Nelle scuole dell’Emilia-Romagna il gioco del silenzio in una circolare
Il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna, Marcello Limina, ha mandato ai dirigenti scolastici questa circolare, in cui li si invita
a sensibilizzare il personale della scuola, sul corretto comportamento da tenere con gli organi di stampa
Il pdf è AUTOESPLICATIVO.
Grazie a una segnalazione di Silvia, ricevo questa lettera aperta di una mamma insegnante che risponde così alla circolare:
Gentile Dottor Limina,
Le scrivo questa lettera per chiederLe umilmente perdono e confessare le mie
colpe di fronte a tutto il popolo italiano. Sì, lo ammetto: non ho identificato lo Stato col partito di governo, mi sono
concessa la libertà (parola ormai odiosa alle mie orecchie, in quanto foriera di tanti mali) di avere un’opinione diversa dalla Sua e da quella dei Suoi e miei superiori.
Ho colpevolmente dimenticato, e me ne pento, che non è tollerato avere opinioni e men che meno esprimerle.
Prometto che d’ora in avanti, ogni volta che la stampa mi chiederà informazioni sulla scuola, io Le telefonerò prima per chiederLe il permesso di parlare e farLe preventivamente leggere le mie dichiarazioni.
D’altronde, so che Lei è sempre disponibile ad ascoltare i Suoi docenti, in qualunque momento La interpellino. Chissà quanti ne avrà già ricevuti ed ascoltati da quando è venuto tra noi! E chissà quante volte si sarà reso disponibile a parlare con i genitori e gli studenti, perciò dovrei vergognarmi ad aver anche solo pensato di poterLa in qualche modo scavalcare. Con il Suo richiamo, Lei mi ha ricordato che dobbiamo credere, obbedire e combattere tutti uniti per il medesimo scopo: realizzare questo progetto meraviglioso, la scuola Tremonti-Gelmini.Sento di doverLa ringraziare con tutto il cuore per avermi ricordato i miei doveri di servitore dello Stato e per avermi rammentato la fedeltà che devo alla nazione.
Effettivamente in questi ultimi mesi non ho svolto fino in fondo il mio dovere di cittadino e di funzionario dello Stato.
Non ho adeguatamente tutelato l’amministrazione per cui lavoro: infatti, non ho parlato con ogni singolo collega ed ogni singolo studente o genitore della mia scuola di quello che sta succedendo. Non ho fatto di tutto per tutelare il diritto allo studio e la scuola della Costituzione.
Non ho anteposto ad ogni considerazione personale il bene primario che la scuola pubblica rappresenta, come il mio contratto di lavoro e le leggi dello Stato prevedono, permettendo che mille sciacalli ne facessero a turno la loro
preda. Non ho affrontato in classe con i miei studenti l’argomento “riordino dei cicli”, né quello inerente i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca come avrei dovuto fare, per invitarli a difenderne il profilo costituzionale.
Non ho difeso come avrei dovuto diritti sanciti dalla nostra Costituzione, come ad esempio quello sulla libertà di pensiero e sulla libertà di insegnamento, sulle pari opportunità di accesso al sapere e sulla laicità e
gratuità della scuola. Sono colpevole, lo riconosco. So che posso fare molto meglio e impegnarmi assai di più.Ma sono disposta a tutto pur di espiare questa grave colpa.
Mi impegno, da domani stesso, ad entrare in classe tutte le mattine e dire per prima cosa: “Attenzione, ragazzi, vi stanno togliendo il diritto allo studio, stanno distruggendo la Scuola della Costituzione”, e a parlare profusamente con
loro del perché. Mi impegno, da domani stesso, a parlare con ogni singolo genitore, perché si impegni con me nel difendere questo bene primario della nazione a cui io debbo fedeltà ed obbedienza come funzionario e come cittadino.Mi impegno, da domani stesso, a informare ogni singolo docente ed ATA sulle possibili azioni da compiere per difendere i diritti sanciti dalla Costituzione.
Mi impegno, da domani stesso, a scriverLe ogni giorno inviandoLe sulla casella e-mail le mie domande e le mie richieste e ad invitare tutti quelli che conosco a fare altrettanto, in modo che Lei sia sempre aggiornato sui nostri anche più reconditi pensieri.
