco. Tornano anche quelli che emigrano, che vanno, che partono a singhiozzo ma ti sembra che siano sempre via.

Aprono le biblioteche e se compri i giornali giusti, puoi passare ore a cerchiare con il pennarello rosso tutti gli eventi cittadini a cui non vuoi mancare.

Io sono una persona provinciale e mi piace avere delle piccole, rassicuranti certezze. Forse perché ho traslocato molte volte, forse perché il passato è sparso. Forse perché sono uno scorpione che ama la casa e le consuetudini.

Cerbottane e fionde: le usavate?

Ho una storia nella testa con dentro una cerbottana e una fionda, mi è venuta in mente oggi, parlando con il mio amico Daniele al parco, che ci viene sempre da raccontarci delle cose dell’infanzia, mentre rincorriamo le nostre figlie. Mi piacerebbe tanto sapere se usavate uno di questi giochi, se li usano i vostri figli e come e se ne avete voglia, vi chiederei di raccontarmi un aneddoto. O qui o su friendfeed.

Grazie mille

Periodo

E’ un periodo di grande cambiamento. Di pensieri. Delusioni e soddisfazioni. E’ un periodo che non riesco a definire con le parole, io che di parole ne ho sempre tantissime.

E’ un periodo che anche scrivere su questo blog non mi dà il gusto che mi ha sempre dato e che poi penso di offrire di me l’immagine che sono, quello che voglio essere e invece mi ritrovo a dover sempre spiegare, dire.

E’ un periodo che oscillo tra l’entusiasmo della mia vita aperta all’esterno, che metto in gioco quotidianamente grazie a donne pensanti e a tutti i progetti che stiamo definendo e la voglia di concentrarmi sul mio ombelico, chiudermi, sparire dal mondo sconosciuto.

Credo di aver trovato il mio karma (passatemi l’uso improprio di una parola che probabilmente uso a sproposito, in chiave new age), la mia strada, ma proprio perché l’ho trovata, sono spaventatissima.

Sono anche molto amareggiata perché proprio ora che mi sento una persona molto migliore di quello che ero qualche tempo fa, mi ritrovo sempre a dover spiegare, oppure la gente – quelli che ritenevo amici – spariscono, si chiudono a riccio, non mi offrono nemmeno una buona uscita dialogica.

E’ un periodo così, che la mia solarità subisce continue eclissi e poi torna e poi eclissa di nuovo.

E’ un periodo che mi spaventano le semplificazioni e invece mi sembra che questo mondo sia votato a quelle, nel bene e nel male.

E’ un periodo che ci sono dei giorni che vorrei mandare tutti a cagare (scusatemi, chiedo venia, ma faccio outing).

E’ un periodo che devo riflettere.

Le avventure di Panz Sawyer

Tom Sawyer

Le avventure di Tom Sawyer

Quando eravamo bambine, con la mia amica Manolita c’avevamo questa fissa di trovare delle avventure come Tom Sawyer.

Per esempio andavamo ad attaccar briga con i bambini del paese per poi intraprendere battaglie a cerbottana nei pressi della nostra casa sull’albero.

Per esempio andavamo al fiume in bicicletta e ci sfidavamo a guadarlo senza perdere l’equilibrio, a piedi nudi sui sassi.

Per esempio passavamo l’estate ad esplorare tutti i posti più strani e paurosi che c’erano intorno alla nostra casa, rubavamo le pannocchie al contadino – che quando ci scopriva erano dolori e proiettili di sale nel culo – spiavamo i ragazzi più grandi e stavamo ore e ore in giro con la bicicletta che alla fine si trovava sempre qualche bella avventura.

Quando faceva molto caldo si leggevano libri di avventura, all’ombra del nostro giardino e quando eravamo annoiate, ci chiudevamo in casa a fare gli scherzi telefonici, che lei era bravissima. Chiamavamo facendo finta di cercare la pizzeria “Tre Galletti” e andavamo avanti, chiedendo delle nostre pizze all’involontario malcapitato, per ore.

Una volta una signora, che si vede era molto sola, tenne la Manolita al telefono per due ore e alla fine, a sentire questa storia di solitudine, ci era venuta una depressione tale che volevamo andare a cercarla per capire se c’era bisogno di coinvolgerla in qualche avventura.

