La casa delle bambole: il TUTTO-RIAL
Come le vere mamme FAI DA TE ADDICTED che spopolano sul Web e offrono spunti creativi coi controcojons per passare allegri e spensierati pomeriggi in famiglia, anche io oggi vi racconterò la storia di questa MIRABILE casa delle bambole affinché voi possiate emularci e farne una proprio uguale, uguale, con i tutorial offerti dalla vostra blogger cialtrona preferita.
E allora: Partiamo!!!!!!!!!
Da tempo la bambina abbronzata desiderava regalare a una giovane coppia che abita con noi, Fischer e Price, una casetta tutta per loro.
Tino ed io ci siamo consultati e abbiamo telefonato all’Ingegner Scarabaccini (progettista e architetto, oltre che ingegnere civile) di Marmorta di Molinella perché procedesse con le pratiche e l’esecuzione dei lavori. Lui – che è uomo tutto di un pezzo, grande creativo e appassionato di materiali riciclati – ha proceduto acquistando una libreria Ikea Billy (prezzo base) e un paio di mensole aggiuntive con le quali ha dato vita a una mansarda (ottima location per feste e ritrovi con le altre piccole personcine amiche della giovane coppia).
Eseguiti i lavori abbiamo contattato la Contessa Tentoni Bellerofonte Vien dal Mare perché si occupasse di arredare il nido d’amore.
La Contessa, mi preme ricordarlo, è una delle arredatrici più in voga, oggi, a Legoland.
La Tentoni – come potrete notare dall’ottima foto (scattata da me medesima in notturna, a cui il flash conferisce un effetto evanescente che fa molto “Paradiso”) ha scelto di usare i dettami della cosidetta “arte povera”, riutilizzando pezzi rari e unici e riadattandoli alle esigenze di Fischer e Price.
La parte inferiore della casa è stata momentaneamente adibita a garage dove soggiornano le automobili della coppia (lei è una collezionista di automobiline) e gli animali di famiglia (lui è stato un gattaro molto noto in zona Colosseo).
La mansarda, inizialmente adibita a dispensa dove mantenere “calde” le provviste in pasta di sale, ha dovuto subire però l’unico inconveniente che è andato a increspare la vita felice della felice coppia di sposi.
Ebbene si. Non volevo parlarne ma poi voi domandate ed è inutile nasconderlo: Barbie si è messa in mezzo.
Pur essendo entrata in casa nostra da pochissimo, grazie a quella “Santa donna” di mia suocera, pretende già di essere trattata come una principessa.
Non avendo dato seguito alle sue lamentele (desiderava conoscere un Ken che l’amasse e vivere nel Camper di Barbie per girare il mondo con lui), ha decido di okkupare la mansarda di Fischer e Price, arrivando con i suoi tre cani che hanno sempre fame e importunano i felini, tanto amati da Fischer.
Nell’attesa che arrivi la polizia a sgomberare, i tre sono costretti a convivere e se non fosse che Barbie peta e rutta a volontà, facendo vibrare fortemente il soffitto della camera da letto, i due potrebbero anche continuare il loro menage senza troppi problemi: dove mangiano tre gatti possono mangiare anche tre cani in più.
L’Ing. Scarabaccini al momento del progetto era un po’ sottotono per via del caldo estivo e ha dimenticato di inserire scale, porte, e ogni genere di via d’uscita e passaggio.
Nell’attesa di attrezzarci (il motto della Contessa Tentoni è “chi va piano si compra un bel divano…”) e che la coppia possa aprire un mutuo per terminare l’arredamento della propria casa, io mi sono permessa di costruire un ascensore (quello giallo nella foto) che ha fatto la gioia della bambina abbronzata, anche se risulta abusivo nel piano regolatore.
Confidiamo in un condono.
In fondo
Fischer e Price hanno scelto di vivere in Italia…
Dialogo (immaginario) tra il Bene del Paese e una disfattista
Persone e fatti contenuti in questo post sono totalmente immaginari e immaginati. Qualunque riferimento è puramente casuale. Le sue parole mi hanno dato l’ispirazione, per ciò – come sempre – lo ringrazio.
Dlin Dlon!
Sono in ciabatte, tutone da casa con qualche macchia di caffè sparsa qua e là a rendere meno noiosi gli alci effigiati sopra la maglia. Il capello raccolto è talmente unto che potrei aprire una friggitoria.
Ma hanno suonato il campanello. Cosa faccio?
La bambina abbronzata e il padre – usciti a fare la spesa – non possono essere. Loro hanno le chiavi e il non marito usa uno scampanellio tutto suo, che lo renderebbe riconoscibile tra mille, proprio come la camminata strana di Baglioni.
Faccio finta di nulla. Ovvio.
Se è qualcosa di importante mi chiameranno al telefono.
E’ sabato mattina. Autunno. Le possibilità che abbia un senso sputtanarsi con l’universo mondo aprendo in queste condizioni o che sia fermamente necessario abbattere il record di spoglio/rivesto/acconcio per rendermi presentabile sfiora il 15%. Nemmeno l’ultimo sfigato, depresso, alla canna del gas muoverebbe le terga per un misero 15%, figurarsi se sposto io il mio grasso culone…
Passa un minuto. Silenzio. Posso tornare alle mie attività: mi aspettano in chat, su Facebook.
Dlin Dlon! Fa di nuovo il campanello.
Minchia.
Sarà mica il postino eh? In questo condominio sono l’unica che lo caga il postino. Fosse per i miei vicini la nostra corrispondenza potrebbe finire dentro al primo tombino, inghiottita dalle fogne!
Mi avvicino al citofono. Chiedo “Chi è?”. Se è il postino basta che gli dia il tiro senza bisogno di mostrarmi, tanto vale essere gentile.