In trepidante attesa di ricevere ulteriori istruzioni tramite il Suo sito web, Le porgo i miei umili ed ossequiosi saluti
Roberta Roberti, insegnante e mamma pentita
La mail pubblica di Limina non la trovo, perché sarebbe bello copiare l’esempio di Roberta. Però credo sia importante diffondere questa riflessione.
La fantapolitica è di casa
Il caso Scajola e la casa con vista Colosseo
L’ex ministro ha ribadito la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati, in particolare l’aver ricevuto denaro da imprenditori coinvolti nell’inchiesta sugli appalti del G8 per l’acquisto di un appartamento con vista sul Colosseo: “Non potrei mai abitare in una casa comprata con i soldi di altri”, ha affermato. Per la prima volta in dieci giorni, Scajola ha però preso in considerazione l’ipotesi che gli assegni che gli vengono contestati siano effettivamente stati versati: “Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l’annullamento del contratto”, ha affermato.
Mi chiedevo se chi è stato tanto gentile da occuparsi di comprare la casa con vista Colosseo a Scajola si può fare carico anche del problema locale:
Aumentano gli sfratti a Bologna e in provincia, quasi tutti per morosità. La crisi non guarda più in faccia a nessuno, molti lavoratori finiscono a dormire in strada. A fine mese, tra chi non riesce a pagare l’ affitto, ci sono anche gli operai delle aziende in difficoltà, quelli che hanno perso il posto o sta finendo la cassa integrazione. I sindacati di base sono sulle barricate, occupano, protestano. «Se prima era un raffreddore, ora è diventata una broncopolmonite» dice Alberto Braghetta dell’ Uniat, il sindacato degli inquilini della Uil.
Poi mi chiedevo anche se – risolti i problemi dei più sfortunati – (la crisi guarda in faccia solo loro e prende per il culo tutti) il benefattore scalojano si poteva occupare anche di me.
Mi piacerebbe molto una terrazza vera e propria dove si possa cenare nelle sere d’estate, eventualmente in collina per sfuggire all’afa bolognese e ai rumori che fanno la mattina tutti quei coglioni che si infilano in macchina per andare a lavorare.
Che dite, chiedo troppo?
La Gelmini: ovvero cosa pensa chi ci governa dei mesi di maternità.
Stare a casa dopo il parto: un privilegio afferma Maria Stella Gelmini, Ministro dell’Istruzione italiana, durante un’intervista al Corriere.
Anch’io, come la D’Amico, ho più facilità di altre donne a tornare subito a lavorare senza trascurare mia figlia. Ma non vuol dire non essere una buona mamma, dovrebbero farlo tutte. Read more
Fieramente anticlericale
Non ho mai nascosto di non avere in simpatia Papa Razzi e Santa Madre Chiesa. Non ho mai nascosto di essere anticlericale perché troppa ipocrisia vedo in seno al Cattolicesimo.
Sarebbero tantissimi i motivi che potrei elencare per supportare una scelta ponderata e per nulla emotiva ma molto razionale. Credo però non importi. Alla luce delle ultime rivelazioni e inchieste, credo basti quello che stiamo vedendo tutti, per capire il perché in tanti, come me, la pensino in questo modo.
In tutta la faccenda della pedofilia da parrocchia, i motivi di disgusto e inquietudine potrebbero essere davvero moltissimi. Read more
Precaria-mente in Pacs…
Mi sono un po’ rotta le scatole di sentire continuamente parlare di famiglia solo nell’accezione di “fondata sul matrimonio”.
Perché me la devono spiegare questa cosa, che sei una famiglia solo se hai il bollino dello stato – o, ancor meglio – quello papale.
Sei una famiglia se vai in Comune o in chiesa a dire di si. Se il si lo dici tutti i giorni alla tua compagna o al tuo compagno, allora siete solo 2 scellerati che vivono sotto lo stesso tetto.
Ma che abbiate fatto un patto reciproco di rispetto, amore, condivisione, quello non vale. Perché in Italia ciò che conta è la forma.
E la forma ha la sostanza di un anello al dito, di una firma su una carta o – peggio – di un vestito bianco indossato in chiesa, di fronte ad un prete che, se va bene, ti vedrà ancora per il battesimo del primogenito e poi più.
