Cinquecento Hostess sono solo folklore?
Siamo in Italia. Corre l’anno 2010. Anche se forse a leggere i giornali di questi giorni, molte persone (soprattutto donne) potrebbero credere che non era solo un’impressione quella di essere ricaduti in un Medioevo sociale davvero inquietante.
Cinquecento hostess, tre conversioni lampo, copie del Corano in regalo per tutte e gettone di presenza legato alla consegna del silenzio. C’è tutto questo nella prima giornata romana del colonnello Gheddafi. All’Accademia libica di Roma si sono ritrovate in 500 questa mattina per il meeting con il Colonnello. Di reclutarle si è occupata l’agenzia Hostessweb. Centinaia di ragazze che hanno ascoltato per un’ora e mezzo il leader libico parlare di Islam e Corano. Per ognuna di loro in regalo una copia del libro sacro dei musulmani. Fuoriprogramma con tre hostess che si sono convertite all’Islam in una cerimonia celebrata dallo stesso Colonnello. Tutte le partecipanti sono state vincolate al silenzio pena il mancato pagamento dei 70 euro promessi come compenso.
fonte Repubblica
La testimonianza:
“Silvio gli ha fatto credere che in Italia vi fossero ragazze interessate ad ascoltarlo sull’Islam”, ha detto la ragazza che, romana d’adozione, prenderà 64 euro per la partecipazione di ieri.
Ieri il leader libico è arrivato a Roma per una due giorni finalizzata a celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Libia.
Oggi il leader libico parteciperà a un incontro con il premier Silvio Berlusconi alla caserma dei carabinieri di Tor di Quinto, a una mostra sulla storia dei rapporti Italia-Libia sempre con Berlusconi e anche a un secondo intervento con 500 hostess italiane. Il leader libico dovrebbe anche cenare con Berlusconi.
fonte Reuters
Ecco il commento di Berlusconi, a fronte delle numerose dichiarazioni del Leader libico Gheddafi, in visita in Italia per rafforzare il rapporto economico tra i due Paesi:
“Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore”
fonte Repubblica
Su Friendfeed:
Bologna. Cos’è diventata?
Prendevo il caffè con il mio vicino, l’altro giorno, che mi ha regalato questi splendidi cartellini per metterci dentro il nostro nome nel campanello e ci siamo messi a parlare di Bologna, di come è cambiata, di com’è, di dove vuole andare. E parlare con lui è stata come un’illuminazione perché fino a prima pensavo che Bologna fosse immobile. Perché non è più una città accogliente, non è più una città giovane, perché ci sono tante microrealtà ma sono piccole, non si fa nulla per farle emergere. Perché non ci sono mostre che attirino persone ma solo dei gran graffiti da ripulire, che ormai – finita l’emergenza extracomunitari, sui giornali siamo passati all’emergenza graffiti.
E poi c’è il Civis e poi c’è il Cinzia gate e il fratello di Errani e la Maremma maiala.
Insomma, porca paletta, che tristezza che è diventata Bologna. Mi ricordo tempi in cui uscivi alla sera, anche in pieno agosto e c’erano un sacco di cose belle da fare, soprattutto se eri giovane. Ora c’è solo il cinema in piazza che finisce a metà luglio e poi, se non sei un po’ introdotto in qualche realtà, ecco ti sembra di non avere altre opportunità. Ci sono tanti anziani a Bologna, che controllano i cortili condominiali, che polemizzano con tutto ciò che non conoscono. Ci sono tanti anziani a cui non piace il rumore di via del Pratello e per cui i giovinastri sono solo un inutile fastidio.
Insomma. La nostra Bologna. Che è una città che amo, che adoro, che mi ha visto triste, disperata, allegra, felice, malata, guarita, innamorata. Bologna con i suoi colli che la giri tutta intorno e guardi il tramonto sulle torri e sembra il mare. Un mare di rosso, quello del sole e quello dei palazzi, tutto confuso. Bologna con i parchi, con le vie piccole del centro, con l’odore di glicine e quello di castagno e le foglie spazzate via dall’autunno.
Ma forse non è vero che è immobile. Bologna forse ha solo scelto. Ha scelto di diventare una città vecchia e provinciale. Immobile. Poco accogliente. Una città come tante. Di quelle che piacciono al Calderolo, che ha il coraggio di dire una cosa che noi altri sentimentali facciamo fatica ad ammettere, ovvero che in questa città ormai pulsa un cuore leghista.
Ies.
E’ una città a misura di vecchi Bologna. Ormai. Altro che parigi in minore. Altro che osterie fuori porta.
L’accoglienza costa, la tolleranza è impegnativa e una città com’era Bologna è solo un FASTIDIO.
Il lavoro e le donne: perché a volte siamo conniventi di situazioni ingiuste?
Di oggi un articolo di Repubblica sugli scoraggianti dati occupazionali al femminile del nostro Paese.
Nel 2010 esistono ancora situazioni professionali e zone d’Italia dove essere donna è un fattore discriminante non solo per una realizzazione professionale ma anche per mantenere un qualsiasi lavoro.
- Quanto c’entrano la maternità e i maggiori impegni familiari di cui spesso si fanno carico le donne?
- Quante donne scelgono di rimanere a casa dal lavoro perché la ricerca è estenuante e spesso il gioco non vale la candela?
Sul rapporto donne e lavoro si crea spesso un muro di omertà: pochissime donne hanno il coraggio di fare nomi e cognomi, a fronte di esperienze negative, per paura di essere TAGLIATE FUORI, che il LICENZIAMENTO non sia la cosa peggiore.
Ci sono donne che firmano, al momento dell’assunzione, lettere in bianco di licenziamento che verranno – all’uopo – usate dal datore di lavoro per “liberarsi” di loro in modo pulito e senza alcun appiglio legale.
Perché queste donne ACCETTANO di firmare queste lettere?
Il 10 settembre 2010 sarò ospite di Salotto Precario alla Festa Provinciale dell’Unità di Bologna per parlare di questi temi.
Sto raccogliendo riflessioni e esperienze personali sul social net di Donne Pensanti ma mi piacerebbe ricevere anche il parere dei lettori di Panzallaria, magari con un focus sulla maternità e una riflessione sul perché – a volte – le persone si sentono di non avere altra scelta che diventare conniventi di situazioni ingiuste, giocate sulla loro stessa pelle.
Rompiamo il muro di omertà! Parliamone di questi temi.