Nessuna risposta.
Torno alle mie cose. Non faccio in tempo a sedermi di nuovo che il campanello urla:
DLIN DLON!
Stavolta mi hanno rotto i coglioni. A sto punto dovranno subire Panzallaria in mise da casa e pure un poco irritata.
Vado alla porta e scandisco un “Chi è?” che mi fa sembrare il Lupo di Cappuccetto Rosso. Dall’altra parte arriva una voce composta, impostata, di giovin ometto.
“Salve, avrei bisogno di fare due chiacchiere con voi, non la voglio disturbare, le rubo solo due minuti…”
Ecco, lo sapevo.
“Guardi, sono agnostica. La ringrazio molto ma qui siamo tutti agnostici, gatta compresa…” interrompo io, rimanendo nascosta dietro alla porta, come se fosse un burqa.
L’ometto mi fa capire che lui non è una persona di fede. Provo a fargli capire che siamo contenti del nostro gestore telefonico. No, lui non è nemmeno uno spacciatore di contratti e tariffe telefoniafissamobileinternét.
Il tutto, sempre, senza che io abbia nemmeno aperto la porta. In puro Scetticismo style padano.
Ma chi cazzo è questo? mi chiedo mentalmente.
Forse vuole indurmi a diventare sostenitrice di qualcosa. Avrà sicuramente qualche brochure infarcita di bambini tristi del terzo mondo con la pancia gonfia e io, lo so, se vedo anche solo una di quelle foto, gli lascio un rene a questo qua…
NON-POSSO-APRIRE-QUELLA-PORTA!
“Guardi, sono già sostenitrice di Sa…” dico con voce supplichevole, per fargli capire che non sono cattiva, che ho a cuore le sorti del mondo ma non posso abdicare a quelle del mio conto in banca.
“No signora, continua a non capire. Qui nessuno le chiede soldi. Sono passato perché avevo piacere di scambiare due parole con lei e la sua famiglia, per andare oltre i personalismi e i disfattismi che inquinano il nostro Paese…”
Ehhhhh???????
Ma questo è fuori come un balcone?
“Mi scusi, ma di cosa stiamo parlando?”
“Signora, mi manda il Premier. Sono venuto da lei perché penso sia importante un confronto sereno. Abito qui vicino e so che lei non è una – diciamo – simpatizzante del nostro Governo ma credo comunque sia importante che sappia perché Lui fa certe scelte e perché è importante non dare retta a tutte le voci di corridoio, i complotti della Magistratura, i disfattismi dell’opposizione…sono qui per spiegarle come può essere FELICE oggi in ITALIA! Lui potrà renderci tutti ricchi, belli, senza problemi….lei guarda la televisione signora?”
Mentre l’ometto parla, penso che non poteva capitare in un’occasione migliore. Il mio look Friggitoria mi sembra proprio quello più adatto per accogliere a braccia aperte un forzaitaliota in missione (o si diceva mobilitazione?).
Gli apro. Lo accolgo con un sorriso. Lo faccio accomodare sul mio divano rosso impanato di pelo di gatto che fa molto poco disfattista.
Lui rimane un attimo in imbarazzo a causa del mio aspetto, balbetta uno scusi e un mi dispiace ma poi si siede, felicemente.
Parla d’amore, della cattiveria e invidia degli avversari, racconta la storia di chi si è fatto da se (salvo poi farsene per tre), testimonia il verbo e mi rassicura.
Il mondo è un posto meraviglioso. Lo so io che l’Italia è l’unica in Europa in cui l’Euro, malgrado i tempi di crisi, regge ancora? Lo so io che la Mafia non esiste più dopo i numerosi arresti voluti dal nostro attuale Governo? Lo so io che i giornalisti sono tutti contro di Lui ma è solo perché temono di non poter più godere dei troppi privilegi che in passato erano loro concessi? Lo so che la Magistratura, alla notte, si riunisce in luoghi oscuri – altro che Massoneria- per destabilizzare e prendere il Potere?
Gli immigrati irregolari sono molto diminuiti. Le donne possono contare su Mara che è pure figa così gli uomini la ascolano di più. Il lavoro c’è, solo che gli italiani sono incontentabili e vogliono a tutti costi uscire dai confini nazionali e per Bengodi dove invece si ritrovano soli, lontani dalla loro mamma, in luoghi dove il valore della famiglia non è tenuto in conto come qui.
Ma mi rendo conto io che l’Italia – molto più dell’America – è il posto in cui TUTTO è POSSIBILE????
Anche gli uomini piccoli possono arrivare in alto. Anche semplici Showmen possono cambiare il Paese, diventare imprenditori, politici, strateghi.
“Basta coi disfattismi signora, si guardi intorno…la nostra Italia è un posto ME-RA-VI-GLIO-SO!!!!”
Non ho detto una parola. Sono rimasta a guardarlo mentre sognante recita la sua Omelia.
A tratti penso che abbia ragione lui. Che debba per forza avere ragione lui.
A tratti mi viene in mente Leopardi e il Dialogo tra il venditore di almanacchi e il Passeggere.
Vorrei essere gentile con l’ometto. Vorrei offrirgli un caffè. Vorrei accompagnarlo alla porta senza che trapelasse nulla di tutto quello che penso realmente.
Invece mi alzo
tranquilla
con un sorriso largo, stampato sulla mia faccia
nel mio tutone all’ultimo grido
e
lo mando a FANCULO talmente forte che il giorno dopo i vicini vengono a domandarmi se abbiamo adottato anche un Gorilla del Rwanda per salvarlo dall’estinzione.
Un “personalismo”, me ne rendo conto.