E anche se tu la moglie o il marito li tradisci, anche se in chiesa non ci metti piede se non per sposarti con tutti i sacri crismi, anche se il senso del matrimonio è per te – profondamente – oscuro, tranne che per la lista di nozze, bhé caro, in Italia tu vali più di me.
La tua è una famiglia. La mia no.
Si parla di coppie di fatto solo nell’accezione “omosessuale”.
Perché fa comodo alla chiesa e allo stato che “le famiglie perbene” pensino che sono solo i gay a desiderare di avere diritti tra compagni o compagne di vita.
Nessuno dice che ormai in Italia ci si sposa molto poco; che i rapporti più duraturi sono tra persone (e mi piace usare questa parola, perché dovrebbe essere secondario con chi /e di che sesso, decidiamo di dividere la nostra vita) che convivono e che non sono solo i gay a voler fondare la propria unione su qualche diritto in più.
Un’amica, una volta che abbiamo parlato del fatto che Tino ed io ci consideriamo già sposati e non ci importa farne pubblica consacrazione, mi disse che però, se volevo gli stessi diritti degli sposati, allora forse dovevo sposarmi.
Ha ragione.
Ma io non voglio gli stessi diritti degli sposati.
Voglio tutelare il senso profondo della famiglia. Che non dovrebbe essere fondata solo su un bollino. Sulla liceizzazione dello stato o del clero.
Non ci sposiamo perché crediamo – profondamente – nel NOSTRO matrimonio, Tino ed io.
Quello che abbiamo contratto l’uno con l’altra e che ridefiniamo e rifirmiamo ogni mattina.
Non mi sposerei mai in chiesa perché ho troppo rispetto di chi crede veramente. E quando vado a questi matrimoni – nella bella cappella, magari in collina – di persone che so per certo che passano il tempo a bestemmiare Dio o che non hanno mai messo piede in una chiesa prima di quel giorno, mi prende il voltastomaco.
Ma loro sono una famiglia e noi no.
La famiglia è fondata sul matrimonio.
Mi sembra veramente ingiusto e stupido che siano altri a decidere di una roba così intima come il senso di famiglia. Con tante sfumature, tante microdiversità.
Quando mia figlia sarà cresciuta e sentirà qualche imbecille alla tivù – come è capitato ieri a me – dire che “le famiglie vere chiedono che sia tutelata la famiglia fondata sul matrimonio”, cosa dovrà pensare?
Mi ritengo (e ritengo Tino) abbastanza intelligente per poterle spiegare il nostro punto di vista e credo che starà a noi, giorno per giorno, farle capire il senso profondo di famiglia.
Ma io mi sento offesa.
E non tutelata come cittadina che paga le tasse.
Non tutelata come liberopensante che considera gli uomini tutti aventi gli stessi diritti. E che non discrimina per i gusti sessuali. Semplicemente pensa che siano fatti privati di ognuno.
Non dovrebbero entrare nel merito di diritti di cui tutti abbiamo diritto.
Non chiedo di essere chiamata “Sign.ra Tino” ne’ che parlino di lui come di “mio marito”.
Non mi importa dell’abito bianco e dei fiori.
Voglio sapere di poter scegliere e decidere con chi ipotecare il mio futuro, a prescindere dall’anello al dito.
Voglio sapere che sto costruendo delle fondamenta salde per noi, per mia figlia e che se non sentiamo il bisogno di sposarci, possiamo farlo con serenità.
Viviamo in un’epoca precaria. Noi trentenni ormai ci navighiamo nel precariato. Si è talmente naturalizzato nelle nostre vite professionali e personali che non riusciamo nemmeno più a schifarci per le situazioni capestro in cui spesso veniamo, lavorativamente, incastrati.
Di questo – però – si discute meno tra i politici.
Il lavoro da schifo, lo sfruttamento, il domani incerto non sono abbastanza “raccapriccianti”.
Il precariato coniugale si.
Perché spaventa la chiesa che vede una grossa perdita di consenso; che sposa gente che si è battezzata il giorno prima solo per ricevere l’obolo per l’affitto della chiesa.
Non guarda negli animi.
Basta che il mercato delle anime e delle fedi continui…
Ma voi, cattolici all’ascolto, non siete schifati da tutto questo? Non preferireste che a sposarsi in chiesa andassero solo coloro che credono e frequentano veramente???