Se ne parla anche su friendfeed:
Faith ieri era a Bologna oggi rischia la morte in Nigeria
Dobbiamo muoverci. Aiutateci a far emergere a livello nazionale questa notizia che abbiamo riassunto anche nel “Decalogo di Faith” su Donne Pensanti:
- Faith ha 23 anni e quattro anni fa ha ucciso un potente connazionale, per difendersi dai suoi tentativi di violenza sessuale.
- E’ stata condannata a morte nel suo paese (che non contempla per le donne l’attenuante della legittima difesa).
- E’ scappata dal paese che la vuole morta.
- Si è rifugiata a Bologna credendo di essere al sicuro.
- Hanno tentato di violentarla nuovamente.
- Ha denunciato il suo aggressore.
- E’ stata fermata dalla Questura.
- E’ stata rimpatriata nel suo paese.
- In questo momento forse è già stata impiccata.
Su donne pensanti trovate il testo completo. Se volete potete mandarlo anche voi alla Questura e al Comune di Bologna (indirizzi sul sito). Se volete potete contribuire con il passaparola, il tam tam della Rete.
Lo stato italiano deve occuparsi di questa donna.
Quante altre donne in condizioni di permesso di soggiorno precarie non avranno più il coraggio di sporgere denuncia dopo una violenza carnale per non subire il rimpatrio o peggio la sorte che tocca a Faith?
AIUTIAMOLA
Fino a quando la notizia è ferma in città non possiamo nulla, ma se esce dai confini regionali e arriva ai Palazzi che contano, forse abbiamo qualche speranza di salvarla.
Cellulite e allattamento al seno cosa hanno in comune?
Domenica siamo stati a un matrimonio di una mia compagna del Liceo e amica. Ovviamente ho incontrato alcuni dei miei compagni di scuola e vecchi amici.
Una delle persone che ho rivisto con più piacere ha un bambino che in questi giorni compie due anni e che avevo perso di vista da prima che rimanesse incinta.
Abbiamo chiacchierato un po’ e – come succede spesso in questi casi – siamo finite inevitabilmente a parlare di primi mesi dopo il parto. Anche lei, come me, non fa parte della categoria di mamme che sono riuscite a rimanere tranquille e gioiose ma ha avuto qualche piccolo problema che ha incrinato, per un po’, la serenità familiare.
Mi ha raccontato che mentre suo figlio dormiva come un angioletto, lei aveva dei grossi problemi con l’allattamento e questa cosa la faceva stare malissimo.
In gravidanza aveva avuto molto tempo per studiare, approfondire, navigare su Internet e si era convinta che sarebbe stata una di quelle mamme che allattano ad oltranza. Aveva partecipato a corsi preparto, riunioni con ostetriche e guru della tetta e aveva coach personali che le spiegavano che tutte possiamo allattare, che se non ci si riesce è per mancanza di reale volontà e che non esiste un problema al mondo che impedisca ad una donna di offrire cibo e salute al proprio bambino.
Poi è nato suo figlio.
Un bambino bellissimo e molto simpatico, per altro.
Nel frattempo si è aggravato suo padre che di lì a poco se ne sarebbe andato.
Lei ha cominciato fin da subito ad avere problemi di vario genere e a non riuscire ad allattare. Piangeva, stava sveglia in ogni momento per usare tiralatte, bere pozioni magiche e cercare di capire quale colpa stesse espiando e perché non riuscisse a fare la cosa che tutti gli ospedali e le ostetriche e i saggi raccomandano assolutamente e definiscono “la più naturale del mondo”.
Lei non ce la faceva. Nessuno – quando lei spiegava il problema – ha proposto alternative, tutti la rassicuravano e incitavano a proseguire, proponendo percorsi anche difficili ma forse più consoni a lei.
Nessuno – tra coloro che avrebbero dovuto supportarla come specialisti – ha tentato davvero di aiutarla, calandosi nel suo personale invece di abbracciare il solo assioma del “tu DEVI allattare”.
Nel libro di Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine si racconta che negli anni ‘70 i medici e le ostetriche raccomandavano l’allattamento misto per dare anche ai padri la possibilità di partecipare attivamente a questo momento così speciale e per lasciare alle mamme un po’ di libertà.
Era in uso – fin da subito – iniziare con l’allattamento misto.
Oggi parlare di latte in polvere può diventare motivo di arresto. Una madre che allatta il proprio figlio con il latte in polvere è una mezza madre.
Che non sia vero, che tuo figlio possa crescere bene comunque perché non è detto che allattare sia agile per tutti e non è detto che tutte le donne siano in grado di farlo e magari, pur provandoci, diventa una sofferenza tale che forse è meglio una mamma serena che inforca il biberon a una mamma disperata che allatta, lo scopri solo molto dopo.
La mia amica mi ha detto che se non avesse smesso di provare ad allattare, forse sarebbe piombata in una depressione nera e che ancora pensa a quei momenti con un’angoscia terribile. Suo padre stava morendo. Non era serena e non poteva esserlo e se avesse trovato qualcuno che le diceva che poteva essere una buona madre anche dando il biberon, forse il calvario psicologico si sarebbe arrestato prima.
E invece ovunque ti giri trovi emissari della maternità perfetta, della vita perfetta.
Gente che pensa di doverti dire come si deve vivere, accudire i figli, farli crescere, nutrire.
Mamme estatiche e estasiate che snocciolano consigli. So bene che allattare al seno è più sano che dare il biberon e trovo anche io abbastanza irritante la mamma che non allatta perché teme che il suo bel seno (magari ritoccato) possa rimetterci in bellezza.
Ma per dio, ci sono dei casi in cui allattare al seno non è per forza la soluzione più giusta.
Ed è terribile invece vedere come l’etica della COLPA sia l’unica modalità che sottende ogni azione.
Se qualcuno osa uscire dal seminato, prendere decisioni che non sono coerenti con il pensiero vigente o con la moda in corso, viene COLPEVOLIZZATO.
Ieri mi ha colpito molto trovare su Repubblica.it, nella sezione “Sei di moda”, una rubrica dedicata alle pagine dei giornaletti di gossip dedicate ai vip in vacanza.
Una foto ritraeva Valeria Marini su una barca. Anzi no, ritraeva la coscia di Valeria Marini su una barca. La coscia era quella di una donna bella, con un fisico longilineo ma burroso e la CELLULITE.
