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San Benedetto del Tronto

In camper tra il mare dell’Abruzzo e i Monti Sibillini e al parco dei Gessi, sopra Bologna

C’è stata una vacanza, a Pasqua, tra mare e montagna. Abruzzo e poi Monti Sibillini. Sole e neve. Letteralmente. Insieme alla nostra combriccola delle “pezze al culo” (questo il nome della compagnia di amici con cui amiamo sollazzare), abbiamo mangiato, bevuto e ci siamo inerpicati su per le montagne, per passare la domenica di Pasqua a Castelluccio di Norcia.

Non fatevi ingannare: anche se si chiama Castelluccio, sta a 1500 metri. Noi ci siamo arrivati di sera, con il camper, e durante il tragitto ha cominciato a nevicare fitto. Frollina era un po’ spaventata da tutto quel buio e silenzio e neve pasquale (fino al giorno prima stavamo alla spiaggia) e così a un certo punto ha fatto sentire la sua voce:

Me ne voglio andare di qua. Qui ci sono solo lupi mannari e…SOMBI!

Quando si agita, come la sottoscritta, il suo accento emiliano bolognese prende il sopravvento e le Z diventano davvero un traguardo impossibile.

Ma guardate un po’ cosa abbiamo trovato, di fronte a noi, al nostro risveglio, il giorno di Pasqua. Anche questo rende speciali le vacanze in camper per me: ogni notte abbiamo dormito in un posto diverso e nell’arco degli stessi giorni, abbiamo ascoltato lo sciabordìo del mare e il rumore sordo della neve.

Con il camper abbiamo dormito nella piazzetta del paese, di fianco ai bagni pubblici. Vista montagne. Il giorno di Pasqua abbiamo mangiato in un’ottima taverna, si chiama Taverna Castelluccio, sono tutti gentilissimi e l’ambiente è davvero accogliente. I prezzi non sono nemmeno esagerati.

Castelluccio è famosa per la fioritura, tra giugno e luglio sembra che la valle si riempia di tantissimi colori, tra lenticchie, lavanda e fiori gialli.

Al mare abbiamo dormito parcheggiati lungomare a San Benedetto del Tronto e a VillaRosa di Martinsicuro, sotto casa di amici.

C’è stato un matrimonio, il 25 aprile. Io mi sono messa i tacchi. Tacchi improponibili di 8 cm, che per una non abituata, si sono rivelati delle tagliole. Arrivare in Comune con il bus, per assistere alla cerimonia, è stata una prova di forza MOLTO più faticosa che dimagrire 32 chili (si, avete capito bene, sono arrivata a -32!).

Per fortuna mi ero portata le ballerine e mi sono cambiata di straforo, prima di scendere il famoso scalone di Palazzo Re Enzo. E buonanotte ai suonatori.

Abbiamo festeggiato a Dulcamara, una splendida fattoria in collina. Molto verde, un sacco di animali. I bambini sono impazziti. E noi abbiamo ballato fino a tardi.

Tanto eravamo andati, anche là, in camper. Abbiamo dormito all’agriturismo (che è amico dei camperisti e mette perfino a disposizione la luce elettrica!) e la mattina dopo, Frollina ed io abbiamo fatto amicizia con un signore che tiene il cavallo, con molte pecore e qualche agnellino.

Se avete il camper e volete farvi una gita, è un posto davvero incantato, al centro del parco dei Gessi, da dove partono anche moltissime passeggiate a piedi, in bici o – per i più fortunelli – a cavallo.

Adesso che sono finiti tutti i ponti navigabili, si torna alla vita quotidiana, fatta di incastri, qualche corsetta serale o mattutina e tanto, ma proprio tanto sonno.

Questo periodo dell’anno è sempre molto importante per me, devo pianificare progetti professionali per settembre e di solito mi viene un afflato di fare cose, di rimettere mano alle mie attività “creative” e nello stesso tempo una gran paura di fare i conti e di scoprire che i conti non tornano.

Ma forse è un po’ per tutti così.

 

 

In camper a Trieste, Vienna e Sauris

Siamo partiti il 27 dicembre, con troppi vestiti, troppe cose e molto entusiasmo. Troppo di tutto per la vita da camper, dove tutto funziona un po’ diversamente, dove è necessario adattarsi e non serve molto per stare bene.

D’altronde è stato il nostro primo viaggio lungo, il secondo in assoluto, e – come per tutto – le cose si imparano in itinere.

E mentre da Bologna ci muovevamo verso Trieste, già a Ferrara il viaggio si è fatto interessante, con una vista perfetta sulla totalità dell’arco alpino a disposizione.

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Trieste

Trieste è una città che amiamo non solo per la sua bellezza ma anche perché ci vivono degli amici speciali, conosciuti tramite questo blog 5 anni fa, che ci piace sempre rivedere.

Lì abbiamo fatto sosta in un parcheggio lungo mare, all’altezza della stazione di Campo Marzio. Niente area di sosta attrezzata. C’erano altri camper e abbiamo deciso di goderci la vista sul porticciolo e con una spesa di 5 € abbiamo pernottato e passato la mattina a pochi passi dalla piazza principale della città.

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I nostri amici ci sono venuti a prendere e siamo stati a mangiare pesce in centro e a guardare le tante luci di Natale che rendevano ancora più magica questa città, il cui centro storico di sera è sempre un incanto. La temperatura non era delle più miti (non faceva nemmeno troppo freddo e soprattutto non tirava vento) e così rientrati abbiamo acceso la stufetta del camper, per spegnerla prima di addormentarci. Alle prime armi con Jacopo (questo il nome che Frollina ha dato al nostro potente mezzo), non ce la siamo sentiti di lasciare acceso tutta la notte.

Al mattino però ci siamo resi conto che se avessimo voluto sopravvivere al nostro progetto di viaggio in Austria, era necessario trovare il coraggio per farlo. E infatti poi non ci siamo fatti più problemi, anche perché la stufa – inizialmente faticosa da accendere – una volta rimessa in pista è stata davvero fenomenale!

Le tante eccezioni che ho fatto alla mia dieta in questi giorni (ho cercato di calibrare peccati e cibo sano, in modo da non rovinare il lavoro fatto in questi mesi) ci hanno portato a fare colazione in un posticino bellissimo che vi consiglio, dove si possono assaggiare degli ottimi dolcetti. Lo gestisce un’amica dei miei amici che ha deciso di cambiare vita e che – carramba! – ha vissuto fino ai 15 anni a Bologna, era nella mia scuola e facevamo ginnastica insieme. Non la vedevo da 25 anni ma l’ho riconosciuta (alla faccia del mio famoso rincoglionimento ;-).

Se passate da Trieste andate a trovarla: io mi sono davvero innamorata di questo localino che si chiama Ginger 

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Lubjiana 

Dopo esserci salutati con i nostri amici, siamo espatriati. Direzione Vienna, prima tappa Lubjiana dove abbiamo passato il pomeriggio tra mercatini di Natale, parchi pubblici e palazzi imponenti, già in odor di Impero austroungarico. Non avendo intenzione di passarci la notte, ci siamo fermati in un parcheggio in centro, comodissimo per visitare la città a piedi.

Ecco alcune foto.

In Slovenia [informazioni di viaggio]

Per poter viaggiare sulle autostrade slovene serve la Vignette: un adesivo per l’auto che sostituisce il pagamento del pedaggio chilometrico. La vignette di validità 10 giorni costa 15 €. Fare i furbi non conviene e le multe – se beccati senza – si aggirano sui 300 €.