Questa cosa delle avventure è andata avanti per un bel po’ di tempo, dai 10 ai 13 anni di sicuro.

La Manolita fa parte di quelle persone a cui tengo moltissimo perché secondo me le amicizie di quando sei bambina sono quelle a cui ti affezioni in un modo quasi fraterno che poi, potreste non vedervi anche per 6 anni, ogni volta è bellissimo. Comunque la Manolita e io ogni tanto ci vediamo ed è molto bello, ci raccontiamo come se le nostre vite fossero ancora ad abitare l’una accanto all’altra.

Ieri sera la Manolita mi ha chiamato che rideva come una pazza. Mi ha detto che stava rileggendo il suo libro delle avventure di Tom Sawyer e che dentro ci aveva trovato un mio biglietto di quel periodo (età 12 anni circa) e sul biglietto c’era scritto così:

Quando leggerai questo biglietto, per me sarà troppo tardi, mi avranno già portata via.

Non dire niente a nessuno e vieni al laghetto del contadino con:

del cotone idrofilo

dei cerotti

e un panino alla mortadella

Panz

Tino sostiene che allora ha ragione lui quando mi dice che io di certo sono caduta nel Pentolone della “Matteria” da piccola.

Blogchendi di Panzallaria: regalo vestiti di frollina usati ma tenuti bene

candy candy

candy candy - zucchero filato e felicità

Tenete presente che dato che frollina è al mare, noi ieri sera si è fatto bagordi con amici e ora ho un cerchio alla testa che sembra un hula hoop, per cui non sono molto lucida e questo post è frutto della nebbia che aleggia in me stessa, però ieri mi è venuta un’idea.

Su fb facevo la intellettual snob ad minchiam, come ogni tanto mi piace fare e ho parlato del fatto che a me i blog candy e quelle cose lì mi fanno l’effetto della pubblicità in televisione, ovvero mi viene da cambiare canale e qualcuno – meno cacacazzi di me – mi ha ricordato che invece ci sono tante persone creative che li usano per attestare la loro stima ai lettori e allora poi ci ho avuto un pentimento per queste affermazioni ad minchiam e ho pensato, perché non faccio un blog candy anche io? Anzi no, perché non faccio un blogchendi anche io?

Insomma. Non conoscendo le regole dei blog candy me le sono inventate, per ciò perdonatemi se non sarò fedele alla linea.

Comunque.

REGALO

ripeto

REGALO CON GRANDE PIACERE

gli abiti dismessi ma tenuti bene di frollina.

Quindi, se siete lettori di questo blog (attenzione che poi vi faccio delle domande per testare la vostra fedeltà…non è vero, potete partecipare tutti, anche se non sapete neanche chi sono ;-) ) e abitate in zona Bologna e avete bisogno di abiti per bambina 2/3 anni e non avete remore a usarne di usati (io a mia volta ne ho ereditati la maggior parte),

ho delle sporte di vestiti che vi regalerei molto volentieri, a patto che veniate a prenderli voi.

I motivi sono due:

  1. credo fortissimamente nel “passaggio” delle cose usate da bambino a bambino perché comunque a quell’età i cinni crescono in fretta e cambiano il guardaroba molto spesso e trovo che comprare sempre cose nuove sia poco etico, quando le userai pochissimo, per ciò voto per la pratica del passaggio di testimone (che poi gli abitini si portano dietro anche delle belle storie e ha – se ci pensate – anche un bel portato poetico)
  2. tutta sta roba sta ingolfando i nostri armadi: dato che le mie amiche più care hanno tutte sfornato maschietti o hanno figlie della stessa età di frollina, si accumulano e prima di utilizzare i canali ufficiali, vorrei provare con il passaparola.

Per ciò, ecco qua, il primo blogchendi di Panz.

Chi è interessato lasci un commento a questo post o mi scriva a panzallaria73@gmail.com che ci mettiamo d’accordo.

Vado a bere il terzo caffè sperando che questo enorme masso che ho al posto del mio neurone vagante si alleggerisca un poco e mi permetta di sopravvivere alla giornata.