Il titolo dell’articolo era:
S.O.S DIETA
Nella didascalia si raccontava che la Marini tentava di coprire la cellulite con un PATETICO copricostume in pizzo ma che usciva lo stesso. Si diceva anche che lei aveva smentito e dichiarato che le foto erano ritoccate.
Tutti a star dietro a un po’ di cellulite.
Mi sono immaginata le lettrici del giornale nelle quali passa un freddo brivido di piacere nel constatare che i cuscinetti non hanno pietà nemmeno della DIVINA e a scuotere la testa. Mi sono immaginata la Marini che telefona al suo avvocato per invocare al ritocco e si fa prendere dal panico.
Mi sono immaginata anche la ragazza giovane che avremmo potuto essere quasi tutte noi, con la sua bella cellulite di serie, che mentre legge l’articolo si chiede se allora quei cuscinetti quasi invisibili passino davvero inosservati come lei spera.
Magari è una ragazza simpatica. Magari è pure bella. Con tutta probabilità ai ragazzi che frequenta non interessa una beneamata cippa della sua cellulite.
Ma
Ma c’è quel fottuto MA.
Anche lei indossa PATETICI copricostumi per mascherare l’imbarazzo.
Vuole dire che anche lei è un po’ PATETICA?
Vuole dire che anche lei – in peso forma ma con la cellulite – ha bisogno di far scattare un S.O.S. DIETA?
Penso alle madri che ugualmente partecipano a questi fantastici corsi preparto new age, filonatur, natural stail durante i quali un’ostetrica illuminata di divina luce svela i segreti della maternità all’insegna del benessere del pupo e dove le mamme stressate, iperattive vengono colpevolizzate per un infinito numero di motivi.
Me le immagino. Nel silenzio della stanza. Sole perché il marito è tornato al lavoro, con il loro pupetto di qualche settimana.
Me le immagino lottare, sudare, bestemmiare, piangere, maledirsi perché lui non ne vuole sapere, perché loro non riescono ad allattare, per una mastite, per la stanchezza, per qualsiasi fottuto motivo che impedisce di DIVENTARE LA MADRE CHE DOVREBBERO ESSERE.
Me le immagino.
E mi viene una gran rabbia nei confronti di questa società.
Per inciso: sono grassa, ho la cellulite e non sempre mi accorgo di qualche pelo superfluo. Domenica, al matrimonio c’era la piscina. Non potete nemmeno immaginare quanto mi sono divertita a fare i tuffi, nuotare, correre, spanzare insieme a Frollina e Tino.
Mi colava quel poco trucco che mi ero messa. Le mie carni si alleggerivano nell’acqua.
Ed ero bellissima e contenta.
La discussione ha preso la sua piega anche su FriendFeed.
Una persona che mi è piaciuta molto mi intervista oggi in radio
Oggi alle 10, 12 e 17 potete ascoltare una mia intervista sul progetto Donne Pensanti sulla radio on line Radio Reset.
CLICCANDO SULL’IMMAGINE A LATO POTETE SENTIRE L’INTERVISTA IN PODCAST
Di seguito i retroscena e come è nata l’intervista.
Sono una persona molto fortunata. Da quando ho attivato il circolo virtuoso della mia vita, ovvero ho dato inizio ad un impegno sociale che andasse oltre il mio personale (ma che al mio personale si ricollega fortemente perché penso sia un impegno necessario nei confronti di mia figlia) ho conosciuto persone BELLISSIME.
Mi si sono affacciati dei mondi a me sconosciuti di gente operosa con storie SENSAZIONALI nella loro NORMALITA’ che non trovano spazio nelle indagini sociologiche e nelle statistiche politiche e nemmeno sui quotidiani principali.
Ogni giorno, quando apro la mail, trovo narr-azioni.
Gente che si impegna. Spesso silenziosamente.
Persone della mia età e più giovani (ma anche più vecchie) che credono che le cose POSSANO CAMBIARE e che il cambiamento parta da noi, dalla responsabilità individuale di ognuno.
E’ un patrimonio. Un patrimonio che farà parte delle cose più belle della mia vita. Uscire dal proprio orticello, dalla vita mamma-casa-lavoro-blog è stato per me FONDAMENTALE.
Il mondo si conosce solo vivendolo e ascoltandolo e per chi – come me – non ha viaggiato abbastanza per poter avere una panoramica culturale sufficiente (quella che necessariamente non puoi farti sui libri) è OPPORTUNO tenere le orecchie sempre APERTISSIME.
Una delle persone meravigliose che ho conosciuto recentemente è Matteo.
Matteo è il fondatore di una radio on line che per me trovare una radio così è stato come respirare a pieni polmoni, vedere un pezzo di Italia non grigio, non banale.
Sapere che Matteo ed io siamo coetanei, nati entrambi in quell’inizio di anni 7o che ci faceva figli di genitori troppo giovani nel 68 e troppo impegnati con figli piccoli nel 77 e che entrambi abbiamo vissuto l’infanzia negli anni 80, durante la Milano da bere e l’Italia da consumare, quando la patina era quella del mondo perfetto e a corrodere le fondamenta c’erano le grandi stragi, i servizi segreti, le brigate rosse e nere e i rapimenti storici, mi ha reso ancora più felice.
Perché è la NOSTRA GENERAZIONE che deve oggi raccogliere il testimone della RESISTENZA CULTURALE a un mondo sempre più stereotipato che ci viene propinato come veleno quotidiano.
Matteo lo ha fatto aprendo una radio on line, Radio Reset che si occupa di cultura e politica (nel senso basso che piace a me) con quella leggerezza calviniana che non è superficialità ma è dotata di un enorme peso specifico.
La musica è quella che piace ai giovani (mi sembro una matusa quando parlo così, ma in effetti io oltre Guccini non vado
) ma le rubriche hanno a che fare con la società, l’ambiente, la politica partecipata.
Matteo lavora 18 ore al giorno e “non riempe il frigorifero” grazie a questo progetto, ma di certo aiuta, noi tutti, a intravedere speranze e cambiamento.
Per questo motivo sono onoratissima che abbia voluto intervistarmi per donne pensanti.
Per chi ne ha voglia, oggi alle 10, 12 e 17 sarò su Radio Reset. Successivamente farò in modo di mettere a disposizione il pod cast.
Sul blog della Radio è disponibile anche un articolo che parla di DP.
E devo essere sincera: spero che questo sia solo l’inizio di una bella collaborazione con Radio Reset, una radio di resistenza culturale.