 In Austria [informazioni di viaggio]

Anche in Austria è stato adottato il sistema della vignette, che a noi è piaciuto molto, perché ti consente di usare l’autostrada in maniera massiccia senza dover pagare ogni volta l’obolo. In questo paese la vignette minima (a parte quella giornaliera) ha validità una settimana e costa 8,50 €. Come fare avanti-indietro da Bologna a Modena, per dire.

Terme di Loipersdorf

Durante il nostro viaggio verso Vienna, abbiamo deciso di fare una pausa termale. Non solo perché la Stiria è ricca di stabilimenti di cui in tanti ci avevano decantato le doti, ma anche – banalmente – per poterci fare una doccia calda a metà viaggio ;-). Avevo letto su uno dei diari di camperisti online che a Loipersdorf danno la possibilità di poter stare gratuitamente nel parcheggio delle terme anche per la notte e abbiamo deciso di andare proprio lì. In realtà sono tante le mete di questo tipo disponibili in zona.

In questo stabilimento, dove siamo arrivati il 30 dicembre, sotto una fitta pioggia autunnale, ci sono vasche di ogni tipo, la temperatura dell’acqua si aggira attorno ai 36 gradi e la vasca principale è per metà all’aperto. Non posso nemmeno spiegare la sensazione di benessere di passare da dentro a fuori, direttamente da un corridoio liquido e immergersi nella notte stiriana, in mezzo a colline punteggiate di luminarie natalizie, dentro a una vaporosa nebbia soffusa. Eravamo semplicemente incantati e Frollina si sentiva in mezzo a una magia. Io per un attimo, un attimo soltanto, ho pensato che secondo me, quando si muore è così, ci si ritrova in una vasca da cui sale fumo buono, a nuotare insieme a chi hai amato.

Dopo un lungo pomeriggio di relax siamo tornati al camper e mentre il parcheggio si svuotava, noi ci cucinavamo il nostro zuppone di orzo (benedette siano le buste di minestre liofilizzate!), al calore della nostra stufa che – per la prima volta – è stata accesa tutta la notte.

Da persona tranquilla quale sono (famosa per non mettermi ansie inutili, per avere sempre un atteggiamento zen), sono rimasta sveglia per un po’, convinta che ci volesse qualcuno vigile per evitare intossicazioni da gas. Non mi ha fermato nemmeno la certezza di avere un allarme installato nel camper o il fatto di essermi documentata per ore a riguardo, scoprendo che i sistemi di ventilazione interni sono abbastanza sicuri, proprio per scongiurare questo genere di pericolo.

L’unica cosa che mi ha fatto cedere, ad un certo punto, è stata la certezza che il mio corpo si stesse abbandonando al sonno e così mi sono lasciata andare, non prima di avere pensato che poteva essere per sempre 😉

E invece la mattina dopo ci siamo svegliati tutti, riposatissimi, pieni di entusiasmo e con tanta voglia di riprendere il nostro nomade viaggio alle volte di Vienna.

Vienna

Vienna me la ricordo che ero piccola. Ci sono andata con i miei genitori. Forse è stato il nostro primo viaggio con la roulotte. Fin da subito la ricerca del campeggio si è dimostrata un po’ faticosa: il navigatore aveva solo le mappe italiane e fuori dai confini nazionali ci siamo dovuti arrangiare, con non pochi errori.

La sera prima di arrivare avevamo telefonato al camping Wien West  dove ci avevano assicurato che ci fosse posto, ma quando siamo finalmente arrivati, era appena approdata l’invasione delle cavallette: tutti i camper d’Italia si erano dati appuntamento in Austria, per passare il capodanno nella sua capitale! Siamo riusciti a trovare una piazzola (senza energia elettrica) e ci siamo messi subito in moto per cominciare la visita di questa città.

[informazioni utili]

Per girare con i mezzi pubblici di Vienna abbiamo fatto la Wien Card (ogni adulto copre anche un bambino, così ne abbiamo fatte solo 2) che costa 19,90 €, vale 72 ore e dà diritto a sconti a Musei e mostre.

A Vienna abbiamo visto…

Con Frollina abbiamo deciso un itinerario soft, in cui mixare mete dedicate a lei, come il Prater, a visite ai musei. Siamo stati al Palazzo Reale di Schoenbrunn, sulla ruota panoramica del Prater, al museo Albertina dove è tuttora allestita una mostra dedicata a Matisse, oltre alle collezioni permanenti sull’impressionismo e Picasso e ce ne siamo andati molto in giro per la città, cullati dalla musica che – in occasione del Capodanno – arrivava da ovunque.

In StephansPlatz  abbiamo ascoltato le prove generali dell’opera che avrebbero cantato a mezzanotte e a me è piaciuta così tanto che mi sono salite perfino le lacrime agli occhi. Frollina è stata bravissima, non si è lamentata dei chilometri e anche davanti ai tantissimi quadri all’Albertina, si è dimostrata interessata e piena di entusiasmo per quello che stava guardando. Davanti a ogni opera ci facevamo dire quello che vedeva e ogni Picasso così, anche per noi, era sempre una nuova scoperta.

Ovviamente l’è piaciuto un sacco il giro sulla ruota panoramica del Prater (dove io invece ho avuto un mezzo attacco di panico di cui mi sono vergognata tantissimo, visto che sale davvero lentamente), si è innamorata della principessa Sisi (di cui ora conosce a memoria la storia) e non ha disprezzato per nulla gli hot dog alti come lei.

Abbiamo trascorso la sera dell’ultimo dell’anno in giro per la città, scoprendo che in quanto a fuochi di artificio, questa città non ha nulla da invidiare a Napoli: alle 16 in punto il cielo ha cominciato a risplendere di luci e fino alle 3 del mattino non si è spento. Ovunque ti girassi c’erano fontane colorate e botti.

In campeggio Frollina si è data molto da fare, voleva sempre lavare i piatti e ha preso molto sul serio il suo ruolo di equipaggio da camper, cercando sempre di aiutarci come poteva.

Ecco alcune foto di Vienna.

La nostra disavventura viennese

Premessa: dopo avere letto questo paragrafo, prima di ridere, vi prego di cliccare  sulla crocetta in alto a sinistra. Potrei sentire il rumore intenso delle vostre ganasce e venirvi a cercare a casa 😉

Bè insomma, il 2 gennaio 2014, all’alba di questa nuova era, noi eravamo pronti per partire e dirigerci a Graz per poi arrivare a Sauris (sulle montagne udinesi) il 3 gennaio. Qui avevamo appuntamento con un gruppo di amici e ci tenevamo molto ad esserci.

Ci siamo lavati (la doccia: quando viaggi in inverno in camper bisogna approfittare di qualsiasi occasione e un campeggio – che paghi – è una ghiotta occasione), abbiamo rifornito il camper, pulito il bagno e sistemato tutto e ci siamo diretti alla reception per pagare.

Solo che.

Solo che a un certo punto abbiamo sentito un rumore secco. Ci siamo inclinati su un lato  come se fosse scoppiata una ruota. Stavamo viaggiando pianissimo e così nessuno di noi ha avuto più di un piccolo spavento. Ma quando siamo scesi, purtroppo, non era la ruota ad essersi bucata ma qualcosa che aveva a che fare con le sospensioni.

Ansia. Panico. Spaesamento.

Sfiga

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Ci abbiamo messo 3 ore e solo grazie all’aiuto del buon Hannes (gestore del campeggio) siamo riusciti a destreggiarci un po’. 2 gennaio, tutti a casa per il megaponte. Vacanze. Pochi meccanici aperti. Difficilissimo trovare un rimorchiatore per camper. Altrettanto difficile reperire un’officina specializzata.