L’Umanista Informatico secondo me: storia di un matrimonio felice

Nerd innamorati

Nerd innamorati

Il blog di Sergio Maistrello, per chi lavora con le parole e la Rete è una fonte imprescindibile di approfondimento.

Così anche oggi, oltre all’interessantissima analisi su Facebook (da giorni stavo pensando anche io di fare il punto sulla mia personale evoluzione nell’uso di quel social net), grazie a lui ho scovato questo ebook: L’Umanista Informatico di Fabio Brivio e ho ovviamente dato un’occhiata alla titolazione dei capitoli e ai contenuti, dato che mi sono sentita presa in causa.

Mi è venuta anche voglia di parlarne, finalmente, della figura dell’Umanista Informatico verso la quale sembra si inizi a nutrire qualche interesse.

Sono passati quasi 10 anni da quando, raccontando agli amici della mia scelta di frequentare un Master in Informatica e Comunicazione per le scienze umanistiche, tutti mi guardavano come se mi fossi convertita all’Islam.

Mi ero laureata in Lettere, con una tesi in Letteratura contemporanea e avevo intenzione di passare dall’altra parte della barricata? Davvero mi volevo occupare “di computer”?

Durante gli ultimi anni di Università avevo intuito, grazie a un corso di Informatica Umanistica (davvero all’avanguardia per allora) che la Rete, il linguaggio semantico del Web e le implicazioni che avrebbe avuto un nuovo modo di raccontare il mondo e entrare in connessione che Internet offriva, erano strettamente apparentati con le scienze cognitive, la filosofia, la linguistica.

Quel corso cambiò decisamente il corso delle mie scelte. Perché se prima di allora il futuro professionale mi appariva come una nebulosa e l’unica certezza che avevo era che sarei stata parte della folta schiera di laureati in materie letterarie che finiscono disoccupati o che si ritrovano a fare un lavoro lontanissimo dalle proprie aspirazioni, dopo un anno tra html, css  e riflessioni attorno alle conseguenze della struttura associativa del web sul pensiero, capii che quella era la mia strada.

Non fu una strada facile. Non fu solo filosofia o linguistica o scienze teoriche.

Un umanista che ha voglia di lavorare con il web, posizionandosi in quel punto intermedio tra chi si occupa esclusivamente di contenuti in maniera tradizionale e il “nerd” informatico che “sputacchia” codice (come diceva sempre un mio Professore) deve dismettere per un po’ ciò che gli sta più a cuore (le scienze umane), tenendosi cara la struttura del pensiero che ha acquisito negli anni dell’Università, per immergersi in codici di marcatura, programmazione, logiche di progettazione di un database relazionale e deve cimentarsi in materie che lo faranno sentire, spesso, un po’ deficiente.

Come se fosse atterrato su un altro pianeta.

L’informatico guarda all’umanista che si avventura nel suo mondo con scetticismo e a volte disprezzo. Potrai fargli la domanda più intelligente e arguta che abbia mai sentito e la sua prima risposta sarà sempre la stessa e sempre con il medesimo tono: strascicato e annoiato.

“Ma è’ acceso il computer?”

Prima di rompere il muro della diffidenza ci vorrà tempo, sangue e sudore.

L’Umanista tradizionale che ha a che fare con l’Umanista Informatico lo tratta quasi sempre come se fosse un tecnico della Telecom. Dal collega della carta dovrai aspettarti principalmente una sola domanda:

“Mi puoi aggiustare il computer? Ho lo schermo che fa le farfalle…”

I primi anni non sono di vita facile.

In compenso, una volta che avrai bevuto al Sacro Graal della programmazione e avrai costruito almeno un centinaio di pagine in Html strict usando il blocco note (e non qualche editor, che così sono capaci tutti!) per espiare i tuoi peccati di fine italianista, potrai tornare alle parole.

Alle parole del web.

Sarà come una folgorazione e ti renderai conto che hai un bagaglio di conoscenze che è un VALORE AGGIUNTO e che se anche non programmerai mai in php, il fatto stesso di sapere cos’è il php ti rende in grado di dialogare con l’informatico della scrivania accanto senza la sensazione di stare seduto accanto a uno stregone che prepara veleni e pozioni mefitiche.