Ma ogni tanto bisognerà pure togliersi qualche sfizio, no?
Strane richieste
Faceva un caldo barbino. Me ne stavo ferma ad aspettare l’autobus in via Saragozza con i vestiti appiccati sulla pelle e i pensieri che surriscaldavano la testa. Luglio, secondo me era luglio. Ero in uno di quei momenti di umore ballerino in cui mi arrotolo su me stessa e mi sembra di girare a vuoto, come sulla ruota del criceto. Momenti che sono ciappini della mente: finisce sempre che tracollo nelle domande esistenziali e non mi do mai le risposte giuste, collezionando solo un discreto numero di fatiche emotive.
Alla fermata del 20 arrivò un ragazzo che avrà avuto qualche anno in meno di me e c’aveva una bella faccia – malgrado la magrezza – punteggiata da un’acne tardiva che era un vero peccato perché se no sarebbe stato proprio uno da guardare con piacere.
Mi ricordo che pensai a come si dice delle persone magre così, che si dice “è uno pelle e ossa” e mi sembrava che in quel caso ci fosse la giusta opportunità dato che la pelle e il suo scheletro erano talmente vicini da sembrare un tutt’uno.
Dopo un poco che eravamo tutte e due ad aspettare, lo vidi che cominciò a guardarmi in quel modo in cui si studia il carattere di una persona per capire se è davvero come ti aspetti.
Io me ne stavo assorta nel malmosto ma ogni tanto alzavo la testa di sfuggita e mi accorgevo che il ragazzo era lì, con due occhi enormi puntati sulla sottoscritta.
Naturalmente pensai di piacergli. Una donna, se la guardi con insistenza alla fermata dell’autobus in un pomeriggio di luglio pieno di caldo ci pensa subito che forse è perché l’hai notata e ti fa sangue. Mi sentivo in imbarazzo, tanto che per una sorta di timoroso pudore, tirai indietro un piede e l’altro no.
Quando cominciò a parlare notai subito gli occhi che c’avevano una specie di patina a far da nebbiolina alle sue idee. Notai subito anche la voce a strascico, come una rete solo piena di buchi, e quella voce piena di buchi – me lo ricordo – mi fece subito saltare alle conclusioni.
“Questo qua è un droghello che vuole dei soldi!”.
Il droghello, come lo chiameremo da ora, non trovava le parole:
“Ciao, senti, ti devo chiedere un favore” disse dopo aver incespicato a lungo sul saluto.
Io ero già pronta ad arretrare con l’altro piede, ero già pronta a dire che non avevo un ghello e che – casomai avesse bisogno di mangiare o prendere un treno – ero disponibile ad andare insieme in un bar o al limite alla stazione per fare il biglietto ma che non mi dicesse che gli mancavano giusto-giusto 5 euri perché tanto non glieli davo.
Ma lui non voleva dei soldi.
Lui mi guardò e mi disse che no, di soldi non ne aveva mica bisogno, che grazie a dio i suoi genitori a lui ci pensavano.
Mi disse che lui era stato tanto tempo in una Comunità, mi disse e che si era ripulito per bene.
A me non sembrava molto, ma dato che non sono brava a capire se uno si droga ancora oppure no, mi sentii in colpa per via che ormai io, nei miei pensieri, lo chiamavo “Droghello”.
Il Droghello che diceva di non essere più droghello mi guardò. Rincorse un attimo le parole e poi mi spiegò cosa voleva e perché:
“Devi sapere che i miei genitori mi fanno fare sempre dei controlli, perché hanno paura che io mi faccia ancora, mentre, dai, io non mi faccio più solo che a volte fumo delle canne e loro non capiscono che anche se fumo delle canne, mica è droga no? Le danno anche ai malati di cancro le canne, se le fa anche Pannella e allora perché io non dovrei?”
Dato che anche io ogni tanto mi ero fatta delle canne, pensai subito che ero stata un po’ parruccona a pensare male di quel ragazzo, pensai che stavo diventando un po’ troppo moralista e che ogni tanto avrei dovuto lasciarmi andare, mollare gli ormeggi verso lidi più leggeri.
Però mica capivo cosa volesse il ragazzo che si era ripulito ma si faceva le canne.
“Allora, senti, io avrei bisogno di un piacere. Tu che sei una brava persona mi devi aiutare” e continuò “Io domani ho il controllo delle urine, ma se i miei genitori scoprono che ho fumato della marja finisce che mi chiudono in casa o mi rispediscono in comunità, mentre io l’Ero non la tocco più e in comunità proprio non ci voglio tornare.”
“Allora se te sei una persona per bene come sembri, allora devi farmi questo favore” disse tirando fuori dalla tasca una cosa che non capii subito cos’era ma poi mi parò davanti al naso.
Era una di quelle provette lunghe e trasparenti che ci metti dentro la pipì e poi la porti ai Laboratori, per gli esami.
“Potremmo andare in un bar, è facile, basta che fai la pipì qui dentro. Non se ne accorgerà nessuno” mi disse il mio nuovo amico mentre il phon d’aria calda che veniva dal Colle tirava forte e dietro la nuca il sudore mi bagnava i capelli troppo lunghi.
Ecco io non so bene cosa pensai esattamente ma mi venne molto da ridere.
Un uomo mi aveva appena chiesto di pisciare per lui.
Oltre alla pipetta il mio amico aveva tirato fuori anche delle banconote, erano due ed erano di taglia media e faceva per allungarmele come a costringermi a prenderle.
Io rimasi qualche secondo con la bocca aperta come un baccalà e poi per fortuna arrivò il numero 20.