Per mezza giornata abbiamo pensato seriamente di rimanere bloccati a Vienna per una settimana, in attesa di un pezzo (ma quale pezzo?) da sostituire,  per mezza giornata abbiamo incrociato le dita nella speranza che tutto filasse liscio (trovato il rimorchiatore, trovato il meccanico, bisognava sperare che il pezzo arrivasse entro il giorno dopo (venerdì) e che il meccanico riuscisse a sistemare tutto. Per mezza giornata ci siamo sentiti dei veri miracolati: se fossimo stati in autostrada, una cosa del genere ci avrebbe portato davvero grossi guai.

Il campeggio ci ha messo a disposizione un bungalow estivo (ed è stata la notte più fredda di tutto il nostro soggiorno) e quando il camper è stato portato via non abbiamo potuto fare altro che tornare in centro e fare i turisti forzati, sperando che tutto si mettesse per il meglio.

La notte, in questa stanzetta spoglia e così umida che sotto il letto cresce il muschio, io non ho praticamente chiuso occhio: mi sono visualizzata a vendere carta igienica vicino ai bagni per sbarcare il lunario (visto che sicuramente tutta l’operazione ci sarebbe costata un occhio della testa) e vedere crescere mia figlia nel campeggio di Vienna. Chissa come sono le seconde elementari in Austria…

E invece, grazie alla gentilezza, solerzia e attenzione di un sacco di persone (a cui saremo eternamente grati), il giorno successivo alle 12 eravamo già pronti a ripartire, di nuovo in sella a Jacopo. Si trattava di un braccetto che tiene la ruota, si è rotto l’incastro di netto. Una roba assurda.

Non vi dirò quanto abbiamo speso, ma per fortuna non abbiamo dovuto organizzare un colpo a mano armata alla Banca d’Austria 😉

Sauris

E visto che nessuno può fermare la famiglia Panzallaria, ci siamo diretti verso l’Italia e il 3 alle 21 siamo arrivati a Sauris, patria dello speck, nelle montagne sopra Udine, dove abbiamo incontrato tante facce amiche e abbiamo passato gli ultimi giorni della nostra vacanza.

A Sauris abbiamo fatto sosta nel parcheggio di fianco al prosciuttificio Wolf che mette a disposizione gratuita dei camper perfino la corrente elettrica!

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Il tempo non è stato dei migliori, ma c’erano gli amici all’albergo diffuso, c’erano gli amici parcheggiati in camper di fianco a noi e c’erano le montagne e la neve. Abbiamo giocato a Risiko (e anche Frollina è diventata una grande stratega) e passato molto tempo a goderci le persone, quelle nuove e quelle a cui vogliamo bene ma vediamo tanto poco.

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Conclusioni

Sono stati 10 giorni davvero intensi: la vita da camper è talmente diversa dalla vita in casa o in albergo che il cervello stacca totalmente. Credo di essermi connessa a Internet 2 sole volte, ho abbandonato progetti, lavoro, pensieri doveristici e mi sono concentrata su quello che vedevo e sul senso di libertà che offre la vita in plenair. Quando e come vuoi, ti puoi spostare.

E una disavventura è soprattutto un’avventura (quando tutto fila liscio).

E così ci siamo scoperti pieni di entusiasmo per questo viaggio, per questo nostro nuovo modo di fare vacanza e ci siamo anche legati tantissimo: avevamo bisogno di passare un po’ di tempo noi tre e in camper non soffri certo di solitudine!

Informazioni utili per camperisti alle prime armi

  • 2 bombole piccole di gas sono meglio di 1: quando finisce la prima sai che puoi attaccare la seconda e hai sempre il polso della situazione, evitando il rischio di rimanere al freddo in pieno inverno.
  • Prima di partire controllare sempre quando e dove sono le piazzole di carico e scarico (acqua, wc) sul tuo percorso in modo da non rimanere a secco (o pieno) prima di arrivare
  • Se si decide di andare in montagna, portare con se anche una pala: se nevica, gli spazzaneve non arrivano nei parcheggi e senza la pala ci si impantana.
  • Non portare troppa roba da vestire: meglio un buon equipaggiamento per il freddo che una montagna di vestiti inutili.
  • Il navigatore, specialmente all’estero è preziosissimo: non sottovalutarne l’importanza e accoppialo sempre con una cara e vecchia cartina.
  • Quando si esce dai confini nazionali, sempre meglio fare una piccola assicurazione (a tempo) che copra il territorio europeo. Ci hanno consigliato Europ Assistance, ma probabilmente ce ne sono anche altre, ad hoc per camper. Se l’avessimo avuta, avremmo risparmiato un sacco di eurini!
  • Non è necessario sostare sempre in campeggio: ci sono un sacco di aree attrezzate e molto sicure in giro per l’Italia e l’Europa e il bello del camper è proprio cercare di non rompere i maroni a nessuno, non inquinare più del gasolio che si macina, rispettare il territorio e trovare posti “volanti” dove fermarsi per la notte
  • Ai bambini, in camper, non serve la tv. Molti camperisti hanno antenne satellitari degne della Nasa: ce n’è davvero bisogno? Usare il camper per riprodurre la casa per qualcuno può essere affascinante, noi preferiamo pensare invece che il suo bello stia proprio in quella dose di spartano che consente questo tipo di viaggio.

 

 

 

 

Frollina sul camper

Panz en Plein Air!

Oggi siamo proprio felici qui a casa Panzallaria. Siamo riusciti a concretizzare un piccolo sogno nel cassetto che ci portavamo dietro da un po’ di tempo. Ormai da un anno meditavamo questo acquisto. Ormai da un anno progettavamo, cercavamo informazioni e ci facevamo i conti in tasca.

Oggi siamo proprio felici, perché per noi è un po’ come un nuovo inizio rispetto a vacanze e viaggi. Perché stiamo cambiando, il cambiamento è di ciascuno a suo modo ma è anche un’onda familiare: abbiamo voglia di staccarci da una serie di piombi che ci tenevano incollati alla terra.

Il piombo del peso. Il piombo della paura di non arrivare a fine mese. Il piombo dell’ansia da viaggio a causa di problemi fisici e costi.

E così, in questo momento in cui stiamo cambiando, vogliamo prima di tutto cambiare prospettiva sulle cose: abbandonare ansie che ci inchiodano e legano (e alla lunga diventano giustificazioni per NON fare) e cominciare a godere di tante piccole cose, di posti da vedere, di emozioni da condividere, persone da incontrare.

E vogliamo farlo sentendoci il più liberi possibile. E non lo so se per tutti è così, ma per noi il campeggio, la possibilità di viaggiare senza dover prenotare, trovare posti che andassero bene a tutti eccetera, è la dimensione che assomiglia di più al nostro concetto di viaggio in libertà.

Si dice Plein Air. In questi mesi di ricerche lo abbiamo imparato bene. Si dice camper: ecco come abbiamo deciso di affrontare i nostri futuri spostamenti.

Quest’estate abbiamo venduto l’auto. Non la usiamo, non ne abbiamo bisogno. E poi ci siamo messi a cercare. E il caso ha voluto che proprio grazie al meccanico a cui abbiamo venduto l’auto, siamo riusciti a trovare finalmente un camper usato che facesse al caso nostro. Abbiamo speso 8.000 € che è più o meno quello che costa una macchina usata con cui avremmo potuto viaggiare. L’assicurazione costa meno di quanto non ci costasse sulla ‘Unto.

E niente. Da oggi abbiamo un camper. E siamo felici. Molto.

Il 30 ottobre compio 40 anni, in quell’occasione partiremo per il nostro primo viaggio di prova. Il camper è intestato a me (ma è di tutta la famiglia) ed è la prima volta in vita mia che ho qualcosa che assomigli a un’autovettura e anche un po’ a una casa.