E se la prima volta lui ti farà sempre quella stessa domanda sul tasto di accensione, poi riuscirai a conquistare la sua fiducia facendogli capire che anche tu hai a cuore accessibilità e usabilità e che conosci benissimo i vantaggi dell’inserimento di un Link relativo piuttosto che assoluto.

Il web si muove in un territorio solo apparentemente lontano alle scienze umanistiche: l’xml è basato sulla Semantica e la categorizzazione gerarchica, avendo molto a che fare con alcuni dei principali orientamenti filosofici occidentali.

La struttura associativa con cui si costruisce la narrazione in Rete ricalca il modo in cui la nostra mente produce le idee ed è molto affascinante studiare i legami che ci sono tra strutture del web e riconfigurazione del pensiero e del sapere.

Da quando esiste la Rete la linearità che aveva acquistato enorme spazio grazie all’invenzione della scrittura ha lasciato margini di crescita al pensiero associativo, molto più di quanto oggi non ci rendiamo conto.

L’Umanista Informatico trova lavoro molto più facilmente e efficacemente dell’Umanista tradizionale. Dieci anni fa in pochi ne intuivano l’importanza ma oggi le principali aziende che si occupano di comunicazione web hanno capito che siamo merce preziosa.

Lavorare con le parole e con la progettazione di siti, blog, social network è una sfida affascinante e devo ammettere che non mi sono mai pentita della mia scelta, credo anzi che sia molto importante certificare questo tipo di figura professionale e farne percepire le potenzialità anche a chi è coinvolto, a vario titolo, nella gestione dei contenuti del web.

Ho voluto scrivere questo post, raccontando la mia esperienza professionale (da stagista schiava in veste di HTMLlista sono passata a editor per poi occuparmi di contenuti e social network, fino a creare progetti complessi che hanno a che fare con la struttura delle reti sociali, come ad esempio donne pensanti) perché credo che oggi, in un Paese dove i laureati sono carne da macello della precarietà, specializzarsi in Comunicazione e Informatica sia una grandissima opportunità per tutti coloro che hanno scelto Facoltà come la mia.

Per dire: io ho sempre avuto opportunità professionali e quando non le ho colte è stata per una scelta personale.

Ho voluto scrivere questo post perché sono felice di constatare che si comincia a parlare di questo tema e non credo sia un caso il fatto che nella stessa settimana trovo il libro di Brivio e vengo invitata a un incontro con i neo laureati in Facoltà Umanistiche dell’Università di Trento per raccontare della mia esperienza.

Ho voluto scrivere questo post perché in Italia l’Umanista informatico è prima di tutto (e spesso solamente) colui che utilizza i mezzi informatici con fini didattici, mentre è importante dare rilievo al contributo che un umanista può dare professionalmente, anche fuori dalla scuola o dall’Accademia, nell’ambito della comunicazione.

Per approfondire:

  • Il post in cui Fabio spiega perché ha scritto il libro L’Informatico Umanistico
  • L‘informatica umanistica secondo wikipedia (è dato ampio spazio all’accezione più comune del termine secondo cui l’umanista che utilizza l’informatica lo fa prevalentemente come strumento didattico)
  • L’articolo Il linguaggio oltre il linguaggio di Massimo Parodi, sulla rivista Informatica Umanistica (Parodi è il professore che nel 200o diede vita al Master che ho frequentato, presso l’Università di Milano)
  • Sito ufficiale della Facoltà di Informatica Umanistica dell’Università di Pisa (l’unico corso di laurea attualmente in Italia che si occupa di Informatica Umanistica)

Un calorico outing


Botero: Adamo ed Eva

Botero: Adamo ed Eva

Da bambina volevo fare la ballerina. Stavo ore a specchiarmi davanti alla televisione spenta, in punta di piedi. Una volta vidi anche la Carla Fracci in bianco e nero e pensai che volevo diventare come lei.

Poi ho iniziato a danzare il ballo del cannolo e mantenere quel portamento aggrazziato e diventato impossibile.