Mentre salivo e lui rimaneva a guardarmi, come sospinto dalla speranza che cambiassi idea, ho scosso la testa e gli ho detto che mi dispiaceva ma avevo appena bevuto una birra perché ero un po’ d’umore balengo e che secondo me birra e umor balengo insieme non erano garanzia che la mia urina fosse pulita.
Poi, diciamoci la verità, era una bella responsabilità e non ero tanto sicura di volermela prendere.
Sull’autobus ho pensato che nessuno, prima di allora, aveva avuto una fiducia tanto grande e cieca nei miei scarti fisiologici.
Cozze mascarpone e ciccioli
La bambina ha un padre altissimo che non parla molto e che te – se lo incontri alla scuola – ti viene sempre un po’ di soggezione perché mugugna un saluto senza troppi salamelecchi tanto che pensi che forse non c’ha nessuna ragione per perdere tempo a chiacchierare.
E’ successo che la bambina ha già organizzato due domeniche due a casa della nonna, nella campagna della Bassa bonificata e devo dire è stato proprio bello perché a noi stare nella natura piace molto, e ci piace prendere aria buona, guardare le galline, raccogliere le uova e le patate e giocare con gli altri cinni convenuti e sedere con i genitori dei cinni convenuti e fare delle belle chiacchiere e raccontare degli aneddoti e mangiare cose buone, anche se alla frollina nell’erba si attaccano delle gran zecche ovunque, tanto che è diventata famosa tra i suoi amichetti, perché lei piace alle zecche.
Comunque.
Il padre altissimo della bambina c’ha una trattoria e e fa il cuoco e non è mica tanto vero che è un orso e lo dimostra il fatto che poi, in queste occasioni, cucina sempre per tutti quanti: familiari e amici e alla fine si pasteggia assai bene.
Per la cronaca, la trattoria del papà della bambina e su non so quale famosa guida perché servono gli zuchetti ripieni più buoni dell’universo.
E neanche le lasagne sono male, ma non ditelo a mia suocera che poi se la prende se sa che abbiamo altre lasagne al di fuori delle sue.
Nell’ultima domenica c’era anche il nostro amico Daniele musicista e allora si sono messi a raccontare degli aneddoti di artisti bolognesi e mi sentivo molto figa a un pranzo dove si raccontano aneddoti di musicisti e cantanti che mi piacciono e li si chiama per nome: Francesco, Gianni e così via.
E il padre altissimo con la faccia da Robert de Niro solo molto più bolognese, ha tenuto banco per quasi due ore e ci ha fatto morire dal ridere, proprio mentre le nostre figlie facevano il bagno nella piscinetta gonfiabile che erano talmente tanti i cinni che sembrava di essere a Riccione il 15 di agosto, negli anni in cui non c’era la crisi e le famiglie stavano un mese intero a Riccione.
E allora ci ha raccontato di quel tempo in cui lui cucinava per un locale estivo all’aperto molto noto della città, che la nostra città è così, siamo tutti pecoroni e se un locale tira, allora ci trovi tutta Tortellini city e non c’è scampo, ovunque senti parlare di quel locale e della musica e delle serate e sembra che tutte le torri della città inizino e finiscano su quella pista.
E lui che faceva il cuoco negli anni 90 in quel posto, diceva che una volta hanno fatto una scommessa con gli altri cuochi, perché a mezzanotte regalavano a tutti un piatto di pasta e dice che ha visto gente quasi picchiarsi per due maccheroni, che quando regalano, si sa, nel nostro paese non si lesina in spinte.
La scommessa – dicevo – consisteva nel fatto che secondo il padre della bambina e un suo collega, qualunque cosa avessero dato agli avventori se la sarebbero mangiata di gusto, tanto era gratis. Ma il cuoco ufficiale ecco non era mica d’accordo, lui che aveva fatto delle scuole importanti di chef e ci teneva molto al cerimoniale, che anche il cibo ne ha uno suo.
Ma poi questo chef era andato in vacanza e così i due amici avevano deciso di riproporre la sfida. Con roba buona, tenete presente, mica scarti o robe così: tutti cibi di qualità.
E alla fine al padre della bambina gli era venuta un’idea creativa e aveva preso delle cozze, poi le aveva saltate in padella con la cipolla, poi ci aveva messo sopra della panna e del mascarpone formaggio tirati e poi a coronamento della panna, del mascarpone e delle cozze, aveva anche grattato sulla pasta condita con il tutto dei bei ciccioli secchi di quelli che sono una specialità delle nostre parti ma non vi dico con che lato del maiale si fanno che non vorrei produrre degli svenimenti.
E a me a sentire questa storia delle cozze con i ciccioli mi veniva un po’ di conato e un po’ da ridere e abbiamo riso di più quando ci ha detto che il padrone del locale dopo aver assaggiato i maccheroni aveva detto che erano proprio buoni e forse era un peccato offrili durante il buffet che quella roba valeva la pena di venderla e allora il papà della bambina gli ha detto che no, meglio offrirli perché era una ricetta francese e la stavano sperimentando.
E la gente, giura il padre alto che assomiglia a rober de niro e se lo incontri all’asilo non emette altro che un mugugno di saluto, la gente ha mangiato tutto di gusto, spazzolando il piatto e anche la pentola e loro si sono divertiti molto a vedere i post- adolescenti spintonarsi per un piatto di maccheroni cozze-mascarpone e ciccioli.
Il padre della bambina, dato che ci siamo messi a pensare dei titoli per il nuovo disco del musicista che però non era mica mai convinto, ha anche detto che quando lui deve prendere una decisione con il suo socio, lui per decidere prima ci pensa bene alle cose poi si prende una gran bresca di vinello buono e alla fine mentre sono lì, nei fumi dell’alcol, dice che le decisioni ti arrivano come delle illuminazioni e allora basta solo aspettare e avere pazienza che il vino scorra nelle vene e il titolo vedi che arriva da solo.