E voi politici, non vi vergognate a dare le vostre definizioni, pesanti come macigni, di famiglia?
Ma fateci questi Pacs! Lasciateci in Pacs! Non usate i gay come spauracchio per mascherare i veri motivi che vi spingono a restare assenti da questa problematica o a demonizzarla…
Pensate alle nostre Pensioni, ai nostri contratti di lavoro, a quei mascalzoni che assumono gente con collaborazioni che di occasionale hanno solo lo stipendio…
E non toglietemi il mio senso – profondo – di famiglia!
Piacevole sensazione di fronte al malore del cavaliere…

Domenica, quando l’abbiamo saputo, devo ammettere che ho provato un po’ di perverso piacere.
Quando poi alla tivvù hanno mostrato le immagini del suo fondotinta che si scioglie e del corpo che si accascia, come una candela vecchia che si liquefà al sole, devo dire che non ho potuto nascondere un sorriso.
Brutto per una persona eticamente abituata – forse anche a causa di un retaggio cattolico di senso di colpa – a non gioire dei mali altrui.
Eppure pensare che il Cavaliere, anche solo per un attimo, ha perso le staffe del suo cavallo, mi ha fatto credere che allora, nemmeno lui, è invincibile.
E in quel momento ho ripensato a quando facevo la tesi e andavo tutti i giorni alla biblioteca civica di Bologna. Dovevo cercare alcuni articoli che Tabucchi – lo scrittore su cui mi sono laureata – aveva scritto per l’”Espresso”.
Purtroppo non potevo fotocopiare il periodico, quindi a manoni ricordo lunghe copiature e citazioni, come lo scrivano fiorentino.
In un numero della rivista del 1983 – naturalmente me la sfogliavo tutta, troppa la curiosità di un tuffo nelle notizie di quegli anni in cui ero bambina – trovai un’intervista ad un personaggio, allora in ascesa.
Padrone delle prime tivu commerciali, inventore di complessi residenziali d’elite alle porte di Milano, al tempo i giornalisti e l’opinione pubblica lo avevano soprannominato “il giullare”.
Silvio Berlusconi allora era ancora guardato con sospetto.
Lui e il drive in stavano cambiando i costumi televisivi degli italiani e c’era ancora qualcuno che rimaneva sconcertato di fronte all’unicum di tette e culi che erano le sue televisioni.
Qualcuno che – come mia madre (e la ringrazierò sempre per avermelo insegnato!) – non rideva di fronte ai tormentoni e facili battute del Drive In e si chiedeva se tutto questo avrebbe fatto bene al già precario stato della cultura italiana.
Alla domanda diretta del giornalista che chiedeva al giullare Berlusconi perché le sue televisioni avessero tanto successo, ricordo con mente cristallina, che il nostro uomo rispose:
“Vede, io piaccio e le mie televisioni piacciono perché io dò al popolo quello che vuole. Lei crede che la casalinga di Voghera o l’operaio che lavora in fabbrica, dopo 8 ore di catena di montaggio, voglia tornare a casa, accendere la tivu e pensare?
No, loro vogliono divertirsi, svagarsi, spegnere il cervello. I miei programmi sono divertenti e aiutano a non pensare ai problemi di lavoro, alla vita quotidiana. Per questo io piaccio.
E se – mettiamo caso – un giorno entrassi in politica, farei altrettanto: bisogna dare alla gente quello che non la fa pensare, che la aiuta a distrarsi. Oggi è questo che vogliono gli italiani e per vincere bisogna assecondarli.”
Ecco perché domenica, di fronte alla sua maschera di ipocrisia che si scioglieva insieme al fondotinta, io non ho potuto che gioire.
Perché – a mio avviso – Berlusconi non è solo un problema politico ma prima di tutto un problema sociale: il sintomo di un’Italia che ha scelto di non pensare e di mangiare pop corn di fronte ai tetticuli dei drive in di ogni tempo e loro abberrazioni…
Ma che si scandalizza se nelle fiction si parla di omosessualità…
Così, giusto perché mi girava in testa.
Bulli e secchioni

Come tutti sapete, ultimamente si fa un gran parlare del fenomeno bullismo a scuola.