Per fortuna con la quantità di nuoto (allenamenti di due ore e trenta tutti i giorni e gare nei fine settimana) sono riuscita, per anni, a contrastare gli attacchi del mio stomaco ingordo.

Mangiavo come una betoniera ma consumavo come una Ferrari.

Quando ho smesso di nuotare non ho ugualmente smesso di mangiare. Per un po’ ho applicato quella gran brutta moda di ficcarmi due dita in bocca e vomitare dopo i pasti.

“Un modo per chiedere aiuto!” mi diceva qualcuno.

Solo che  provateci voi a chiedere aiuto con due dita in gola: non fosse per altro, ma la voce esce che sembri la protagonista del remake dell’ Esorcista!

Quando mi sono resa conto che stavo facendo una grossa stronzata, ho cominciato a fare la dieta.

Dopo la venticinquesima volta che dimagrivo un sacco e poi ingrassavo il doppio volevamo scritturarmi nell’orchestra del Centro Anziani del quartiere: il signor Otello Fantazzini mi avrebbe usata come fisarmonica emiliana doc.

Ho conosciuto più dietologi che uomini e chi sa del mio passato libertino ha la misura di questa affermazione.

Ho aperto questo blog per parlare dell’ennesima dieta.

Quando ho conosciuto Tino, anche lui era appena dimagrito moltissimi chili. Andava tutti i giorni in palestra per tenersi in forma, faceva un sacco di panca. Come la capra del proverbio.

Tino ed io ci siamo trovati su moltissime cose. Non ultima il nostro rapporto conflittuale con il cibo.

La mamma e il papà di Tino, quando lui telefonava dalle vacanze a Mikonos con gli amici, invece di chiedergli “Come stai? Cosa hai visto? Hai messo il preservativo?” gli domandavano cosa avesse mangiato.

Quando Tino ha confidato alla madre che era diventato vegeteriano, lei ha tentato il suicidio e dalle vacanze al mare, con Frollina, l’unica cosa che ci raccontava era il menu della piccola, fornendoci dettagli succulenti sull’efficace transito intestinale di nostra figlia.

Tino ed io abbiamo per anni abusato del cibo in maniera felice e complice.

Sagre, feste, cene con gli amici, colapranzi, cene a due, tagliatelle, carbonara, pesce, cioccolato, nutella davanti alla televisione, dolce di mascarpone ingurgitato di notte.

Io ho sempre pensato che un uomo mi deve amare così come sono. In pratica ho sempre desiderato incontrare uno zoologo che potesse intuire il mondo meraviglioso che si celava sotto le mie apparenze di Balena.

In Tino l’ho trovato.

Credo che anche lui stesse cercando una zoologa: in me l’ha trovata.

Vi chiederete perché sto scrivendo tutto ciò. Sono un po’ cazzetti nostri e fino ad oggi ne sono stata GELOSISSIMA.

Ma

attualmente

il non marito sta molto male.

Ha quattro ernie quattro e ogni 7 giorni rimane completamente bloccato. Mentre la maggioranza di voi ieri grigliava carne sul braciere di ferragosto, lui tentava di alzarsi da letto perché le gambe non rispondevano ai comandi.

Io (cito la mammadellamalta che ha saputo astutamente definirmi) ho un corpo che non mi appartiene. Essendo stata una sportiva e una gran camminatrice sono molto forte ma a causa dei tantissimi chilogrammi in più faccio grande fatica, sono goffa e mi sento a disagio con il mondo.

Per un po’ ho fatto finta di non sapere che eravamo complici, Tino ed io. Per un po’ ho fatto finta di credere che la mia ciccia non c’entrasse nulla con la fottuta paura che ho di essere ferita dagli altri.

Ma ora basta.

Due anni fa mi sono ammalata e ho voluto trarre da quella esperienza lunga e dolorosa un insegnamento, una possibilità di crescita e credo di aver risolto molte cose che da troppo tempo bollivano sotto pelle.

Oggi che è Tino a non stare per niente bene e che a tratti ci sembra che il buio possa diventare solo più buio, credo che dobbiamo entrambi imparare a volerci più bene e mettere da parte il cibo per recuperare il nostro amor proprio, la nostra salute.