Lo sbarco in Normandia
Se lo trovavano tutti i giorni al banco, all’ora di apertura pomeridiana. Sgamba padre non si accorgeva neanche che fosse entrato. Si appoggiava con un gomito, puntando sicuro al suo Fernet. A volte – quando era di quaresima e la moglie lo guardava torvo, che bere di quaresima sembrava brutto – a volte prendeva dei caffè. Ma erano sempre caffè corretti, roba da sciogliere il freddo che diceva di avere nel cuore.
Perché il Signor Bonazzi, conosciuto da tutti come il Bourdigòn, per via che non era proprio un bel omarino da guardare, il Signor Bonazzi i suoi tempi d’oro li aveva avuti ma adesso erano solo nella memoria. I tempi d’oro del Signor Bonazzi, impiegato all’Ente Case Popolari e inquilino di una casa ricevuta in affitto dall’Ente stesso, risalivano agli anni della guerra e lui se li ricordava bene.
Se li ricordava fin nei dettagli, tanto che c’erano dei giorni che a furia di bere dei Fernet, finiva che riusciva a raccontare per ore una delle sue storie della guerra e ogni volta si aggiungeva un particolare nuovo, cosa che probabilmente dipendeva mica da invenzioni o fantasie, ma dal fatto che con il Fernet la memoria si migliorava e ogni giorno, un Fernet dopo l’altro, venivan fuori delle storie che si diceva che perfin la Madonna di San Luca scendesse ad ascoltarle, in certe sere di maggio. Read more
Sentirsi inadeguati
In questa mattina di gelo bolognese abdico al mio amato ruolo di blogger. Oggi non scrivo qui. Vi invito calorosamente a leggere invece ciò che di meraviglioso sta succedendo grazie a un’idea della mia cara amica La Lena.
Sono mesi che (paradossalmente, considerando la mia storia personale) mi sento allontanata per un senso di inadeguatezza che suscita – evidentemente – la mia persona, le cose che faccio, il fatto che le faccio. E’ una gran sofferenza, specie se succede con gli amici. Perché tutti prima o poi ci siamo sentiti inadeguati e tutti quanti, anche quelli apparentemente forti come la sottoscritta – e sottolineo APPARENTEMENTE – hanno dentro le proprie fragilità. E ognuno le affronta (o non) come pensa meglio.
Così mi è sembrato quasi un miracolo quello che sta succedendo su Donne Pensanti/Social Net.
Mi manca tanto così: collezione di inadeguatezze sta diventando uno spazio pubblico e intimo insieme. Dove molte donne (e speriamo anche qualche uomo!) stanno facendo outing sulle proprie inadeguatezze in un modo che seconde me commuove abbastanza.
E mentre la sottoscritta scriveva, si rendeva conto, per la prima volta, che non siamo realmente soli nemmeno nelle nostre solitudini e che a volte basta una Narr-Azione per cambiare la finestra da cui guardiamo il mondo.
Partecipate numerosi. Giuro che fa bene.
Quando i personaggi arrivano loro che non hai nemmeno bisogno di inventarli
Visto che non ho abbastanza cose che mi frullano nella testa, mi si è aggiunta da un po’ di tempo un’altra idea.
C’ho voglia di raccogliere i racconti del quartiere.
Quelli del bar storico, quelli di mio suocero, quelli che mi hanno ispirato anche altri due racconti: Scommesse e L’avvertimento.
Così. Trovo che questa zona di Tortellinicity pullili di storie. Tra case popolari e ville collinari, si è creata una chimica strana, un mix prezioso di aneddoti. Read more
Il miracolo italiano di Natale
E’ Natale. Bisogna parlare di Pace, Amore et Concordia. Lo sa bene il nostro Pontefice urbi et “orbo” Papi Berlusconi.
Pare che ieri sia stato allestito un palco, in Piazza Duomo a Milano, da cui ieri Berlusconi si è retto sulle folle, ha imposto le mani sul Tartaglia e ha pronunciato le sacre parole: “Ego te absolvo”.
Tartaglia balbettava dall’emozione.
I fan del Nostro Papi purtroppo erano rimasti bloccati in metropolitana a causa del ghiaccio (tranne ovviamente i più assidui e preparati che erano giunti sotto le guglie con i pattini, scortati da Bertolaso) da dove la filodiffusione Morattiana li ha intrattenuti con canti natalizi tipo “Meno male che Silvio c’è” cantata sul ritmo di Gingòl bel. Read more
Le reazioni al nuovo DDL di Marronglasè. Cosa cambierà?
Oggi, davanti al Consiglio dei 100 Grandi Assenti, il titolare dell’Urinale ha presentato un disegno di legge che mira a contrastare l’escalation di violenza a cui ha dovuto far fronte Berluscolo – il potente re di Biscionia.
“Siamo soddisfatti del nostro Decreto e pensiamo possa sferrare un colpo mortale alle ideologie marxiste di chi pensa di ribaltare con la violenza la scelta degli elettori” ha dichiarata l’On. Marronglasé al termine della seduta. Read more
Un romanzo in cerca di editore
Come dicevo ieri sera, io sto scrivendo un romanzo in cerca di editore e stiamo preparando uno spettacolo in cerca di teatro. Per ciò chi ha un teatro o una casa editrice (e lo so che pullulano entrambe le cose, in Italia) si faccia avanti. Per stimolare un po’ entrambe le categorie, pubblico un altro pezzetto del mio romanzo. L’editore che è in voi venga fuori!