E ben donde naturalmente, anche se come in tutte le cose pare che in Italia, grazie ai tiggì, scoppino epidemie tematiche che nascono e muoiono con l’interesse del telespettatore, come l’aviaria.
Il bullismo esiste da quando siam piccini noi.
Forse non veniva ripreso con il videofonino, ma da che mondo è mondo, purtroppo i bambini e gli adolescenti sanno essere molto cattivi.
E anche le maestre dell’asilo che imbavagliano con lo scocht i piccoletti: che tra i primi ricordi che ho c’è questo giochino perverso della maestra Luisa che imbavaglia e lega mio fratello che ha fatto casino e mi costringe a guardarlo seduta su una sedia di fronte, così imparo anche io.
Ma torno ai bulli.
Mi ha inquietato molto questo sondaggio, fatto da nonsochì tra i ragazzi di scuola superiore, in cui all’alternativa bulli o secchioni, la maggior parte di loro ha risposto che nella vita è meglio essere bulli.
Non mi inquieta il risultato, ma il tipo di quesito.
Ma stiamo scherzando??? Ditemi quanti di voi in età da brufolo e ormone impazzito, non avrebbe risposto la stessa cosa.
Il secchione/a è sempre stato l’emblema della sfigatudine. Quello a cui rubi il quaderno di latino dalla borsa per copiargli la versione, 5 minuti prima della lezione.
Quello che per 5 anni indossa sempre la stessa felpa di snoopy e se è femmina porta il cerchietto nei capelli e se è maschio c’ha un bel paio di fondi di bottiglia al posto delle lenti degli occhiali!!!
Il secchione – notoriamente – preferisce un bel libro a un bel paio di tette. E mangia il pacchettino di biscotti all’ora di merenda, conversando amabilmente con qualcun altro della sua razza, invece di uscire sulle scale a fumarsi una paglia.
Il secchione di solito non usa il deodorante e si sente.
Ora: naturalmente ho messo insieme una serie di steretipi da far paura, ma ditemi chi non ha riconosciuto, almeno in una di queste pratiche, il secchione della propria classe.
Come al solito il sondaggio in questione ha voluto mostrare il lato che già aveva in mente di portare alla luce.
Una versione tecnologicamente più avanzata del “quando eravamo giovani noi, certe cose non succedevano” che quando mi ritrovo a pensarlo, so per certo che sono diventata supernonna…
Ma il sondaggio non tiene conto dei prototipi che ci presenta questa fottuta società in cui a vincere sono – sempre – i bulli.
Per me i mali del mondo non sono i ragazzi, ma il fatto che gli viene imposto di appartenere, per forza, ad una definizione. O sei A o sei B, al massimo, se ti ribelli, sei out!
Il sondaggio non tiene conto di programmi in cui i secchioni (che parliamoci chiaro, per me, non sempre sono anche persone intelligenti e modelli di vita) vengono messi alla berlina da fikette tutte tette e culi e poco (ma forse solo per finta) cervello.
Il sondaggio non tiene conto dei vari Sgarbi della nostra televisione e cultura che urlano più forte di tutti e che fanno passare l’immagine del vincente (e pure intellettuale) come di colui che prevarica l’altro.
Il sondaggio non tiene conto delle icone bullesche del nostro tempo: un tempo malato che premia il furbetto del quartierino e lo fa diventare cavaliere di uno stivale…
Il sondaggio mi ricorda la logica bushesca del “o siete con me o siete terroristi” che – in quanto lavorante nel campo dell’informatica – riesco ad applicare solo al codice binario 0-1 e già lì mi inquieta abbastanza…
Ahhhh questi giovinastri che si fumano le sigarette di droga e poi vanno a scuola a stuprare le bambine!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Spettacolarizziamo pure, che così i bulli, quelli veri, si sentono ancora più protagonisti dei loro 5 minuti di popolarità…
Stanca
Non conto più i giorni, conto i minuti. Sono stanca, voglio vedere mia figlia, voglio liberarmi di questa panza.
Intanto, dovrò lavorare almeno tutta la settimana prossima per concludere delle cose e per fatturare i lavori che sto facendo (che almeno metto in cantiere un po’ di soldini!). La brochure che stavo scrivendo è stata peggio di un parto – o almeno spero
– ma finalmente è andata, me l’hanno approvata.