Per giudicare una cultura occorre guardare ai suoi miti, grandi, piccoli o addirittura infimi che siano. Le storie nascoste, quelle che rimangono in ombra in quanto dettagli, raccontano molte più cose della narrazione principale.
Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli
A un anno di distanza pensavo che
Quando ho scritto questo post esattamente un anno fa, il 24 giugno 2009, non avrei mai pensato a tutto quello che sarebbe venuto dopo e che saremmo riusciti davvero a uscire dalla RETE.
Il 24 giugno 2009 Donne Pensanti nasceva. Nome scelto in fretta (che come tutte le cose della rete ti rendi conto sempre dopo della strada che stanno facendo e faranno), provocatorio. Nome provocatorio per ribadire che TUTTE le donne sono pensanti ma che a volte ce lo dimentichiamo e allora occorre sottolinearlo, a noi stesse, al resto del mondo.
Un anno fa Donne Pensanti era un’idea, il senso di frustrazione e sconforto che provavo (e che provavano tante donne, tante persone in Italia) per quel silenzio assordante che avvolgeva il nostro Paese, le sue donne e i suoi uomini, riguardo agli eventi di quella primavera.
Scoprire che le nomine politiche al femminile erano appannaggio di poche elette – non scelte per la loro intelligenza o per il modo in cui si erano preparate politicamente ma per la loro avvenenza, per i favori che potevano fare a questo o a quel politico – mi ha tolto come un velo.
Scoprire che la donna veniva rappresentata, in politica, in televisione, nelle affissioni pubblicitarie in un unico modo e che quasi nessuno levava una voce di dissenso mi sembrava orribilmente violento. Mia figlia, riflettei, mia figlia in che Paese diventerà donna? E in quale Paese si sta trasformando questa Italia? Cosa pensa la gente? Cosa facciamo noi, noi che siamo la gente?
Non volevo e non potevo più tacere. Mi sono detta che dovevo uscire anche da qui, da questo guscio dorato che mi ero costruita grazie alla mia dimestichezza con il web, grazie a Panzallaria e alle cose belle che mi aveva portato. Mi sono detta che qui, in Rete, sembrava tutto molto più sensato che nel mondo reale. Pieno di riflessioni.
Ma cosa pensa la gente che la rete non la frequenta?
Cosa vedono gli occhi dei nostri figli quando passano davanti a cartelloni come questo?
Si è naturalizzato un immaginario femminile fatto di donne che usano il proprio corpo e fanno usare il corpo per arrivare laddove potrebbero arrivare anche senza strumentalizzare la loro bellezza. Si è naturalizzato un immaginario fatto di dicotomie: da una parte le mamme operose (inalienabile luogo comune all’italiana) e chiocce, nella versione ironica (come la sottoscritta), nella versione eco, nella versione idillio, dall’altra le “proto o post veline”, le escort o presunte tali, le troniste, il cortocircuito spettacolo-politica.
Piano, piano quello che non era naturale lo è diventato. Piano, piano gli altri modelli, quelli minori e silenziosi, sono stati rasi al suolo e al loro posto sono rimaste solo la mamma anni ‘50 e la lolita cresciuta (in età e in attributi nutriti di silicone).
Dobbiamo RIFLETTERE su questi temi.
Perché il modo in cui un Paese tratta le donne, in cui un Paese vede, percepisce le donne è la cartina di tornasole del livello di democrazia di quel Paese. Le donne sono una risorsa, e non solo per ottenere favori politici o per pianificare il proprio potere e esercitarlo sugli altri.
Un anno fa Donne Pensanti era un’idea. Ora abbiamo all’attivo un progetto che è diventato un libro. Un’associazione con uno statuto che è ormai molto più che una bozza e che presto registrerò qui a Bologna. Abbiamo all’attivo una rete di persone e progetti in nuce che stanno nascendo, che si stanno evolvendo.
Per parlare proprio con quelle persone che la rete non la frequentano.
Noi, grazie alla rete, ci stiamo intersecando, unendo, aprendo al mondo.
Stiamo resistendo, riflettendo, valutando, cambiando idea, decidendo come muoverci, quali mezzi usare per arrivare ai nostri obiettivi.
Ed è bellissimo guardare indietro, ad un anno di distanza. Sapere che le battute del Premier che vuole sdoganare il suo machismo e l’idea retrograda che ha delle donne con la scusa (che usano tutti) dell’ironia e della comicità, non passeranno inosservate. Sapere che forse, anche solo una persona di più, grazie al lavoro che si sta facendo tra tutte le associazioni, gruppi, progetti presenti nel nostro Paese e che si moltiplicano ogni giorno, rifletterà su alcune questioni non più sottovalutabili come per esempio il fatto che siamo il paese in Europa dove le donne – a parità di professione – guadagnano meno degli uomini, dove la maternità è solo apparentemente sostenuta, dove le donne ricoprono meno incarichi politici che nel resto d’Europa.
E’ una grandissima gioia sapere che le tante notti in bianco mie e di tutte le persone (e crescono ogni giorno) che stanno credendo in donne pensanti, hanno un senso concreto.
E in tutto questo, ad un anno di distanza, permettetemi di dire che stasera, vedere questo articolo su Repubblica.it dedicato al nostro progetto e linkato direttamente in home page del quotidiano, mi rende particolarmente soddisfatta.
Grazie.
Davvero.
A tutti quanti.
C’è bisogno di partigiani
In questi mesi, grazie al progetto del libro di Testimonia il femminile e alla partecipazione attiva, si è sedimentato un piccolo gruppo di Donne Pensanti forte, solidale, attivo e bolognese.
Dico bolognese perché per me, silvia e tino era importante trovare qualcuno, nella nostra città, con cui condividere la fondazione dell’associazione che fosse anche di fiducia.
Siamo in 6.
Ci sono Marcella, Stefania, Valerie e poi ci siamo noi 3.
Ci sono anche dei mariti e compagni, nell’ombra, che ci sostengono.
Ci sono dei figli che quando ci incontriamo per il progetto, per redigere lo statuto e programmare gli step successivi, sono molto bravi. I piccoli giocano tra loro, i grandi mettono a disposizione dei piccoli i loro vecchi giochi.
Marcella, Stefania e Valerie le abbiamo conosciute in rete. Hanno subito messo in campo le loro professionalità, un sacco di tempo e di fiducia. Per donne pensanti.