Incipit
Questo è l’incipit del romanzo che sto scrivendo:
Oggi
L’Assessore sorseggia educatamente un cappuccino mentre io bevo una cedrata Tassoni dissimulando l’intima e proletaria soddisfazione che provo a sentire le bollicine che mi massaggiano il gargarozzo in questa afosa giornata di maggio.
Siamo seduti al Caffè Caruso e lui parla da mezz’ora. Dopo avermi incensata di complimenti circa la mia professionalità e dopo aver sottolineato l’importanza che ricopro come sua assistente e addetta stampa, siamo già passati a parlare della sua casa al mare e dei necessari lavori di ristrutturazione alla stessa.
Io faccio finta di ascoltarlo ma in realtà penso a quanto è ruffiano: in 7 mesi di collaborazione non mi aveva mai invitata al bar e tanto meno mi aveva mai fatto tanti complimenti; entrambi sappiamo il perché di tutta questa premura anche se nessuno dei due è in grado di affrontare l’argomento a viso scoperto.
A me della sua casa di vacanza a Viareggio non me ne frega niente: è stata una giornata lunghissima in cui ho dovuto sbrogliare un discreto numero di problemi causati dalla sua logorrea inarrestabile che lo porta a rendersi disponibile – ma solo a parole – con tutti per poi sparire come Houdini, lasciando alla sottoscritta il privilegio di tessere storie verosimili. Ora ho solo bisogno di tornarmene a casa, togliermi questi pantaloni che si sono incollati alle chiappe come una seconda pelle e farmi una copiosa e soddisfacente doccia.
Ho bisogno di rimettermi a pensare alla mia vita che da una settimana è cambiata in maniera radicale.
Ma lui non molla la preda, consapevole che deve trovare una valida giustificazione a quello che è successo, a quello che la sottoscritta ha visto e a quello che può avere pensato.
Non sa il mio Assessore che attualmente ho il cervello in lavatrice e che i pochi neuroni connessi rischiano di annegare nella cedrata.
Lui è un uomo piacente, alto e con una folta chioma sale e pepe. Il suo corpo, malgrado vada verso i 60 anni, non è affatto imbolsito. Miete un discreto numero di conquiste, adora fare il piacione e ha in serbo un sorriso calibrato per ogni circostanza. Io ho 34 anni, mi chiamo Agnese, sono sovrappeso ma carina, scrivo per professione – quando riesco a intascare un contratto a tempo che duri più di una settimana – ho un sorriso largo come i miei fianchi e raramente riesco a tenere a bada il mio corpo che si ficca sempre in qualche guaio.
Come ieri.
Lo pubblico per sapere cosa ne pensate e perché se sta qui mi pungula un po’ a finire questo progetto. Che uno degli obiettivi di questo autunno è finire e trovare qualcuno che lo pubblichi. Fosse anche solo la copisteria sotto casa.
Perché si vive una volta sola e io ho fatto un fioretto qualche mese fa: entro i 40 anni o riesco a finire il mio libro e a pubblicarlo, oppure dimagrisco.
E dato che mi piace troppo mangiare.
Gli amici del bar Margherita
Ieri sera ce ne siamo andati al cinema. Attività che si trova in cima alla lista (pubblica
) delle cose che vogliamo fare questa settimana.
Al cinema all’aperto davano “Gli amici del bar Margherita” di Pupi Avati ed era un pezzo che ero curiosa di vederlo. Per tanti motivi, primo fra tutti perché parla del mio quartiere, dei luoghi dove vivo e narra le storie di quelli che erano giovani insieme al padre di Tino che viveva qui. Read more
Diario da un futuro imminente
Cerco di sedermi. Sono stanca. Ho viaggiato parecchio e mi fanno male le gambe. Non ho più l’età. Me lo dice sempre mia figlia quando mi telefona. Lei studia fuori. Appena possibile l’abbiamo iscritta lontano. Ogni mese appaltiamo un mezzo rene per pagare la retta della sua Università ma lo facciamo volentieri, perché speriamo possa avere un futuro diverso, in un posto diverso. Quando avevamo trent’anni pensavamo che avremmo avuto tempo. Tempo per lottare. Tempo per cambiare le cose. Ora che ne abbiamo cinquanta, ci rendiamo conto che il tempo è passato e le cose, quelle che forse in quegli anni avremmo potuto contrastare, non si possono più fermare.
Che stupida che sono stata, che siamo stati. Nessuno ci aveva abituato a fare gruppo. Siamo nati negli anni settanta, cresciuti nei vuoti ottanta e laureati sulla fine del secolo. Abbiamo visto finire il vecchio mondo e iniziarne uno nuovo, dove la parola sindacato riguardava solo i nostri nonni e la politica si faceva nell’alcova e non in parlamento. Rimbambiti dai pompini di Clinton e dalle “galanterie” del nostro Imperatore ci siamo persi per strada molte cose, prima di tutto la coesione. Ci chiamavano precari e all’inizio se ne parlava. Almeno. Solo che noi zitti. Sempre zitti. Tanto – male che andava al call center – potevamo sempre sperare in un posticino a Cinecittà, nella casa del G. F. Read more
L’avvertimento
Dato che ho il cervello spappolato dai bacilli e una scarsissima voglia di applicarmi alla qualunque ma voglio lo stesso farvi gli auguri per il prossimo anno (personalmente sono estremamente felice di dire ciao a un faticosissimo 2008!) vi lascio con un racconto che ho scritto quest’anno e che giace da troppo tempo in una cartella del mio computer.