Devo fare un cd per un convegno; devo costruire le pagine di un sito e scrivere i contenuti mensili per due portali. Tutto questo nella prossima settimana. Dopo voglio sparire come un Mago, per qualche giorno o anche per un paio di mesi, vedremo.
Devo dormire. Non dormo abbastanza e mi sento sfatta e invece – come dice il mio ginecologo – ho bisogno di energie per quel giorno in cui dovrò essere super in forma.
Ho fatto la visita per la donazione del sangue cordonale: un banalissimo colloquio e controllo degli esami. Sono risultata idonea. Se le condizioni fisiche e logistiche lo permetteranno, anche il mio cordone ombelicale sarà messo a disposizione del mondo.
Però.
Però la sanità italiana è una roba assurda.
Visita prenotata per le 11 di mattina. Arrivo puntuale e parcheggio la mia auto in uno dei tanti posteggi a pagamento: 1 euro l’ora. Non esiste alternativa. Quando andremo a partorire ci toccherà portare una sporta di monetine, fare un leasing sulla macchina o andare a riprenderla dopo che il carro attrezzi ce l’avrà rimossa!.
La dott.ssa che doveva fare la visita viene chiamata per un’urgenza. Siamo in tre ad attendere. Finisce che mi chiamano dentro alle 11.55, proprio quando stavo per andare a rimettere un altro euro nel parchimetro. Nessuno che mi abbia detto beo, che ci tenesse aggiornate sulla situazione.
Entro e la dott.ssa non mi saluta neanche. Accogliente come situazione, per una persona che sta tentando di rendersi utile.
Non dico tappeti rossi e caffè, ma almeno un “Buongiorno” e un mezzo sorriso me lo sarei aspettata. E – se proprio avessero voluto esagerare, ma non vorrei chiedere troppo – un buono Parking per evitare la spesa.
Niente di tutto questo. Un colloquio freddo e formale. Durata 5 minuti.
Mi chiedo perché abbiamo dovuto aspettare proprio quella dott.ssa e se non poteva intervenire qualcun altro, visto che non si trattava di nulla di trascendentale…
Ma la sanità italiana va anche così.
Molte ragazze se ne sono andate, stufe dell’attesa.
Litri e litri di sangue cordonale sprecato.
Belle pubblicità progresso, appese alle pareti, sull’utilità di questa donazione.
Soldi pubblici investiti in comunicazione e intanto la burocrazia si mangia possibili buone pratiche.
che meraviglia!
Ho prenotato gli esami del sangue e delle urine (da ora devo farne uno alla settimana fino al parto) e la prima data disponibile è il 30 novembre.
O così o si paga! Me lo hanno fatto velatamente capire.
Io sarei esentata. E’ un diritto/dovere fare questi esami.
Mi sono molto irritata: adesso chiamerò ogni mattina il numero verde per vedere se riesco ad anticipare il tutto. Ma è un’indecenza.
Non tanto per me che ho la cultura, gli strumenti linguistici e – al limite – i soldi per farmi capire.
Penso a tutti gli extracomunitari che vivono qui, magari pure con il permesso di soggiorno, e non hanno la possibilità di capire la situazione per difficoltà linguistiche e si ritrovano – magari – a pagare fior di quattrini una visita che sarebbe gratuita…
Sono abbastanza stanca: della pancia e di queste cose.
La pancia si sgonfierà, io terrò tra le braccia mia figlia.
Queste cose no. E con la bambina chissà quante ne sentirò e vedrò…
E io ho la fortuna di abitare in una delle città medicalmente più avanzate di Italia…non invidio gli altri!
Sono stanca.
Il libro delle cose strane e meravigliose
Ultimamente leggere il quotidiano mi fa lo stesso effetto di stupefazione assoluta di quando, da bambina con le mie amichette, leggevamo il “libro delle cose strane e meravigliose” in cui si raccontavano cose al limite del normale.