Così, ora che stiamo per fare lo storico passo di fondarci, abbiamo deciso che era giusto coinvolgerle fin da subito, come soci fondatori. Non vediamo l’ora, non appena Donne Pensanti avrà il suo codice fiscale, di cominciare a coinvolgere EFFETTIVAMENTE anche i tanti che contribuiscono ogni giorno, con segnalazioni e idee, al progetto. Sul social network siamo 800, su Facebook quasi 5000.
Il lavoro è tantissimo ma – per la prima volta nella mia vita – mi sento che sto facendo qualcosa per me stessa, per mia figlia e anche – nel mio piccolo – per questo paese.
Che, malgrado tutto, amo moltissimo.
Sento che l’unico modo per poter guardare in faccia, domani, la frollina e per poter rispondere alla domanda che spero non dovrà fare: “E tu mamma cosa hai fatto per evitare tutto questo?” la mia risposta non debba essere: “Niente. Non ho fatto niente”.
Forse (e spero) mi sbaglio, ma ho la sensazione che in Italia, oggi, sia in atto un livellamento verso il basso dello spirito critico, della curiosità delle persone e del profilo culturale degli abitanti del paese che è PREOCCUPANTE.
La mia idea/ proposta è che ognuno diventi PARTIGIANO del pensiero. Bisogna fare RESISTENZA a questo livellamento. RESISTENZA ai modelli sterotipati umani, RESISTENZA a ciò che sta diventando la scuola, RESISTENZA al pensiero unilaterale e confortante.
Grazie alla Rete abbiamo un MEZZO ma solo il nostro CORAGGIO potrà darci la spinta giusta.
Mi rendo conto che le vite di tutti sono molto piene, ma riflettiamo davvero sulla necessità di prendersi le proprie responsabilità e che è già tardi per demandare agli altri, per lasciare che altri si occupino del futuro dei nostri figli, del pianeta che lasceremo loro.
Per questi motivi che ormai mi frullano in testa come una specie di lucidità puntuale, non sono più in grado di stare ferma, di accettare acriticamente il pensiero unico, di coltivare solo il mio piccolo orticello (che se mi mettessi a coltivarlo non sarebbe tanto male e forse riuscirei a fare molto di più, anche professionalmente) e di accontentarmi di scuotere la testa quando leggo l’ennesimo articolo su un giornale.
Per questi motivi su questo blog scrivo sempre meno del mio quotidiano e – a tratti – sempre meno ne scriverò. Il mio lato ironico, scanzonato, aneddotico resta.
Ma ora ho cose urgenti da fare.
Per la frollina
Per me
Per il futuro che voglio essere io a contribuire a costruire. Che le case prefabbricate non mi sono mai piaciute.
Credo che chi ha la visibilità che ho la fortuna di avere io abbia un preciso dovere/diritto morale, ovvero usarla anche per andare oltre le pinzillacchere autoreferenziali di cui si nutre – purtroppo – la Rete.
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Copincolla di pezzi di Italia
Dov’è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
Un brano della lettera - condivisibile, coraggiosa, lucida – di Maria Luisa Busi, con cui chiede di essere sollevata dal suo incarico di conduttrice del TG1 serale.
Ieri ho comprato Vanity Fair dove, per la prima volta dopo le sue dimissioni, la Busi racconta come ha maturato la sua scelta. Ho trovato parole che in Italia si sentono molto poco: rispetto, dignità, dovere.
Sullo stesso numero di Vanity Fair c’è anche un’intervista a Patrizia D’Addario, sempre strumentalizzata da ogni genere di uomo. Ecco un brano, tratto da un articolo del Corriere.it (intermezzi del Corriere):
In quest’anno, alla D’Addario è successo di tutto. Minacce su minacce, incidenti, furti. «Mia madre è stata colpita a un occhio. Io sono stata mandata fuori strada in auto. Mi hanno rubato l’intero guardaroba, i vestiti di scena di una vita – racconta dettagliatamente – Mi hanno aggredita in casa mia. Un carabiniere in borghese mi ha assalito e ha tentato di violentarmi mente i suoi colleghi facevano la guardia fuori». Ha pagato a caro prezzo quello che è successo a Palazzo Grazioli, anche se a chi le da della prostituta, lei ribatte con fierezza «Non sono assolutamente una prostituta. Io non sono andata là per i soldi, tant’è che la prima sera non sono rimasta. Non ho preso la busta da diecimila euro per le quali le altre erano lì. Quello era prostituirsi. E non ho venduto il mio silenzio. Chi l’ha fatto ora vive a Roma, riverita. Io non torno nemmeno più a casa». (…) «Sono stata una escort ma solo qualche volta. Mi ci ha costretta il mio ex, con la violenza». Patrizia riapre anche il capitolo delle feste coi volti noti della politica: «Ci sono delle cose su quelle serate che non sono ancora venute fuori, ma le racconterò nel mio secondo libro» lanciando anche una frecciata ad un imprecisato qualcuno del mondo della televisione: «Alcuni di quei signori che stanno in Tv e mi chiamano prostituta c’erano, loro sì con le prostitute e io lo so che cosa hanno fatto. E lo dirò, se me lo lasciano dire». In realtà, qualcuno che voleva farla parlare c’era già ma poi la sua intervista è stata bloccata per «ordini superiori», come non manca di riportare: «Mi chiama Radio Rai, la trasmissione “Un giorno da pecora”. Sono malata, ma sembra che se non partecipo non possano andare in onda. Insistono, vogliono mandarmi a prendere, in ambulanza se necessario. Pregano. Alla fine mio cugino Mimmo mi accompagna a Roma. Siamo a un chilometro dagli studi quando una segretaria telefona per dire che l’intervista è stata annullata. Poi Mimmo parla con l’aiuto regista che ammette: è arrivato un veto, dai piani alti, dice. Perfino in Spagna, a Telecinco, mi hanno chiamata e poi hanno disdetto perché è roba che si sa a chi appartiene…».
Ieri ho scoperto anche dell’esistenza del docufiction Le dame e il cavaliere che – a causa della legge sulle intercettazioni – a fine mese diventerà, probabilmente, illegale.