A prestissimo
L’AVVERTIMENTO
Francesca Sanzo
“Signora Martinelli? Sta bene? E la bimba? L’ho vista anche ieri dalla finestra, come è cresciuta la sua bimba, glielo avevo detto io che era una femmina, tutti le dicevano – maschio, maschio – io invece ce lo dicevo che era femmina!” “buongiorno, signorina Pollastri”. “Le posso offrire un caffè signora Martinelli che ci devo parlare?” ” va bene, ma è successo qualcosa?”.
La signora Martinelli ha appena portato la piccola Agnese dai nonni, per andare a lavorare. E dato che lei fa parte della schiera dei precariLiberoprofessionistiLavoratoriautonomi, lavora in casa. Abita all’ultimo piano di una palazzina di edilizia popolare, dove convivono proprietari che a suo tempo riscattarono la casa e inquilini dell’Ente. La signora Martinelli è proprietaria. La signorina Pollastri di nome fa Moira come la Orfei, ha più di 70 anni, il volto tondo e la pettinatura spumosa, in vero stile emiliano. Nel suo modesto appartamento con stufa a gas ci vive dal 1950 che era ancora una ragazzina e paga un canone mensile all’Ente ereditato dalla sua povera e scomparsa mamma. Si incontrano in una mattina che il cielo è grigio come il cemento armato la signora Martinelli e la signorina Pollastri. Sono sotto al voltone del Meloncello, al crocevia tra il portico dello Stadio e quello di San Luca e si stanno entrambe dirigendo verso il Bar Billi. Non fanno caso alle suorine che – in fila ordinata – cominciano a salire di gran lena sotto il portico, verso il colle della Guardia; non fanno caso al loro Rosario, snocciolato come brustolini ad ogni stazione della Via Crucis. Non fanno nemmeno caso allo studente assonnato che si appresta a partire con poca voglia e molto coraggio, perché ha fatto un voto alla Madonna, le ha promesso che sarebbe andato a piedi se lei gli faceva passare Diritto civile. Che per votarsi alla Madonna di San Luca non serve mica essere cattolici eh? non serve mica andare in chiesa alla domenica, che la nostra Madonnina a noi ci protegge tutti, non sta a guardare le sottigliezze lei, vuole solo che se dici che cammini, poi cammini davvero, ti fai la salita, i gradini e alla fine entri anche in chiesa, così, tanto per farti vedere. Non fanno caso a niente la signorina Pollastri e la Martinelli. Vogliono solo entrare da Billi per la dose mattutina di caffè. Per riscaldarsi con il rumore delle tazzine e i discorsi FilosoficoCalcistici degli avventori. Perché al bar Billi fanno un caffè buonissimo e ti danno il bicchierino d’acqua per prepararti la bocca. Tu ci entri e ci credi ancora che Bologna è come la raccontano nelle antologie, che c’è ancora del buono e del bello e del verace nella nostra gente e in questa terra emiliana. Sono gli arredi, ma non solo. Sono le enormi sale, ma non solo. È il biliardo con le boccette sopra, ma non solo. Sono anche gli omarelli che si riuniscono qui per arringare sul Calcio, per discutere e per studiare le strategie future del Bologna. Tra una sigaretta, un bicchiere di vinoDiquelloBuono e un pacato tafferuglio nostrano. Che quando si mettono a litigare c’è come una calamita che li attrae fuori dal bar, fino in mezzo alla strada, in mezzo al traffico: una forza oscura che li divide in due falangi armate, pronte a combattere a suon di scatarroni e bestemmie. Entra al bar la Signora Martinelli, per tutti Giò. Entra al bar la Moira, per tutti Signorina Pollastri del quarto piano, in compagnia della Vanda, barboncino bianco di anni 10 e molti guai. “Stavo giusto per ordinare un caffè” dice arresa all’evidenza della compagnia la signora Martinelli, “lei cosa prende?” “un caffè, un caffè lungo anche per me!” risponde la Moira Pollastri, mentre Vanda tira in direzione di uno schnauzer che transita fuori dalla vetrina. “Mi dica” fa la giovane. “Allora, Signora Martinelli, mi scusi se le rubo tempo prezioso, ma ho bisogno di farle una confidenza; c’ha presente quei rumori? quei rumori che si sentono nel cuore della notte, quando i cristiani dormono che la mia povera Vanda si sveglia di soprassalto e comincia ad abbaiare come una matta?”
“si, più o meno ho presente” risponde Giò “e già, voi state all’ultimo piano, signora Martinelli, quindi non li sentite bene come noi altri dei piani sotto, ma le assicuro che sono roba da svegliare i morti della Certosa!” rincara la Moira, mentre a piccoli sorsi prende il suo caffè. “Ecco, io sto dando di matto!” continua, passandosi una mano sul rossetto che per via delle labbra secche dà alla Pollastri una sensazione come di vernice rappresa, “io sto dando di matto, perché noi siamo brava gente, io vivo nel palazzo da 60 anni e non sono mai capitate delle robe così. Adesso è sempre confusione, c’è sempre qualcosa di sporco e di rotto e in cortile fanno un casino, anche nel pomeriggio quando tutti dormono”. “Scusi, ma a cosa si riferisce?” chiede Giò, vuotando la bustina di zucchero nel caffè. “Lei sa che io faccio volontariato al centro anziani vero? Alla domenica e a volte anche al sabato vado a fare le crescentine al centro anziani io e quando c’è la festa dell’Unità, a settembre, vado sempre a dare una mano al Partito, a cucinare con le mie amiche del quartiere. Senza mai chiedere niente in cambio!” “Sì, signorina Pollastri, lo so, me lo ha raccontato. Ma cosa c’entra questo con il rumore?”