Oggi – mentre mi bevevo il capuccino al bar – con il giornale scroccato sotto mano, ho pensato che è proprio un mondo strano quello in cui un papa-razzi si lamenta per un po’ di (sana e vitale) satira nei suoi confronti – lui che con le sue affermazioni ha provocato la morte di almeno 3 missionari per opera di fondamentalisti islamici – e intanto:
1) un ragazzino down viene picchiato e vilipendiato in una scuola pubblica e se ne crea un filmato talmente succulento che risulta tra i più cliccati in rete;
2) una supplente viene trovata in atteggiamenti “alla Pierino” con 5 studenti di scuola media;
3) una dodicenne – a sua volta – viene violentata da 3 coetanei che riprendono tutto con il loro videofonino;
Insomma: butta malissimo per la prode gioventù italiana; butta malissimo per lo stato della scuola e del buon senso…
Tra tutte queste storie – papa indignato compreso – credo che quella che trovo più affascinante (per meglio dire, la meno peggio) è di certo quella della prof – mia coetanea – che fa “un’intervista orale” al quindicenne e che – colta in flagrante – si difende dicendo che lei crede molto nel “dialogo” con gli alunni.
Tutto da dimostrare naturalmente, perché la professoressa in questione nega l’accaduto e anzi sostiene di essere stata presa con la violenza, ma di certo si tratta di una situazione veramente ai limiti dell’assurdo, tra la novella bocacciesca e il filmino hardsoft all’italiana, con qualche cosciona anni ‘70…
Forse Papa-razzi dovrebbe guardare al degrado morale delle sue pecorelle e non pontificare sulla libertà di espressione. E se magari partisse dal considerare tutti quei pretini che se la fanno coi ragazzini e spesso vengono pure coperti omertosamente dai loro superiori, bhé, sicuramente acquisterebbe dei punti.
I fedeli non li fa perdere la Litizzetto, ma l’a-moralità diffusa della chiesa e questi screzi da salotto-bene che non si confanno molto con la nostra deprimente Italia, con un mondo in guerra e con le religioni che non sanno più dialogare.
E forse, se lasciasse in pace la satira e si concentrasse sui satiri, anche noi non cattolici che viviamo in uno stato non cattolico, proveremmo per lui un briciolo di simpatia in più…
Ecco perché sono anticlericale…

Letto questo articolo di oggi su Repubblica, anche se non potrò guardare il programma stasera, sono aghiacciata.
Così come sono agghiacciata per le recenti dichiarazioni della Curia che paragona il festival bolognese di Gender in una kermesse da pornodivi, proponendo un terribile paragone tra omosessualità e pornografia.
Così come mi dà il vomito il Monsignore che ha dichiarato che “la trasgressione e la violenza sono cugine”, accreditando di fatto il pestaggio di due gay nella mia città.
Nel mio animo di rispettosa delle altrui convinzioni ma anche liberopensante, ho sempre coltivato (e negli anni, purtroppo, si è andata rafforzando) la tesi che chi si fa prete quasi mai lo fa per vera vocazione.
E fin qua posso anche comprendere.
Quel che della religione cattolica proprio non mi va giù è l’amore insano per l’apparenza che spesso copre una sostanza becera e marcia, senza alcun fondamento.
No al preservativo perché mina la “famiglia normale”. Si all’aids o alle gravidanze indesiderate o a malattie altrettanto pericolose.
In chiesa ci si va tutte le domeniche. Con il Suv, a far vedere il macchinone e la pelliccia.
Se sei cattolico arrivi vergine fino al matrimonio. Ma come molti ciellini che ho conosciuto, puoi andarci giù di brutto con petting spintissimo e ti basta non centrare il santo “buchino”.
Se sei cattolico confessi i tuoi peccati, espiando con qualche padrenostro. Non prima di aver commesso ogni genere di nefandezza, tanto con un sano senso di colpa e un buon confessionale, ripulisci tutto e buonanotte ai suonatori!!!
I preti non devono avere rapporti carnali…almeno non in maniera pubblica.
Qualcuno ha tentato di raccontarlo al bimbo biondo che si scoprì fosse il figlio del prete del paese. Gli ha riso in faccia.
Ecco, non dico che tutti i cattolici siano così, ne conosco di coerenti, attivi e liberopensanti – anche tra preti e frati – , ma che un uomo – spesso peggiore di tanti altri – mi venga a far la morale, mentre sotto la tunica si titilla il pisello (spesso votato a una finta castità perché inutilizzabile diversamente) guardando ragazzini che pretende di “educare”, proprio non mi va giù…( e si limitasse a guardare!)