E con grande soddisfazione e gioia (siamo gente semplice, queste per noi sono robe “grosse”) vi presento CamperFocaccia.

Inutile dire che Frollina è felicissima e che ha già iniziato a tenere un quadernino di viaggio dove racconta le avventure di CamxFocaccia!

 

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Quel camorrista in fuga di mio suocero

Mio suocero guida come un camorrista in fuga: percorrere 40 chilometri in auto con lui ti da il tempo di guardare scorrere tutta la tua vita e ti fa rivalutare molte cose che non avevi considerato.

L’amato nonnetto fa parte della categoria dei “sempre verdi”: coloro che esercitano la propria giovinezza interiore scattando veloci al verde semaforico per posizionarsi stabilmente e costantemente alla sinistra estrema della propria carreggiata.

Non perde la calma lui. E se tu gli fai presente che potrebbe stare a destra, ti risponde candidamente che tanto le vede arrivare le macchine, di non preoccuparti.

Tu abbozzi un mezzo sorriso nervoso (che assomiglia tanto a una paresi), guardi tua figlia sul sedile posteriore con occhio dolce per non comunicarle ansia (intanto pensi alla sua tenera e giovane vita, messa a repentaglio così, dallo spirito d’avventura del grande vecchio) ti attacchi alla portiera come se fossi al Camel Trophy e spingi con i piedi a comandare invisibili pedali (specialmente frenanti!)

Forse questo bisogno di cambiamento che ti attanaglia da qualche mese è giunto a un punto di non ritorno.

Se sopravvivi devi dimagrire. Se sopravvivi devi pianificare meglio e con maggiore concretezza la tua “carriera” professionale. Se sopravvivi devi cominciare a viaggiare, uscendo dall’incantesimo “Vecchiume” che ti ha bloccato per qualche anno, schiava delle tue inutili preoccupazioni e catene.

Se sopravvivi sarai una persona migliore, una madre migliore, smetterai di prendertela per i nonnulla, comincerai a dimostrare il giusto sdegno di fronte alle cose importanti.

Se sopravvivi taglierai le catene, i cordoni ombelicali inutili, le formalità senza senso. Se sopravvivi non ti metterai mai più in situazioni che non ti rappresentano e che poi ti ingabbiano, con la rabbia di sapere che la gabbia l’hai arredata tu.

Giungi sotto casa. Tua figlia dorme placida, incosciente del pericolo appena sventato. Lui fa inversione per permetterti di scaricare le ennemila cose che ti tenevano attaccate all’incantesimo Vecchiume e proprio mentre ti rendi conto che si, sei sopravvissuta, un rumore secco come di ramo spezzato fa breccia nella tua testa. Ti volti di scatto a sinistra, da dove quel rumore proviene e ti accorgi che in un colpo solo è riuscito a salire sul marciapiede e a staccare di netto lo specchietto retrovisore di un’auto. Sei già lì che valuti tutta la trafila della confessione, il tuo ruolo attivo nell’incentivare il pentimento parentale, quando ti accorgi che lo specchietto che ha staccato è proprio quella della tua auto, la mitica ‘Unto da rottamare, parcheggiata sotto casa ormai in coma vigile.

Mentre prendi in braccio tua figlia per portarla nel suo letto, al sicuro nel tuo appartamento, tra i miagolii dei tuoi gatti grati del vostro rientro, sono due le certezze che hai:
1) tagliare tutte le catene che ti sei (vi siete, come famiglia, come coppia) imposte
2) sperare che al prossimo rinnovo della patente, in qualche modo, qualcuno fermi il camorrista in fuga.

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Le nostre estati con figli

Da tre anni abbiamo scelto di affittare una casa sull’Appennino, poco distante da Bologna. La nostra scelta ha coinciso con il momento in cui io ho smesso di lavorare in ufficio, scegliendo la vita da professionista. Le estati precedenti, in quel clima torrido che è Bologna, erano state pesanti (e la maggior parte di chi mi legge lo sa, organizzare l’estate in città con bambini non è mai una passeggiata).

L’Appennino e questa destinazione in particolare, offriva parecchi vantaggi, tra cui qualche amico figlio munito che passava molto tempo qui.

Il primo anno è stato molto bello: vuoi per la novità, vuoi perché io ero in piena fase di disintossicazione dal mio lavoro in ufficio, ho lavorato in giardino e nel frattempo Frollina passava tanto tempo con le amiche. C’era un gran via vai di persone, Tino arrivava durante il fine settimana e i miei suoceri hanno passato qui un periodo che ha consentito a me e Tino di rimanere a Bologna e fare un po’ di vita children free, che ogni tanto è proprio un gran godimento.

L’anno scorso è andata molto diversamente. Mio suocero il 30 giugno ha avuto un brutto incidente ed è rimasto in ospedale per 4 mesi, tra operazioni e degenza. Avrebbe dovuto passare il mese di luglio con frollina qui in montagna, mentre io e Tino stavamo a Bologna a lavorare, durante la settimana e poi ci saremmo dati il cambio nei week end.

Purtroppo non abbiamo potuto fare in questo modo: Tino è rimasto a Bologna con i suoi genitori e io sono stata per due lunghi mesi in montagna con Frollina. Le mie giornate erano fatte di lavoro, gestione della figlia e alla sera gelato in paese con tutti i bambini del circondario. La persona più simpatica con cui parlavo aveva 9 anni o 60 e alla lunga, devo ammetterlo, non ne potevo davvero più.

Mi mancava Tino, mi mancavano gli amici, anelavo a una birretta in relax con qualche faccia amica, parlando di cose comprensibili solo a maggiorenni e ogni tanto mi prendeva una grandissima depressione.

Ho letto, letto tantissimo. Ma un buon numero di ottimi libri – per me che sono una persona profondamente sociale e socievole – non possono certo sostituire il sorriso di un buon amico. Non sempre.

La nostra scelta di affittare questa casa, in questa località dell’Appennino dove il clima è molto più mite che in città e dove ci sono bambini, sagre, piscina, mercatini serali e una natura così accogliente, ha riscosso però grande successo, tanto che alcuni amici (una famiglia che ha condiviso con noi l’esperienza della materna) quest’anno ci hanno proposto di affittare una casa insieme a loro per il mese di luglio.

E così è stato.

Quest’anno poi la nonna (per sempre eroina incontrastata) ha passato i giorni della settimana con le bimbe e noi siamo potuti rimanere a Bologna, per raggiungere Frollina, insieme agli altri genitori, durante il fine settimana.

Le due amiche hanno passato un mese insieme, facendo un sacco di esperienze bellissime, in piscina, in giro per il paese, in gruppetto con le altre bimbe dell’isolato e nel frattempo, durante la settimana, Tino ed io ce ne siamo stati a Bologna dove durante il giorno si lavorava e alla sera si usciva.
Quanto tempo che non ci capitava di potere uscire senza stare tanto a guardare l’orologio! Quanto tempo che le giornate non passavano tutte per me, con ritmi imposti solo dagli impegni lavorativi.

Devo essere sincera: io sono un po’ stufa di passare tutta l’estate qui in montagna. Quando abbiamo aperto la casa, a inizio luglio, malgrado sapessi che c’erano con noi gli amici, che avremmo fatto tante cose insieme a persone a cui vogliamo bene, mi è presa un po’ l’ansia. Io d’estate sono così. Forse è il caldo, forse è proprio il mio carattere (non sono esattamente una persona equilibrata) a me l’estate mi rende felicissima e mi deprime tantissimo. Non vedo vie di mezzo. Forse per questo preferisco l’inverno. Perché se d’estate sogno e agogno il mare, che amo molto, ma poi attraverso anche fasi di down pazzesco in cui la città vuota, la distanza dalle abitudini e dalle persone mi deprime, d’inverno mi sembra tutto più tranquillo, mi sembra che tutto vada meglio, nelle mie consuetudini, nella mia casa, in quel nido accogliente che è il freddo fuori.