“No, è per dire che io sono una persona che si occupa degli altri, che ha un amore, un amore che non ci si crede per gli animali. Una persona che una volta un Primario del Sant’Orsola mi ha detto che potevo diventar mamma, io. Che a far la madre sono capaci tutte, ma di mamme, di quelle ce ne sono poche nel mondo e che io, ecco, io sarei potuta essere una mamma, se solo avessi voluto. Vede come sono con la Vanda? Mi basta un niente, un raffreddorino, una cosina da poco e io mi preoccupo. Mi viene un’angustia che solo alle persone buone gli viene un’angustia così!” Il caffè è finito, Giò sa che dovrebbe essere al lavoro da un pezzo, ma la signorina Pollastri è una permalosa e allora, per consentire a sé e alla propria famiglia il mantenimento di una discreta pace condominiale, rimane in attesa della fine di questa storia e delle variazioni di un racconto che ha già sentito mille volte. “Un tempo a Bologna si stava bene, adesso non è mica più così. Adesso si ha paura anche ad andare in centro. Ci sono genti di tutte le razze e di tutti i colori che non sai neanche cosa dicono mentre tu passi! E non è mica per altro, solo che sta gente sono in troppi, vengono qua e ci vogliono prendere il lavoro e il lavoro non c’è e allora si mettono a rubare e c’è davvero da avere paura…”. “Insomma, per tornare al rumore, io penso che siano quelli là, i russi che abitano di fianco a lei. Loro si svegliano sempre alle 5 e il rumore inizia proprio a quell’ora. Un tonfo che sembra debba svegliare tutti i santi del paradiso! E poi quei due figli che hanno… Li lasciano stare in cortile dalle 2 alle 4, quando la gente dorme. Ai miei tempi, non potevamo mica stare in cortile durante l’ora del silenzio eh? giù scapaccioni dalla mia povera mamma, se disturbavo durante quelle ore lì. E invece loro se ne fregano, li lasciano lì, con le loro biciclette che secondo me rigano anche le macchine parcheggiate, le NOSTRE macchine parcheggiate! Sono proprio dei maleducati quei russi lì, non lo faranno apposta, ma è un fatto: da quando sono arrivati loro è tutto più sporco, ci trovi le cartacce per le scale e urla a tutte le ore. È un fatto!” “Ma veramente a me non pare che siano più sporche le scale e francamente le trovo pure delle persone educate i nostri vicini ucraini, signorina”.”Suvvia Signora Martinelli, ora lei vuol essere gentile, ma con me mica deve far finta eh? e poi mica stiamo dicendo niente di male. Si fa per parlare, noi non siamo razzisti, i razzisti sono ben altri. Ce l’ho già detto che io faccio volontariato tutte le domeniche? No, perché adesso che non si pensi che io sono cattiva, ma non la vede come la tratto bene la mia povera Vanda, sempre pulita e profumata?” ”mi scusi signorina Pollastri, avrei un po’ fretta. Può arrivare al punto?” “il punto è che la devono piantare questi qui di fare come se fossero a casa loro, che noi siamo poveri cristiani, brava gente che lavora e si sveglia presto anche noi! il punto è che mi sono stufata!” ” e allora?” “e allora, cara Martinelli, io che sono una brava persona che almeno faccio qualcosa per il palazzo, come faceva la mia PoveraMammaPaceall’AnimaSua, ho preso dei provvedimenti. Ho telefonato all’Ente, tanto per incominciare. Per avvisarli che fan tutto questo sporco nel palazzo! e poi, ecco, ho anche – diciamo – dato un avvertimento. Che così capiscan che non si va in bicicletta nel cortile e che non si urla sguaiatamente e poi io non capisco nemmeno cosa dicono questi qui! metti caso che voglion far danno al palazzo, non si capisce neanche quello che dicono! E allora io, ecco…” “Lei?” La signora Martinelli ha appena pagato per tutte e due e si sta avviando all’uscita. Non ne può più, ma è anche preoccupata per il finale di questa storia, che puzza un bel po’ di tutte quelle cose che le danno la nausea, che le fanno rimpiangere gli anni a Londra, anche se poi – forse – non era tanto diverso. Che puzza di una Bologna nuova che affonda le radici nel vecchio, nel provinciale. Una Bologna che non ha imparato nulla. “Allora ci ho bucato le ruote della bici. Così, come avvertimento…”
Scommesse
Avevano scommesso. Una giornata calda d’inferno e nessuno in giro: luglio 1963. Tutto il mondo boia stava al mare, mogli al mare, figli piccoli al mare.
Loro quattro erano rimasti a Bologna che la scuola era finita e iniziava il tempo del lavoro. Enzo lavorava in una pompa di benzina sulla via Emilia e quando alla sera tornava a casa sua mamma gli diceva che sembrava un barile di nafta ed era meglio si mettesse in balcone qualche ora che la casa era pulita e non voleva che i vicini pensassero che cucinava delle robe strane, con tutto quell’odore di benzina e sudore.
Beppe detto il lungo (e pare non per la sua modesta altezza di un metro e 68) faceva l’aiutante dal macellaio, il Conca lavorava dal meccanico e Ianes stava nel bar del babbo a fare caffè e a intrattenere gli amici raccontando della Gina, quella porcona della sua vicina di casa che d’estate girava in mutande e reggiseno e la dava via a tutto il quartiere.
Il bar San Petronio, che era poi tutto quello che avrebbe lasciato il padre allo Ianes era il ritrovo abituale dei quattro amici in quella estate afosa. Si stava lì fumando come matti, parlando della Gina e del mondoboia che era al mare e intrattenendosi come si poteva.
A far scorrere un po’ di adrenalina erano sempre le scommesse sulle carte o sul biliardo e la posta ogni giorno si faceva più alta. Read more