Perché è vero che il marcio sta ovunque, ma allora silenzio. Non erigiamoci a giudici degl’altri, a giudici del mondo e dell’operato dei Comuni e del mondo civile.
Detto questo: sono orgogliosa di non stare creando “una famiglia normale” col matrimonio in abito bianco e tutte quelle robe che fanno tanto giornata speciale.
Sono orgogliosa che Frollina sarà esclusa dalla pratica masochistica di imparare a pappardella l’Io credo, senza capirne una parola e senza che nessuno si premuri di spiegargliela.
Sono orgogliosa di avere rispetto degli altri ma di non imporgli le mie scelte…se Frollina vorrà, quando sarà più grandicella potrà scegliere in autonomia se frequentare una parrocchia, una moschea, diventare buddista o protestante o restare come la mamma.
Una che va a pregare nei piccoli cimiteri di montagna o ai fiori delle spianate in collina.
Spero di non avere offeso la sensibilità di nessuno con questo post…
Perché davvero, conosco anche tanti onesti e bravi cattolici che non fanno la morale agli altri e vivono con coerenza la propria fede, riconoscendo i limiti del proprio umano.
Ed è forse proprio per loro che mi dispiace di più di quel che si vede in giro per il mondo del cattolicesimo…
Quello dell’immagine, si che lui era uno che ne sapeva: di amore, rivoluzioni e solidarietà…
Invettiva contro i Suv
Quando ero al mare con Adele, una mattina di traffico molto intenso ci stavamo dirigendo alla spiaggia a piedi, intossicate dalla quantità mostruosa di automobili di tutti i tipi che cercavano di arrivare con il culo fino al bagnasciuga.
Ad un certo punto Adele se ne è uscita con “io odio i Suv, li trovo orrendi e antiecologici”…io che al momento non sapevo che Suv fosse la sigla utilizzata per etichettare un certo tipo di cassone a quattro ruote e pensando che si riferisse a coloro che indossano una tuta e si tuffano nel mare a guardare i pescietti – sono anche un po’ sorda! – l’ho guardata e le ho risposto una roba del tipo “ma perché? antiecologici? se non usano il fucile e girano solo non fanno male a nessuno…” “non fanno male a nessuno??? inquinano, occupano spazio e si sentono i padroni del mondo!!! figurati se girassero anche con il fucile!”…
come spesso ci accade nella fase scemo+scemo della nostra amicizia, siamo andate avanti così un po’, prima di capire il quiquoqua in cui eravamo cadute.
Ma da allora – forse perché ora so come si chiamano quegli odiosi aggeggi che si atteggiano ad automobile – faccio più caso a loro e li odio con più forza e ossessione.
Perché di solito chi li guida non ha il minimo rispetto per gli altri e si sente – davvero – il padrone della strada; perché chi li guida non ci va a fare le piste campagnole sterrate ma a prendere i figli a scuola, piazzandosi in doppia fila in strette vie del centro storico.
Perché di solito li guidano ricche biondone con le labbra a gommone e la pelliccia di un povero animale e sbuffano pure, se non le fai passare, mentre corrono per arrivare in tempo all’appuntamento con l’estetista…
Perché inquinano di brutto e sembrano delle casse da morto ambulanti; costano come casa mia e uno solo potrebbe risollevare il Pil di mezza Africa e perché ostentano estensioni falliche da film porno, probabilmente per compensare le reali e infime dimensioni di quello del proprietario.
Si piazzano in mezzo la strada per passare e ti si impongono davanti come Mussolini con il petto in avanti.
Insomma. Odio i Suv….mentre il Sub mi è sempre piaciuto moltissimo!.
E – se devo dirla tutta – di questa finanziaria che spezzerà le braccina a molti di noi, che fiaccherà le finanze a tanti, soprattutto cocopro, c’è una cosa che accetto e apprezzo moltissimo e che mi fa essere abbastanza contenta (un abbastanza relativo allo stato cancrenitico di questa politica da baraccone italiano) di averli votati: la supertassa sui Suv!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Speriamo che vengano tutti ingoiati da un magma di asfalto bollente.