In un’intervista all’autore Franco Fracassi sul blog del film leggo:
C’è un mondo fatto di ragazze, imprenditori dello spettacolo, esponenti del mondo degli affari, che ruota intorno al sesso ed è legato al premier. Berlusconi sistema le sue ragazze in due modi: nel mondo dello spettacolo, per fare favori a politici che gli servono all’interno del parlamento; oppure nel mondo della politica. Non si tratta di un premio, ma di una strategia: Berlusconi ha bisogno di riempire i vari parlamenti – regionali, nazionale ed europeo – di persone devote a lui e ignoranti, quindi totalmente controllabili. Queste persone non parlano, non fanno interventi e agiscono in base a messaggi che gli indicano come votare. Il premier sta cercando di ottenere un parlamento formato da automi nelle sue mani, dove il diritto di parola e di voto siano appannaggio di capigruppo che facciano passare le leggi decise dal governo. Chi cerca di mettergli i bastoni tra le ruote, i media o singoli testimoni, è distrutto da veri e propri killer mediatici. Si tratta di un apparato di disinformazione degno del Kgb dell’Unione Sovietica, gestito dal direttore di ‘Chi’ e di ‘Tv sorrisi & canzoni’, Alfonso Signorini.
Io, stanotte, malgrado il clima estivo, ho dovuto mettere sul letto una copertina di lana. Ho tremato tutta notte.
La legge sulle intercettazioni: mi aiutate a capirla meglio?
Non sono un’esperta di Legge per cui devo dire che – contrariamente a quanti dicono che è evidente che la Legge sulle intercettazioni sia ingiusta – io non riesco a formarmi un vero e proprio parere in merito.
Cioé.
Sono convinta che sia importante tutelare la privacy delle persone ed evitare la gogna mediatica prima che venga proclamato un colpevole (cosa che nel nostro paese accade spesso, quando “filtrano” notizie che possono diventare scoop e passano alla Stampa) ma sono altrettanto convinta che legare le mani alla Magistratura possa essere foriero di grossi guai.
Per il cittadino che commette reati e non è protetto in alcun modo da potenti di alcun genere non cambia nulla. Mi sembra cambi invece molto per chi è potente e commette reati, perché trovandosi al di sopra di ogni sospetto, senza intercettazioni può rimanere nell’ombra a lungo.
Mi sconcerta il trattamento “di favore” riservato ai sacerdoti (dal testo):
Quando risulta indagato o imputato un vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un ordinario di luogo equiparato a un vescovo diocesano, abate di un’abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l’ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l’informazione al cardinale Segretario di Stato.
2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l’informazione all’ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente.»;
Penso inoltre a quanto scrive oggi Ezio Mauro in un editoriale sulla Repubblica circa le intercettazioni che hanno fatto emergere lo scandalo della Protezione Civile.
Detto questo, che forse mi sbaglio ma ribadisco il mio è parere di cittadina ignorante delle finezze legislative, la cosa che oggi mi ha sconcertata (nel mio piccolo punto di vista) è che è difficilissimo trovare il testo integrale del DDL per potersi formare un’opinione scevra da strumentalizzazioni politiche.
Ho cercato sul sito di Governo.it senza arrivare a nulla tranne che alla dichiarazione della Presidenza:
La Presidenza del Consiglio conferma che nel Consiglio dei Ministri del 25 maggio scorso era stata autorizzata la fiducia sul disegno di legge intercettazioni, come da prassi, qualora fosse risultata necessaria.
Ogni polemica è pertanto destituita di fondamento.
Ho cercato on line per un tempo sufficiente e per un numero di parole chiave bastevoli a farmi avere risultati soddisfacenti e – quando finalmente ho trovato qualcosa – è stato su un sito che non c’entra nulla ma, per fortuna, pubblica il testo: Bambinicoraggiosi.it
Finalmente, dopo un appello su Friendfeed, gente più esperta della sottoscritta mi dice che quello approvato ieri si trova sulle pagine del sito del Senato.
Durante le mie ricerche ho trovato anche il parere di una persona che la giudica una buona legge e mi è sembrato molto interessante leggere anche il contrappunto che – se non totalmente condivisibile – assolutamente lecito:
http://www.thefrontpage.it/2010/06/10/la-legge-sulle-intercettazioni-e-una-buona-legge/
E voi cosa ne pensate? Se avete qualche osservazione che mi possa aiutare a districarmi (mettendo il focus su tutti gli aspetti) mi farebbe davvero piacere un confronto.
La storia di Stefania che ha lasciato il lavoro dopo la gravidanza
Qual’è la sottile differenza tra mobbing, discriminazione e libera scelta?
Una donna coraggiosa racconta la sua storia di ex Dirigente alla Red Bull. Leggete cosa le è successo dopo il parto
continua su www.donnepensanti.net
La pensione
Io se penso alla Pensione, mi viene in mente solo quella dove andava mia cugina quando ci raggiungeva al mare, a Cesenatico. Mi pare si chiamasse Pensione Amelia o qualcosa del genere.
La pensione come la intendono invece i nostri Ministri, la Ue e Sacconi è invece qualcosa che sento tanto estraneo da essermi meno familiare di un abito di Armani.
Il fatto che anche le donne debbano andare in pensione a 65 anni mi spaventa nella misura in cui penso a mia mamma, che da una vita si fa un culo quadro al lavoro e forse vedrà allungarsi il momento in cui potrà riposarsi un poco.
Noi generazione di precari nati nei primi anni 70 in pensione non ci andremo. Dobbiamo cominciare a farcene una ragione. I nostri contributi servono a pagare la pensione dei nonni, dei baby pensionati, dei Dirigenti Statali e così via.
Le nostre speranze per il futuro sono:
- crescere dei figli che trovino ad attenderli un mondo rinnovato, ricco di lavoro e che li renda delle persone molto, molto abbienti, in grado di mantenere i loro anziani genitori
- incontrare ora un ricco miliardario da truffare
- vivere in una società geriatrica che venga ridisegnata a misura di vecchi poveracci quali saremo in molti
- che abbiano ragione i Maya, ovvero che nel 2012 finisca il mondo e buonanotte ai sognatori
A parte gli scherzi, meglio non pensarci alla pensione. Magari farsene una integrativa, sperando che vada tutto bene e continuare a rimanere lucidi, mentalmente.
A me, di tutta questa vicenda della pensione che si innalza a 65 anni per le donne e del fatto che la U.E. ce lo impone e che Sacconi dice che poi penseranno eventualmente a rimborsare gli uomini per il divario finora conclamata nell’età pensionabile, ci sono però delle questioni di principio che mi danno veramente su i nervi (a prescindere dal fatto che concretamente potrò avvalermi di un fondo pensionistico).
Che tanto mi conoscete, se voglio so essere pesante come il PIOMBO.