Eppure devo ammettere che luglio è andato meglio del previsto: i fine settimana sono stati un avvicendarsi di bellissimi momenti. Bambine felici, camminate, piscina, serata in terrazza con un bicchiere di vino, feste di bambini con la proiezione sul muro di un vecchio film della Disney.

Devo ammettere che mi sono sentita molto fortunata: non era nemmeno scontato che ci fossero i soldi per affittare questa casa (che comunque scegliamo in una zona dove i prezzi sono ragionevolmente inferiori che se andassimo in Riviera), non era nemmeno scontato che qualcuno potesse stare con la bimba durante la settimana o che il tempo fosse clemente. Eppure è andata. Il prossimo anno probabilmente faremo scelte diverse (e comunque, come tutti i freelance le scelte di anno in anno sono impensabili, è tutto così variabile e flessibile che l’anno prossimo sembra lontanissimo), ma nel frattempo siamo rimasti un po’ indenni da Caronte e tutti i suoi fratelli, abbiamo passato delle belle giornate e il mio malumore ciclico è stato domato.

Dettaglio non irrilevante: quest’estate ho scelto di NON lavorare in montagna. Lavoro a Bologna e quando sono qui mi riposo. Mi sto davvero disintossicando. Disintossicando dai Social, disintossicando dalla presenza continua e da quel surplus di informazioni e chiacchiere con cui chiunque stia molto online come me deve fare i conti.

L’anno che inizierà a settembre (perché per me l’anno inizia a settembre) sarà all’insegna del monotasking e dell’essenzialità.

Spiaggia di Villa Rosa (Abruzzo)

La gestione dello stress, in vacanza

Io quando vado in vacanza mi succedono delle cose, a livello emotivo, che potrei quasi metterle in un grafico per quanto sono tutte riconducibili a fasi simili tra loro.

Inizia che  il primo giorno delle vacanze sono sempre incazzata nera. Mi sale un po’ di malinconia, mi viene da pensare che il mondo mi odi e non mi piace quasi niente di quello che ho intorno. Urlacchio con mia figlia per qualsiasi cosa e mi sveglio con un borbottio continuo da macchinetta del caffè mollata sul gas a oltranza.

Questa fase si conclude con Tino che anticipa le mie mosse avvertendo chi ci sta intorno, più o meno così:

Dopo che ho fatto il VUOTO attorno a me e ho liberato la spiaggia dai turisti comincio a rilassarmi. Il secondo giorno sono più buona, non mordo ma mi viene una gran voglia di pensare alle vacanze. Voi direte bene, si fa così, sei in vacanza, a cosa dovresti pensare? 

Il punto è che non mi metto a pensare alle vacanze PRESENTI ma a quelle FUTURE ammorbando tutti i presenti (quelli che sono sopravvissuti) con programmi e progetti quinquennali di viaggi stupendi e profondissimi, altissime mete e fughe dalla realtà degne di uno sceneggiatore di documentari per ricconi annoiati.  L’ammorbamento di solito avviene in presenza di caffè sorseggiati sulla spiaggia e interrotti da Ahh come si sta bene! continui  o aperitivi fantasiosi, che – per me – in vacanza, è sempre l’ora dell’aperitivo. Anche Frollina si è abituata e ora è lei stessa a chiedere quando si fa l’aperitivo, che le piacciono gli stuzzichini serviti insieme alla birra.

Il terzo giorno comincio a uscire dal tunnel della follia, non abdico agli aperitivi ma sto un po’ più zitta. Comincio a sfamarmi di libri (e non solo). Leggo ovunque. Leggo al cesso, leggo in riva, leggo in terrazza, leggo per terra. Leggo e leggo. Cerco una libreria per comprare libri come una bulimica con il frigo pieno che non vuole rimanere senza il suo dolcetto preferito.

Il terzo giorno credo sia il più felice di tutti (per gli altri, almeno). Mi estraneo tanto che potrebbe cacarmi un uccellino in testa e non me ne accorgerei, ma sto cheta.

Il quarto giorno entro nella fase progettuale sul futuro. Domande del tipo chi sono, dove sto andando, cosa farò nel 2014 sono un motivo ricorrente.

Gigi Marzullo sarebbe fiero di me.

Durante questa vacanza, per esempio, ho deciso che voglio diventare una travel blogger, farmi regalare vacanze a destra e manca e comprare un camper. Ho deciso anche che voglio organizzare un evento, che direzione dovrà prendere il mio lavoro e ho immaginato una favola da scrivere quest’estate. Ho anche deciso che metterò una scrivania in camera di Frollina e che sposto delle foto in salotto.

Il quinto giorno raggiungo la pace: sto bene, faccio quello che viene e mi rilasso.

Se consideriamo che la media delle mie vacanze (e non del mio #ufficioinmontagna) senza lavorare è solitamente di 8 giorni, dato la quantità di follia che devo spurgare, ho pensato che non va mica bene. Bisognerebbe che stessi via di più.

Ma scriverlo ora che c’è anche la crisi e andare in vacanza è un lusso per pochi, pare brutto. Pare brutto lamentarsi anche del fatto che su 8 giorni di vacanza, 5 sembrava autunno, che poi alla fine siamo stati bene lo stesso che eravamo ospiti di amici (e quindi abbiamo anche risparmiato un bel po’) e così non lo farò.

Pare brutto anche lamentarsi del fatto che adesso non ho più voglia di lavorare e così non lo farò.

E allora mi compiaccio del mio nuovo taglio alla maschietta che mi lavo i capelli 3 volte al giorno e sto di un fresco ma di un fresco che forse dovevo proprio pensarci prima.

 

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La nostra settimana croata e libera

Abbiamo sfidato le avversità che da sempre si frappongono tra noi e le vacanze, abbiamo osato, fatto il bagno nudi, ci siamo buttati dagli scogli con Frollina che nuotava con la sua maschera a largo, urlando “Pescetti, pescetti!” e non erano i peli incolti delle mie gambe.

Abbiamo mangiato calamari fritti ma anche grigliati e così ho finalmente scoperto che no, i calamari non li trovi a rondelle in mezzo al mare che nuotano a frotte insieme ai tonni/cilindretti tondi e untuosi tutti rosa (che mi sono sempre chiesta come caspita facesse a respirare un tonno, con tutto quell’olio e senza manco uno straccio di naso!).

Come se non ci fosse domani.

Tino ha inseguito nella notte frotte di zanzare che venivano a pasteggiare nella nostra stanza. In Croazia la trattoria si chiama Konoba, ci sono stati momenti in cui ho sospettato di essere la konoba di intere tribù di zanzare dalmate affamate.

La sua ciabatta e il suo sguardo sadico verranno ricordati come quelli del famoso “Vendicatore della Notte”: abbiamo lasciato più lapidi di insetti noi, di quanto non fecero davanti a Troia i Greci.

Abbiamo anche ceduto al lato oscuro dei predatori turistici: inconsapevoli abbiamo voluto recare i nostri molli corpi a visitare quelle che sono un gruppo di isole bellissime, al largo di Pirovac (dove alloggiavamo), le Krnati e ne siamo usciti scornati. Presi ostaggio da una balorda imbarcazione croata, siamo stati spiaggiati davanti a un ristorante, dopo aver assistito a spettacoli di dubbio gusto a bordo e perfino all’elezione di una Miss. Negheremo fino alla morte, ma per noi SNOB con le PEZZE AL CULO è stato un duro colpo all’orgoglio che abbiamo vendicato abbandonando il gruppo sull’isola e andando a bagnare in luoghi ameni e molto isolati i nostri culoni tutti nudi (le Orate locali hanno ancora gli incubi notturni).