Non è una questione estetica, badate bene. Io credo di essere una ragazza carina, anche se sotto forma di balena e Tino è un uomo eccezionale.

Ma senza tutta questa ciccia sicuramente lui ha molte più possibilità di riprendersi. Senza tutta questa ciccia io potrò ricominciare a fare moltissime cose e si abbasseranno di molto le possibilità di rimanerci sotto per un attacco violento di asma.

Lo scrivo pubblicamente perché spero che scrivendolo pubblicamente, questo dia un contributo all’inizio di un nuovo percorso.

Perché a settembre andremo da una Dietologa che stimo molto.

E il prossimo anno, a ferragosto, voglio sperare di aver fatto tantissima strada, che Tino abbia smesso di soffrire così tanto e di aver recuperato me stessa, sotto tutti questi strati di grasso.

E invece di una grigliata di ferragosto, la prossima estate voglio una vacanza degna di questo nome.

Con nostra figlia.

Magari in groppa a sua padre.

Noi tre a spasso per il mondo.

Su Friendfeed un dibattito su ciccia/felicità:

Alla finestra di qualcun altro

Salvador Dalì: ragazza alla finestra

Salvador Dalì: ragazza alla finestra

Andiamo a dare da mangiare a tutti i gatti del Condominio, la frollina e io. Quelli rimasti orfani di padroni vacanzieri di qualche o tanti giorni.

Andiamo all’ultimo piano. In una casa che è strutturalmente lo specchio della nostra.

Andiamo dai vicini esotici.

Andiamo e coccoliamo, puliamo, nutriamo.

La bambina abbronzata non vede l’ora. E’ un appuntamento con il fascino felino, che le viene elargito con maggior disinvoltura da gatti stranieri piuttosto che dalla nostra gatta tremolina. Lei – traumatizzata dalle botte prese prima di arrivare a noi e senza aver avuto un terapista adeguato al problema – scappa quando vede Frollina. La teme. Lei e la sua vocina squillante, le sue manine voraci che vorrebbero infilarsi nel pelo bianco.

Loro, i gatti dei vicini, pasciuti e sereni, invece la avvolgono in stiracchiate meravigliose, le annusano le dita, la blandiscono con miagolii di ricerca.

Io amo andare nelle case degli altri.

Perché da ogni appartamento, apparentemente così vicino e simile al mio, io guardo fuori dalla finestra.

E da ogni finestra vedo un paesaggio che è lo stesso ma è molto diverso da quello che vedo dal mio appartamento.

Per esempio

dall’ultimo piano

ho scoperto che si vede tutto il Colle della Guardia. Si vede San Luca, preciso nelle sue rotondità, si vedono le ville che sono cresciute lungo i fianchi della nostra collina. Si vede il rigoglioso verde che amministratori avveduti hanno voluto conservare e che rende Bologna una città speciale.

E’ un panorama mozzafiato che da casa mia, qualche piano sotto, è reso impossibile per la presenza di altre case, giù nel sottobosco popolare in cui viviamo.

Ma questa epifania, l’aver scoperto che tutto questo è visibile, anche solo dall’ultimo piano mi ha migliorato il tempo di questa faticosa estate di dubbi, domande, piccole prove come gocce.

Quel panorama c’è. Io non lo vedo, ma lui c’è e se chiudo gli occhi o se mi sporgo bene dalla mia finestra, posso intuirlo, immaginarlo, viverlo.

A volte la vita dipende molto dalla finestra da cui ti affacci.

Back_home

Sono tornata. Ho scritto qualche post per raccontare le mie vacanze perché scriverne uno unico non mi riusciva. Troppe cose e sensazioni contrastanti. Non sono finite in quello che ho già scritto ma ora non ho il tempo per parlarvi, per esempio, dei libri che ho letto e delle cose di cronaca che sono successe nel frattempo e riguardano sempre tristi casi di donne uccise da uomini. Non ho il tempo nemmeno di dirvi tutte le cose che ho pensato guardando il cielo. Ma lo troverò.

Nel frattempo, per leggere i post

al contrario, partendo da questo: Di nuovo insieme

Il tag è vacanze 2010

Appena scarico le foto, corredo.