In Italia le donne che lavorano si trovano spesso (non dico sempre) in due situazioni tipiche:
- iniziano una carriera (tardi, come tutti noi bamboccioni italiani), si sposano, filiano, vanno in congedo di maternità, tornano a lavorare e vengono riposizionate, la carriera si blocca e viene detto loro che se vogliono avere orari “flessibili” per conciliare figli e occupazione, dovranno accontentarsi di posizioni a minore responsabilità.
- iniziano la medesima carriera, scelgono (o non hanno occasione) di non fare figli per motivi x, lavorano, sono brave, fanno carriera destreggiandosi in un mondo a misura di uomo, arrivano alle vette della piramide e un giorno, al bar, si ritrovano a confrontare il loro stipendio con quello del collega maschio e scoprono che è inferiore per insondabili motivi.
Ho volutamente lasciato perdere il fatto che una donna – in generale – è colei che si occupa di mantenere la casa decente, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola, nuoto, inglese e cavallo e che in Italia siamo ben lontani da una conciliazione vera negli impegni familiari.
E lo dico a ragion veduta. Tino ed io facciamo fifty fifty ma conosco personalmente un sacco di famiglie dove ciò non accade e padri che non sanno nemmeno in quale via sia la scuola dei figli.
Applicare una norma perché lo dice la U.E (che in passato, mi pare, si è pronunciata pure sul crocifisso nelle classi e in quel caso – perdonatemi, di minor conto direi – lo Stato Italiano ha fatto una gran caciara per mantenere il suo diritto a far le coccole al Vaticano, pur proclamandosi laica) senza andare al fondo delle cose, ecco mi sembra da pazzi.
Forse in Norvegia le cose vanno diversamente. In Olanda probabilmente i sussidi a favore della genitorialità, l’emancipazione femminile e i temi della conciliazione sono affrontati meglio che qui da noi.
Forse a Parigi trovare un asilo nido (o tata a casa pagata dal Comune) per i figli è più agile.
Qui da noi ormai nemmeno il posto alle elementari è garantito!
La vita delle donne è difficile. Pensavamo diverso noi figlie delle lotte delle nostre madri, ma non è così. La vita delle donne italiane è costellata da pregiudizi, stereotipi e troppo spesso siamo noi le prime a cedere al dovere della scelta.
Scegliamo O il lavoro O la famiglia. Perché ci siamo costrette, perché non esistono ammortizzatori sociali che ci consentano di fare diversamente, perché ci hanno inculcato e ci siamo inculcate (in una parvenza di eguaglianza dei sessi di cui questa nuova legge pensionistica è corollario) che se i nostri figli MASCHI al parco giocano coi pentolini, allora ci diventeranno RICCHIONI.
Pensiamoci.
E francamente, spero davvero che nessuno si azzardi a rimborsare agli uomini checchessia, perché sarebbe una sconfitta davvero lancinante sulla strada della reale parità giuridica che è fatta di differenze, non di ipocrite uguaglianze.
Nelle scuole dell’Emilia-Romagna il gioco del silenzio in una circolare
Il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna, Marcello Limina, ha mandato ai dirigenti scolastici questa circolare, in cui li si invita
a sensibilizzare il personale della scuola, sul corretto comportamento da tenere con gli organi di stampa
Il pdf è AUTOESPLICATIVO.
Grazie a una segnalazione di Silvia, ricevo questa lettera aperta di una mamma insegnante che risponde così alla circolare:
Gentile Dottor Limina,
Le scrivo questa lettera per chiederLe umilmente perdono e confessare le mie
colpe di fronte a tutto il popolo italiano. Sì, lo ammetto: non ho identificato lo Stato col partito di governo, mi sono
concessa la libertà (parola ormai odiosa alle mie orecchie, in quanto foriera di tanti mali) di avere un’opinione diversa dalla Sua e da quella dei Suoi e miei superiori.
Ho colpevolmente dimenticato, e me ne pento, che non è tollerato avere opinioni e men che meno esprimerle.
Prometto che d’ora in avanti, ogni volta che la stampa mi chiederà informazioni sulla scuola, io Le telefonerò prima per chiederLe il permesso di parlare e farLe preventivamente leggere le mie dichiarazioni.
D’altronde, so che Lei è sempre disponibile ad ascoltare i Suoi docenti, in qualunque momento La interpellino. Chissà quanti ne avrà già ricevuti ed ascoltati da quando è venuto tra noi! E chissà quante volte si sarà reso disponibile a parlare con i genitori e gli studenti, perciò dovrei vergognarmi ad aver anche solo pensato di poterLa in qualche modo scavalcare. Con il Suo richiamo, Lei mi ha ricordato che dobbiamo credere, obbedire e combattere tutti uniti per il medesimo scopo: realizzare questo progetto meraviglioso, la scuola Tremonti-Gelmini.Sento di doverLa ringraziare con tutto il cuore per avermi ricordato i miei doveri di servitore dello Stato e per avermi rammentato la fedeltà che devo alla nazione.
Effettivamente in questi ultimi mesi non ho svolto fino in fondo il mio dovere di cittadino e di funzionario dello Stato.
Non ho adeguatamente tutelato l’amministrazione per cui lavoro: infatti, non ho parlato con ogni singolo collega ed ogni singolo studente o genitore della mia scuola di quello che sta succedendo. Non ho fatto di tutto per tutelare il diritto allo studio e la scuola della Costituzione.
Non ho anteposto ad ogni considerazione personale il bene primario che la scuola pubblica rappresenta, come il mio contratto di lavoro e le leggi dello Stato prevedono, permettendo che mille sciacalli ne facessero a turno la loro
preda. Non ho affrontato in classe con i miei studenti l’argomento “riordino dei cicli”, né quello inerente i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca come avrei dovuto fare, per invitarli a difenderne il profilo costituzionale.
Non ho difeso come avrei dovuto diritti sanciti dalla nostra Costituzione, come ad esempio quello sulla libertà di pensiero e sulla libertà di insegnamento, sulle pari opportunità di accesso al sapere e sulla laicità e
gratuità della scuola. Sono colpevole, lo riconosco. So che posso fare molto meglio e impegnarmi assai di più.Ma sono disposta a tutto pur di espiare questa grave colpa.