Abbiamo visto cascate, animali di ogni fattezza, fiori profumati. Abbiamo tentato di parlare in tante lingue, preso caffè laddove nessuno ha mai osato, bevuto birra in riva al mare, visto posti bellissimi come Primosten, esplorato promontori meravigliosi come Murter.

Abbiamo (in realtà ho, ma sto tentanto di convincere Tino con l’astuta tecnica dello sfinimento) sognato di avere un camper per girare il mondo, magari – che ne so – portando il wi-fi in luoghi sconosciuti, a indigeni non tecnologizzati che avranno senz’altro bisogno di qualcuno che li metta degnamente in Rete…

Abbiamo incontrato amici randagi come noi, amici local e con loro riso e mangiato e fumato e scherzato.

Abbiamo fatto la famiglia feliciona: ogni momento insieme un bel miracolo, dopo un’estate passata a rincorrerci, facendo lo slalom tra sfighe, impegni, lavoro e assenza di scuola. Ci siamo svegliati di notte per il caldo e invece di incazzarci ci siamo messi a chiacchierare: Frollina mi ha chiesto come si fanno TECNICAMENTE i bambini alle 5.45 di un mattino straniero e non so come, me la sono cavata senza dover ricorrere ai cavoli.

Siamo tornati sotto un muro di pioggia. Sopravvissuti alla ‘Unto, la nostra auto transessuale, che nel viaggio si è bruciata 3 lampadine su 4 e portava sulla groppa una tavola di legno da mettere sotto il letto di Tino (e non ne ha nemmeno avuto bisogno!).

E allora ecco qualche foto. Ora che la stagione, il calendario e la mole di lavoro ci hanno ricondotti alla cruda realtà.

Sono tornata gente e (non ditelo a nessuno) ma sto anche provando a mangiare di meno.

 

 

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L’estate di una mamma che lavora da casa (e ha pochi aiuti)

A causa dell’incidente di mio suocero, quest’estate è per la famiglia Panzallaria un’alchimia di incastri. Ringrazio ogni giorno che abbiamo avuto, anche quest’anno, la buona idea di affittare questa casetta, vicino a Zocca.

In pratica Tino passa la settimana a Bologna, tra ospedale e incombenze legate al suo papà (che oggi viene dimesso e dovrà poi trasferirsi per 2 mesi di immobilità totale a casa) e Frollina ed io stiamo alla casina.

Mia suocera deve seguire il marito, mia mamma lavora, così le agognate “vacanze con i nonni” dove il grande protagonista era proprio il babbo di Tino, sono saltate.

Io ovviamente ho molto lavoro da svolgere. Quando si segue la comunicazione web di clienti diversi, è difficile staccare davvero, perché ognuno di loro ha esigenze e tempistiche diverse. Mi sono organizzata per avere un po’ di stop ad agosto (o almeno lavorare a ritmi contenuti), ma per farlo devo mettermi avanti ora, scrivendo all’impazzata e coordinando tutte le varie attività.

Qui però almeno Frollina non è costretta alla calura delirante di Bologna (dove le temperature sfiorano i 40 gradi) e alla clausura – magari inebetita davanti alla tv – in cui dovrei tenerla per poter lavorare. In questo posto c’è sempre un’ottima temperatura e l’afa è davvero rara, tanto che fin dalla mattina, si forma una fitta coltre di foschia sulla pianura, ma il cielo sopra di noi è incredibilmente azzurro.

Io mi sono procurata un router WI-FI e anche se a volte la connessione va da schifo, tutto sommato, dopo una mezz’ora di rabdomantismo, riesco a collegarmi e a lavorare.

Quando non c’è Tino dormiamo nel lettone insieme, ci svegliamo e facciamo colazione con le cose del panificio di Montombraro, dove si trovano pane ottimo e muffins da risvegliare i morti.

Frollina si veste e corre a chiamare le sue amiche che abitano accanto a noi e tutti i bambini con cui sta facendo conoscenza e che si alternano per qualche giorno di villeggiatura con i nonni. Passano la giornata scalzi, in giardino. Osservano i grandi fare lavori di falegnameria, smielare, o gestire cani di ogni taglia. Disegnano e si divertono a inventarsi personaggi, corrono e giocano a nascondino o costruiscono case nelle scatole da scarpe.

Io durante la mattina lavoro. Mi metto al tavolo della cucina per non essere distratta dal giardino e faccio le stesse cose che farei normalmente, a casa mia. Sono riuscita perfino a gestire teleconferenze su skype, malgrado la rete a singhiozzo e la continua interruzione delle bambine che cercano colori, pennelli o creta.

Verso le 12.30 mi metto a cucinare. La prima settimana è stato un vero incubo. Io odio cucinare, non ho fantasia e di solito se ne occupa il non marito. Dopo aver nutrito a pane e formaggio Frollina per troppi giorni, constatando che ormai faceva la cacca a pallini come le caprette, mi sono data una regolata. Venendo da Bologna ci fermiamo dal contadino, a Monteveglio, e ci procuriamo frutta e verdura di stagione in quantità. Vuoi il senso di “genuino” che ispirano i prodotti freschi, vuoi l’istinto di sopravvivenza, ora cerco di nutrire mia figlia decentemente, proponendole minestroni di verdura, fagioli e qualche piatto di fantasia.

Cerco comunque di non perdere troppo tempo, ma diciamo che sono molto migliorata e mia mamma – che ieri sera è venuta a cena qui – per qualche minuto ha pensato sul serio che mi avesse impossessato lo spirito di una ZDAURA.

Di solito lavoro fino alle 16 poi provo a portare la bambina e le sue amiche a fare un giro. Una volta è il bosco, l’altra è il paese (dove la meta preferita è l’edicola, luogo di perdizione e spese folli), qualche volta andiamo in piscina. La piscina di Montombraro è davvero bella, dotata di scivoli e con dei bellissimi prati.

A volte, semplicemente, mi siedo in giardino a leggere, ad ascoltare il vento e mi faccio prendere da qualche punta di nostalgia (mi mancano Tino, gli amici e il traffico ;-). Il tempo per rilassarsi non è tanto, spesso il lavoro straborda, bisogna andare a fare la spesa e tenere un po’ in ordine la casa (che già così sembra sempre che sia passato un tifone).

Il giovedì sera a Montombraro fanno i mercatini e allora è festa: si scende in paese dopo cena e ci si infila nel “paglione”. I bimbi vanno alle macchinine, si lotta per non comprare la qualsiasi stronzata e si fa la vasca abbassando nettamente la media d’età.

Le altre sere, dopo essermi prodotta nella cena e aver sistemato, mi metto in giardino, aspetto che passi lo scoiattolo che ogni sera cammina in equilibrio sul filo della luce, guardo il tramonto e non appena il giovane pipistrello che ci tiene lontane le zanzare si allontana, conduco (a forza) Frollina a casa, litigo con lei perché non vuole lavarsi i denti e i piedi e poi finalmente ci mettiamo a dormire con una favola.

Dovrei scrivere, pensare a tanti progetti, mettermi avanti con le idee e il lavoro per settembre e invece leggo, leggo tantissimo.

Parlo poco e leggo molto. Dall’inizio di luglio mi sono mangiata 6 libri e sto approfittando anche del fatto che in giro per i negozi e le biblioteche della valle prestano i libri candidati al premio Zocca Giovani, partecipando attivamente alla votazione, per scoprire nuovi autori che mi stanno intrigando molto. Grazie all’IPAD compro anche molti ebook e devo ammettere che il momento in cui, alla sera, Frollina dorme e io posso concentrarmi solo sulla lettura, è davvero sospirato e atteso.