Buone vacanze a chi parte, buon rientro a chi torna come noi, dalla famiglia Panzallaria, dalla bambina abbronzata e dalla sorella che dice di tenere nella pancia.

E sappiate che se piove, bisogna urlare molto forte alle stelle e chiedere che di notte spazzino via le nuvole con un soffio magico.

Alle volte le stelle ascoltano

Riviera

Dopo aver salutato gli amici e giurato di tornare, siamo partiti per Riccione, dove ci aspettava lei.

Riccione è insieme un posto sottovalutato e sopravvalutato, secondo me. Il mare è bello, niente a che spartire con i miei ricordi di mucilliaggini adriatiche. Noi poi eravamo in un posto carino e con persone carine, c’era il cortile e alla sera mangiavamo piadina all’aperto.

Riccione è anche però tanta confusione, vestiti di marca che sfilano su persone di marca in gara per promuovere la propria marca.

Mi sono rilassata. Tino è stato bene. La bambina abbronzata ha giocato e fatto bagni.

Ma quando ci siamo spinti nelle vie della movida, ecco io mi sono un po’ stressata. Confusione, rumore e – non so da cosa derivasse – la sensazione di trovarmi in un posto con tante persone arrabbiate e sole.

Riccione è un paese che devi scegliere cosa fare. Se scegli bene è proprio bello e ti fa tornare un poco bambina. Se scegli male, secondo me ferisce.

La baia di Gabicce, vista da Gabicce Monte sembra un posto molto più esotico.

La bambina abbronzata dice che sembra una piadina a guardare di sotto.

Il tempo primagostano non è migliorato e come al solito, dove noi andiamo, pioggia portiamo.

Siamo rientrati a Bologna con un paio di giorni di anticipo: a me è venuta una fastidiosa bronchitina e la bambina abbronzata continuava a dire che lei aveva voglia dei suoi giochi, del suo letto, delle sue amiche.

Dice che sua sorella l’aspettava e che lei non può fare aspettare sua sorella.

Ovviamente

Ovviamente appena Tino si è rimesso decentemente in piedi, ha cominciato ad arrivare il brutto tempo. Abbiamo fatto finta di nulla. Io mi sono tuffata in piscina che ci saranno stati 20 gradi.

Si stava bene.

La bambina abbronzata raccontava di quando con sua sorella aveva visto i cervi.

Io valutavo il modo migliore per acquistare casa lì.

Mi sono innamorata di quei luoghi.

Del colore dei campi e dell’aspettativa del mare.

Ovviamente quando siamo riusciti a rilassarci un po’ siamo dovuti partire. Ma l’ultima sera, dopo l’ultimo bagno in piscina, Tino ed io ci siamo bevuti una birretta al tramonto e fumati una sigaretta.

E mentre ci sembrava che i pensieri foschi svanissero, ci siamo detti che da lì, da quel momento dovevamo ripartire.

Che è ora di prenderci cura di noi, di dimagrire, di sistemare la schiena e recuperare spazi personali e di coppia.

“Sono troppo giovane per invecchiare!” disse il bambino di 5 anni mentre qualcuno gli diceva che ne dim0strava 7.

Gli amici delle vacanze

Sono stati loro, i due gemelli dell’età di frollina che abitavano nella casina accanto alla nostra a dire una mattina:

“Ci piace molto giocare con la bambina abbronzata che abita qui vicino!”

Sono stati i loro genitori, calabresi trapiantati a Torino, a tirare fuori la sottoscritta dal buco (oltre ovviamente alle amiche, via telefono).

Gentilmente mi hanno coinvolta in un paio di gite, così io e frollina per qualche ora abbiamo fatto finta di essere in vacanza. Nel frattempo Tino tentava di riprendersi in casa.

A suon di punturoni, purtroppo.

Abbiamo visto Corinaldo e abbiamo comprato i Ringo a Fabriano, dove ci sono negozi che io – in un altro momento della vita – ci avrei lasciato un rene, per via della mia insana passione per la cancelleria.

In 4 giorni Tino è tornato a camminare e abbiamo deciso di restare in vacanza e godere di quello che riuscivamo ad ottenere da questo faticoso momento.