Mi impegno, da domani stesso, ad entrare in classe tutte le mattine e dire per prima cosa: “Attenzione, ragazzi, vi stanno togliendo il diritto allo studio, stanno distruggendo la Scuola della Costituzione”, e a parlare profusamente con
loro del perché. Mi impegno, da domani stesso, a parlare con ogni singolo genitore, perché si impegni con me nel difendere questo bene primario della nazione a cui io debbo fedeltà ed obbedienza come funzionario e come cittadino.Mi impegno, da domani stesso, a informare ogni singolo docente ed ATA sulle possibili azioni da compiere per difendere i diritti sanciti dalla Costituzione.
Mi impegno, da domani stesso, a scriverLe ogni giorno inviandoLe sulla casella e-mail le mie domande e le mie richieste e ad invitare tutti quelli che conosco a fare altrettanto, in modo che Lei sia sempre aggiornato sui nostri anche più reconditi pensieri.
In trepidante attesa di ricevere ulteriori istruzioni tramite il Suo sito web, Le porgo i miei umili ed ossequiosi saluti
Roberta Roberti, insegnante e mamma pentita
La mail pubblica di Limina non la trovo, perché sarebbe bello copiare l’esempio di Roberta. Però credo sia importante diffondere questa riflessione.
Le etichette
Mi è arrivata una mail da una ragazza che sta facendo una tesi. Tema: il cyberfemminismo. Mi scrive che secondo lei io sono una cyberfemminista e per ciò vuole intervistarmi. “Non so nemmeno cosa sia, il cyberfemminismo” le rispondo io. Fa parte della stessa famiglia del cybersex e del cyberbullismo, come suggerisce la ricerca intuitiva di Google?
A parte gli scherzi, donne pensanti non è nato e non è un progetto femminista ma un progetto di cultura e politica contro gli stereotipi. Solo che le etichette sono rassicuranti e anche quando le cose non rientrano dentro alle etichette, bisogna riuscire a incamerarle.
Ho cominciato a depilarmi più di quanto non facessi prima. Mi trucco anche, quando ho qualche impegno legato al progetto. Perché diciamoci la verità: anche quello della femminista è diventato uno stereotipo granitico e allora per spiazzare gli astanti, almeno gioco sull’evidenza.
Non sono incazzata, non sono pelosa e curo il mio aspetto.
Ieri è uscito sul corriere un articolo sul mommylobbing (che parola terribile!) e in un’insalata mista ci hanno cacciato dentro donne pensanti, dicendo che Serena Nobili (di genitoricrescono) ci ha fatto sopra un archivio delle mamme senza lavoro. Non solo la giornalista non ha capito perfettamente il senso del progetto sui curricula di genitoricrescono, ma ha tirato dentro donne pensanti (avevamo dato sostegno a quel progetto) come fosse un ufficio di collocamento per mamme.
Ecco qua: come al solito la prima etichetta che mi è stata data (e a cui ho contribuito attivamente) si fagocita tutto quello che faccio.
Mamma blogger.
Riflettiamo su questa cosa. Una perché c’ha un figlio e un blog allora è per forza mamma blogger. E fioccano i luoghi comuni.
Le mamme blogger sono tutte amiche
FALSO
Le mamme blogger scrivono per contrastare la solitudine
Minchia: quante volte mi sogno isole deserte!!!! Avercela un po’ di solitudine!
Le mamme blogger consigliano le altre mamme su come comportarsi con i bambini
Non so manco come comportarmi con la mia di figlia, figurarsi con quelli degli altri! Ecco, vi svelo un segreto: prima che nascesse la frollina, ai bambini ero COMPLETAMENTE disinteressata e se mi sedevano di fianco a una famiglia, durante una serata in pizzeria, tra tutti quegli urletti e saltini mi venivano su dei gran nervi. Ero il prototipo del vicino di tavolo odioso che non riesce proprio a sopportare la dolcezza dei bambini.
Il mio spettacolo racconta le avventure di una mamma post-moderna, ovvero io che sono io che oltre a metterci dentro svezzamento e lettini da campeggio ci sono anche pensieri e elucubrazioni su uomini trombabili e modi di far sentire in colpa (ferocemente) il proprio compagno.
Niente di politicamente corretto.
Le etichette mi hanno un po’ stufata, lo dico. Donne pensanti non è mommyblogging o mommylobbing e mi piacerebbe che prima di parlare, scrivere, riportare, queste persone che ci fanno su dei trattati, venissero ad ascoltare, leggere, riflettere.
La studentessa che mi intervisterà è stata carina: mi ha scritto che non sapeva bene se ero proprio una cyber femminista e che tra le sue domande ci sarà anche questa.
Mi documenterò così so cosa rispondere.
Spero solo di non scoprire di essere una cyberbulla, che se no, ecco, è la volta buona che sparisco
Sono sveglia anche quando dormo
La mia vita sta cambiando. Ogni giorno mi è richiesto più impegno del giorno precedente. Ogni giorno nuove cose che si muovono da me, in me e attorno a me.
Le parole vanno misurate, bisogna valutare.
Penso di stare prendendo una strada anche se non ho ancora capito bene dove mi condurrà
Però le cose accadono e io mi sforzo molto perché succeda.
Sto lavorando tanto sapete? Ho dei progetti, delle idee, degli obiettivi. Ed è buffo, perché la maggior parte non mi farà diventare più ricca economicamente ma certo mi sta facendo acquisire esperienze e mi sta mettendo più a mio agio con il mio senso di società civile e di impegno personale.
Cose che credevo inimmaginabili solo un anno fa ora sono qui, avvengono.
E oggi sono stanchissima: sono quasi 16 ore che sono sveglia e la maggioranza le ho lavorate. Ma le ho lavorate non solo per il lavoro fine a se stesso (che poi nessun lavoro lo è mai del tutto) ma anche per la mia idea di responsabilità.
Oggi sono stanca ma contenta.
Contenta della fiducia che è stata data all’iniziativa Io non ci sto
Contenta che persone che stimo e ammiro come Lorella Zanardo, Loredana Lipperini e Giovanna Cosenza abbiano scelto di firmare il nostro appello, la nostra poesia manifesto.
Perché è una lotta ad armi IMPARI
e noi ci mettiamo la poesia.
Perché il vero antidoto all’appiattimento culturale è la cultura, la creatività, l’arte
Perché ognuno di noi, anche una mamma dei giardinetti come me, può contare qualcosa per cambiare le cose, per uscire dalla narcolessia collettiva in cui ci hanno fatto credere di vivere.
Io non ci sto
Io sto sveglia
anche quando dormo


