Le giornate sono lunghe e a volte un po’ faticose, ma stiamo bene. La prima settimana a me era presa una gran depressione, ma ora mi sto riprendendo. Mio suocero sta meglio, anche Tino – la cui schiena è sempre un’incognita – sta meglio e anche se sento un po’ la mancanza della civiltà, devo ammettere che questa vita all’aria aperta, questa bambina che ride e i bellissimi panorami a mia disposizione, non sono affatto male.

Poi arriva il sabato, arriva Tino e facciamo festa. Si fa una grigliata oppure si va a fare un giro in qualche borgo qui intorno, dove c’è sempre una nuova sagra da scoprire.

Amo molto questi luoghi. Dico (ma non penso) spesso che mi trasferirò qui da vecchia.

Tra tutte gli incastri, in fondo a noi non va male, è fatica ma mi godo la mia bimba che è davvero felice e riesco pure a lavorare (quasi) come se fossi a casa mia.

 

 

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Mart di Rovereto: davvero a misura di famiglia?

Durante la nostra minivacanza con i Cicci, siamo stati al Mart di Rovereto: uno dei maggiori musei d’arte moderna e contemporanea in Italia.

Bellissimo. Non ci sono davvero parole per descrivere l’incanto di fronte alla  struttura di Botta e Andreoli. La foto che vedete quassù rappresenta la struttura (credo una specie di meridiana architettonica) della grande piazza coperta antistante l’entrata: la chiave della serratura attraverso cui guardare il cielo.

Siamo entrati in 9: 6 adulti e 3 bambini. Oltre a Frollina e al suo amico Ciccio (5 anni) c’era anche la piccola Bù (2 anni).

Alla biglietteria siamo stati accolti dalla consapevolezza che in quel posto i nostri figli erano ben accetti. Ce lo diceva a chiare lettere questa brochure informativa, ben in vista sul banco.

Io sono sempre molto contenta quando insieme a Frollina andiamo in un museo, specie se ci sono dei quadri. Lei è in una fase “pittorica” davvero spumeggiante e – se potesse – decorerebbe tutta casa nostra. Ha una fantasia iconografica straripante e ci piace molto ascoltare la lettura che fa delle grandi opere. Come dice Art Attack, i bambini non hanno le nostre sovrastrutture e di fronte ai quadri riescono a tornare all’essenziale, vedono cose che a noi sfuggono ma che spesso ci servono per guardare in maniera più piena.

Nei musei spieghiamo sempre ai bambini che

non si urla;

non si corre;

non si toccano i quadri o le opere;

non si da fastidio alle persone intorno.

Piccole regole, essenziali per la convivenza pacifica e per il rispetto della cultura.

Ma nei Musei cerchiamo sempre di:

  • raccontare in maniera interessante e non intellettualistica i quadri perché anche i più piccoli possano guardarli senza annoiarsi ma anzi con curiosità;
  • ascoltare quello che hanno da dire i bambini su quello che vedono.
Questa opera di Lucio Fontana che si chiama “Concetto Spaziale. La fine di Dio”  è stata raccontata in 4 modi diversi a seconda di come la guardavamo secondo distanza prospettica e sentimento. Per Frollina era prima un prato rosso da cui spuntavano, rompendolo, fiori bianchi e poi – in distanza – un uovo di dinosauro da cui stava uscendo il piccolino.
Possiamo darle torto?
Non è anche questo un modo per guardare all’arte dall’alto dei propri 5 anni?
Il Mart, proprio perché Museo di arte contemporanea, si presta tantissimo a una visione non convenzionale, di cui i bambini sono maestri. Può diventare un esercizio per noi e per loro. Per noi perché – come dicevamo – ci libera per un pomeriggio dalle sovrastrutture, per loro perché li avvicina all’arte senza il peso dell’intellettuale, facendo spazio alla creatività, unica forma di fruizione in un momento in cui la vita è soprattutto gioco.
Eppure ieri è successo qualcosa che ci ha dato molto fastidio. Ha toccato tutti gli adulti presenti.
Eravamo appena entrati nella prima sala dedicata alla mostra temporanea di  Gino Severini. Eravamo in pochi (era quasi l’ora di pranzo) e abbiamo cominciato subito a cercare il primo quadro da guardare. I bambini erano tranquilli, nessuno di loro urlava o tentava di portarsi a casa qualcosa.
Ci si è immediatamente fatta vicina una delle guardie della Sala per dirci di dire ai bambini di parlare piano e che se volevamo, uno di noi poteva andare con i piccoli al Baby Mart, mentre gli altri guardavano la mostra. Il Baby Mart è uno spazio allestito per giocare, non ci sono quadri ma libri per bambini, come quelli presenti nella nostra biblioteca.
Ci siamo sentiti un po’ aggrediti. Abbiamo risposto gentilmente che ci faceva piacere che i nostri figli guardassero la mostra e che al Baby Mart ci saremmo andati, eventualmente, dopo. Per farli riposare un po’.
Da quel momento non abbiamo potuto muovere più di cinque passi senza che un solerte guardiano non ci seguisse, incalzasse per il rispetto di un rigoroso (ma davvero sostanziale?) silenzio e non ci ripetesse che non ci si avvicina ai quadri ogni volta che i bambini si muovevano (e non nella direzione dei quadri!). Ci siamo sentiti dei terroristi con la bomba pronta ad esplodere.
Ad un certo punto Art Attack ha preso in braccio Ciccio per mostrargli più da vicino un quadro (Art Attack ci lavora con i dipinti antichi per cui sa quello che fa e non perde mai di vista l’eventuale distanza di sicurezza) ed è stata subito redarguita.
Si respirava un clima “ansiogeno” e senza alcun motivo.
Io – onde evitare qualsiasi complicazione – ho fatto una ramanzina preventiva a Frollina (mi sentivo molto Bush!) dicendole che non doveva assolutamente toccare i quadri e che se fosse successo qualcosa a uno di quei dipinti sarebbe stato un danno incalcolabile perché nessuno avrebbe più potuto guardarlo, ma anche che – probabilmente – avremmo dovuto vendere la casa per ripagarlo.
Lei si è talmente convinta che andava in giro e ripeteva agli altri due di non avvicinarsi “se no il Museo ci ruba la casa” ;-(
La mostra ci è piaciuta molto e tutto il Museo è davvero bello, però.
Però credo che il clima  fosse davvero esageratamente restrittivo per i bambini. L’arte è di tutti, anche loro. I bambini di oggi sono gli adulti di domani e l’Italia dovrebbe essere un grande parco culturale a disposizione delle persone, non un accrocchio di rovine in vetrina che prendono polvere nascoste dietro a cataloghi dal linguaggio involuto.
L’arte dovrebbe essere popolare. Almeno quella che sta dentro ai grandi musei costruiti dalle città.
Nella maggior parte dei Musei europei – e non solo quelli dedicati alla scienza e alla tecnica, luoghi facilmente declinabili alle esigenze dei più piccoli – i bambini si siedono in cerchio di fronte ai quadri e insieme ai loro genitori li guardano, ne parlano, costruiscono il loro piccolo zainetto di ricordi artistici, mettendo in moto proprio quei meccanismi senza i quali nessuna cosa può chiamarsi opera artistica.
La proposta di relegare i bambini in spazi circoscritti “con tappeti morbidi” e libri è sicuramente vantaggiosa per spezzare le giornate delle famiglie in gita, ma non può diventare l’alternativa. Esclude loro dal mondo (e il mondo non è declinabile in maniera artificiale ma solo per l’approccio diverso che ha un bambino rispetto ad un adulto ad esso) e esclude il dialogo tra noi e loro di fronte all’arte stessa.
Non mi va di pensare all’Italia come a una summa di ghetti, quello per gli anziani, quello per le famiglie, quello per i single e quello per i bambini. Non è un po’ triste? Non è un po’ limitativo?
Certo, non tutti i musei sono così e anche la mia visione del Mart è limitata alla nostra singola esperienza, ma quello che ho sentito ieri non mi è piaciuto per niente, era in netto contrasto con il senso e la natura stessa di quel Museo.
Certo, probabilmente con le scolaresche è diverso, perché è tutto istituzionalizzato, c’è una guida esperta con i bambini. Ma è davvero sostanziale che faccia la differenza? E inoltre, non è importante che la cultura sia qualcosa di liquido e osmotico che passa dalla scuola alla famiglia, ma anche viceversa? Perché anche relegare i musei a qualcosa di “scolastico” li rende qualcosa di esterno, di altro, qualcosa da cui fuggire non appena la scuola finisce, esattamente come si fa dalla Divina Commedia e dai Promessi Sposi.