Persone gentili ci accudivano. Persone gentili condividevano con noi gli spazi. Alla sera i bambini e i ragazzi, dai 2 ai 17 anni, passavano il tempo insieme. C’era Riccardo di anni 13 che era molto bravo con i bambini e giocavano a rincorrersi e che lui era il lupo cattivo e i piccoli scappavano.

Una sera abbiamo cenato con Gloria che ci aveva consigliato il posto e che abita in quei luoghi meravigliosi. Una sera siamo andati al Paese dei Balocchi a Serra San Quirico e gli occhi di grandi e piccini si sono lasciati incantare dalla fantasia.

Quando qualcuno ha chiesto alla bambina abbronzata cosa le era piaciuto di questa manifestazione ha risposto: “L’elefante”.

Lo aveva visto lei sola, mentre la luna saliva nel cielo arancione e sembrava un sole in incognito.

Il tunnel

Avrei voluto qualche amica sulla cui spalla piangere.  In quella situazione Tino era inamovibile e avremmo dovuto attendere la fine della crisi per tornare a Bologna. Per mesi avevamo accumulato stanchezza e voglia di partire, per mesi avevamo sognato la Puglia in campeggio e avevamo dovuto cambiare i nostri piani, e ora? Ora Tino, malgrado tutte le prudenze, stava male. Oltre al dolore, l’ansia per il fatto che nemmeno le punture da cavallo gli facevano effetto e lo scoraggiamento perché era stato attentissimo.

Io pensavo al tunnel e mi ci sentivo in mezzo, quando non vedi più la luce dietro e l’uscita è dopo la curva. Pensavo a tutte le cose che vorrei fare insieme, alle cose che vorrei che facesse la mia bambina, i viaggi, le esperienze e al fatto che forse siamo un po’ troppo giovani per invecchiare.

E in tutti questi pensieri pensavo anche a quella volta che siamo andati in vacanza in vespa con la tenda, alle traversate in traghetto per la Sardegna, rigorosamente passaggio ponte (ma senza il tetto).

E un cumulo di rabbia, angoscia e tristezza mi si stringeva nelle lacrime.

Mentre tutto intorno a noi c’erano valli piene di girasoli e castelli e paesi arroccati dimentichi.

La bambina abbronzata, malgrado tutto, rideva della vita e delle cose.

Un giorno abbiamo visto uno scoiattolo che attraversava veloce la strada.

La bambina abbronzata ha detto:

“Corri corri scoiattolino che tu sei bello ma se ti schiaccia una macchina sei moruto in cielo!”.

Tino e la schiena

Abbiamo studiato un piano B per le vacanze, dopo aver saputo che le condizioni della schiena di Tino sono peggio di quello che pensavamo e che fino a quando non avrà sistemato un po’ la faccenda dovremo vivere sul minimo in fatto di spostamenti e sport.

Lui ha fatto religiosamente i suoi esercizi, ha nuotato molto e molto impegnato. Abbiamo spezzato il viaggio in maniera certosina non guidando per più di mezz’ora a botta.

Il primo giorno di vacanza siamo andati a dormire felice.

Posto bello.

Persone gentili.

Ottimo cibo.

Dopo 2 ore il non marito si è alzato da letto. Era piegato in due e con le gambe praticamente immobili.

Sono iniziati giorni bui: il cortisone d’emergenza non ha fatto effetto subito e lui soffriva come un cane.

La frollina aveva voglia di fare tante cose.

Io soltanto di piangere.

La bambina abbronzata e la natura

Siamo arrivati ad Avacelli e ci sembrava di stare in paradiso. La bambina abbronzata ha fatto cadere tanto di mascella di fronte al parco giochi con un castello a due piani dove scivolare e dindolare. Noi abbiamo subito voluto provare la piscina. C’erano bambini, gatti e molti altri animali. Veri e finti. Aprendo la porta della nostra stanza, subito il prato. Intorno le bellissime valli marchigiane che – date retta a me – sono sottovalutatissime. Nulla da invidiare alle colline toscane, solo meno costose e con pochissimi turisti. Abbiamo pensato che sarebbero iniziati dei bei giorni e che ne avevamo molto bisogno.