Voi cosa ne pensate?

Mi piacerebbe sapere da chi non ha figli se è infastidito dai bambini, durante la visita in un museo, oppure no e da chi ne ha, che esperienza ha avuto e se preferisce visitarli da solo o apprezza anche la gita “familiare”.
Le mie sono riflessioni, personali, opinabili e legate alla mia singola esperienza, per ciò se invece altri hanno avuto esperienze diverse e a misura di famiglia al Mart, se hanno voglia di raccontarle, ne sarei davvero contenta!

 

Cronache dai monti zocchesi

“Cos’è la cellulite e come si sconfigge?” “Dove vanno le libellule morte?”

Sono solo due delle tantissime domande a cui quotidianamente devo rispondere: siamo in montagna, 2 case confinanti, 4 bambini di età diverse alla mano, una vita corale e collettiva in mezzo alla natura che non fa altro che scatenare idee, pensieri e far frullare teste.

C’è la Frollina e poi ci sono la Grande Saggia e sua sorella, la Piccola Sognatrice, che abitano qui di fianco e sono le figlie della mia amica S.

Il nonno tuttofare delle due bambine ha costruito perfino un cancello nella rete, in modo da rendere pienamente comunicanti le case. Cento metri più sotto abita il Giovane Esploratore, con la sua mamma che insegna canto e il papà che va in bicicletta.

Ci siamo noi e poi c’è la nostra gatta laLina che è finalmente emigrata insieme al resto della famiglia.

Ha passato i primi 3 giorni sotto il letto, oppure nascosta in un cassetto di una vecchia madia. Vive di notte, quando la porta sta chiusa e non sente la minaccia della natura intorno a lei. Passa ore a ravanare nella lettiera, negli orari più improbabili, svegliandomi inopinatamente. Sono arrivata alla convinzione che sia una specie di sciopero per questa vacanza non desiderata.

Ieri l’avevamo persa. Non era da nessuna parte. Sparita.

Tino ed io abbiamo pensato fosse uscita. Abbiamo cominciato a cercarla ovunque per ore, in giro per boschi e cespugli. Si era infilata sotto il lavabo, dove c’è un buco per fare passare i tubi, incastrata al posto di due mattonelle vuote. Quando è riemersa – incurante del tanto chiamarla – era completamente coperta di ragnatele vecchie di millenni.

Spesso ci gestiamo i bambini tutti insieme o ci diamo il cambio, in modo che gli altri possano fare anche altro. L’altra sera sono stati tutti a mangiare dal Giovane Esploratore e nel frattempo Tino e la sottoscritta si sono regalati una cena romantica con vista calanco.

La Frollina sta scoprendo un sacco di cose e imparandone altrettanto, che è la più piccola del gruppo.

Ieri c’era un topo di campagna morto. Spiaccicato sulla strada. Ne è rimasta affascinata. Ora mi chiede quando ripasseremo di lì. Lei vuole vedere la carcassa.

Ora riconosce perfettamente la differenza tra l’uso concimatorio del piscione di maiale e della cacca di vacca.

Preferisce la seconda. Ha un odore che l’aggrada di più.

Dice che da grande vuole fare la cantante. La Grande Sognatrice (anni otto) vuole fare la biologa e anche la cameriera e aprire un ristorante in montagna. Dice che se fa prima la biologa poi può scegliere quali piante mettere nel ristorante.

Queste nuove generazioni hanno capito in anticipo quanto una laurea serva a poco. Meglio così.

Dice che farà costruire un palco nel ristorante, così frollina ci salirà sopra per cantare ogni sera.

Il Giovane Esploratore è figlio di una famosa maestra di canto, amica della mia amica. Vengono cantanti da tutta Italia, qui sull’appennino, per seguire le sue lezioni.

Così ogni tanto il bambino passa del tempo con una baby sitter locale. Lei ha 14 anni, è alta, bionda con i boccoli. Sembra una versione nostrana di Raperonzolo.

Ha un cagnolino da “Pesto”, di quelli grandi qualche millimetro ma con la capacità vocale di un Soprano. Da pesto perché le svagate come me rischiano sempre di spiattellarli: sono talmente piccoli che è un attimo metterci sopra un piede per sbaglio.

La baby sitter bionda dai boccoli ed io ieri abbiamo passato un po’ di tempo insieme al parco, mentre i quattro teppisti giocavano, si rincorrevano, litigavano e il Giovane Esploratore si inventava sempre un modo nuovo per fare danni a se’ stesso e agli altri.

Raperonzolo è xenofoba. Ha 14 anni ma le sue idee sono molto chiare: gli extracomunitari vanno bene solo se stanno tra di loro e non frequentano gli stessi posti che frequenta lei. Purtroppo sono un male necessario per l’economia del Paese! Mentre mi snocciolava la sua teoria economica e sociale la mia mascella era talmente slogata che non ho saputo cosa dire.

Hai 14 anni, sei bella come il sole e xenofoba.

In zona abbondano le sagre e le piscine: piscine e sagre sono un plus dell’appennino bolognese/modenese.

Tutti i giorni passa una macchina, per il paese e i colli circostanti, e dal megafono un simpatico signore invita orgogliosamente la popolazione all’evento della sera.

Se c’è del gnocco in piazza si raccomanda di non cenare ma di farlo agli stand gastronomici vicino alla Chiesa. Se c’è una processione particolarmente suggestiva ti dice che ti commuoverai.

E’ un contributo fondamentale alla vita sociale di questi luoghi ed è molto meglio di un alert sulla bacheca di facebook.

Da qualche anno, così mi raccontava la mia amica che ha casa di famiglia qui e alla quale la Pro Loco dovrebbe dare una targa, perché ogni estate aumentano le persone che affittano casa in paese, al Comune gli è venuta voglia di riscossa, di rialzare la testa.

Siamo vicini a Zocca noi, e l’ombra della megalopoli del Blasco rischia sempre di oscurare tutto ciò che è intorno, come questo splendido borgo.

Così si sono inventati manifestazioni, eventi, notti bianche e il tutto è pubblicizzato in modo davvero tenero. Ci deve essere un poeta in consiglio comunale, perché abbondando versi (non mi è stato dato ancora di capire il Metro con cui vengono costruiti) infarciti di puntini di sospensione pieni di orgoglio evocativo…

Tra baby sitter xenofobe, maestre di canto chiromanti, amiche svagate e la banda dei teppisti filosofi, il nostro agosto sta scivolando bene e io finalmente mi rilasso.

Questo è il Paesello di montagna, questa la nostra vita. Stasera andiamo a vendere cose vecchie al mercatino.

E la chiromante leggerà la mano.