La valigia


Finalmente l’ho fatta: la fatidica valigia della gestante, quella che se incontri un’altra gravida in scadenza come te ti chiede “ma l’hai già fatta la valigia per l’ospedale, vero?” e tu rispondi ingenuamente che no, non l’hai ancora fatta e lei ti guarda come se non avessi ancora comprato il biglietto del concerto di Bruce Springsten che si tiene una settimana dopo e a cui vuoi assolutamente andare.

Finalmente anche io ho alcune certezze.

Ho messo tutto dentro al borsone che usavo per le mie trasferte Bologna – Milano e Bologna – Torino, tanto per una continuità culturale con il mio passato.

Allora ci vivevo con la valigia, mica come ora che ho un armadio solo!!!! Allora ero sempre su un treno, in un letto diverso (a Milano per lo più si trattava di una branda: da cinese nei laboratori di pelle…) e con una valigia semisfatta in qualche posto.

Quando soggiornavo a Bologna stavo per lo più in questa casa – allora solo di Tino – e a casa mia ci passavo solo per prendere i vestiti puliti.

Puntualmente, ovunque mi trovassi, mi mancava qualcosa di sostanziale.

Se avevo bisogno di “quella gonna”, spesso era in una delle cassette di frutta che mi fungeva da armadio nella mia casa milanese.

Oppure era dall’altra parte della città, a seconda che fossi con il moroso o in ritiro nel mio appartamentino di gioventù universitaria.

Mi svegliavo e non sapevo dove stavo dormendo. Spesso sbattevo la capoccia contro qualche muro, perché in ogni casa dormivo dalla parte diversa del letto.

Allora sognavo un armadio unico. Un posto dove tutte le mie cose potessero essere riposte e dove poter tornare ogni sera dicendo: questa è la mia casa!!!.

La domenica era terribile caricarsi in tram, metro, treno con quella valigia stipatissima, il pc portatile e tutto il mio armamentario.
Spesso mi sentivo spossata e in prestito.

Ma ora ogni tanto mi manca. Non che non stia bene in questa novella vita borghese, ma ci sono periodi della vita che rimangono scolpiti nella memoria, per la loro univocità: oggetti, come valigie, che ti riportano a fasi storiche della tua crescita.

Quella valigia, quel periodo, un carrello della spesa al posto dell’armadio, cassette di frutta al posto del comò, e coinquilini sgaruppati con cui condividere i pochi soldi e molti sogni…

Ogni sera un cartone di birra, che andavamo a buttare i vuoti di notte per paura di incontrare la portinaia milanese pettegola e che lei andasse dal padrone dell’appartamento a dire che ci stavano degli ubriaconi…

ogni cosa che diventa un valido portacenere. cartoni di pizza. notti in bianco.

Il tuo amico che – dopo che gli hai fatto un taglio di capelli estremo – dicendogli che si, tu sei capace di usare il rasoio elettrico, Tino te lo fa sempre fare e invece gli hai disegnato una lucida pelata a forma di V rovesciata sul capo di capelli appena sistemati, che sbatte la testa al muro boffonchiando un “voglio una vita borghese, voglio una vita borghese” e ti guarda con odio…

Tu che dai fuoco alla casa per riempirla di candele e alla gonna dell’Adele, la sua preferita, insieme a quell’altra stordita di coinquilina.

E poi le settimane che passano, le valigie sempre in mezzo, il tempo che sgocciola via e la vita che cambia vorticosamente.

Sempre con quella valigia. Con quel carico di cose, ricordi che si accumulano, speranze che si bruciano, libri da leggere, studiare, riviste di lavoro, diploma del master, documenti per lo stage…

Sempre con quella valigia.
A Milano, a Torino e poi solo per le vacanze o per i viaggetti con Tino, in qualche brumoso fine settimana d’autunno.

La valigia. Ieri ho tirato fuori le mie borse. Ho voluto usare la STESSA valigia. Per andare a far nascere Frollina.

Perchè una valigia rappresenta un mondo, una vita che continua, una vita che inizia.
Non avevo mai fatto la valigia per qualcun altro.
Ieri ho fatto la prima valigia per mia figlia. E ho ripensato a tutto quello che sopra ho narrato, insieme a mille altre robe che – in questi giorni – sembrano mischiarsi l’una con l’altra: un valzer degli addii, un tango dei ricordi.

Inutile dire che – ansiosa come sono ( e della razza peggiore perché faccio comunque tutto all’ultimo!) – Frollina ed io potremo sostare all’ospedale per un mese, dalla gran roba che ho messo, oppure partire per un lungo viaggio postnatale…

grazie a tutti voi per il sostegno…mi fate sentire molto meglio quando l’ormone mi dà alla testa come ieri….

6 commenti
  1. ele dice:

    anima e coraggio, quando gli occhioni del vostro prodotto vi guarderanno , gli ormoni andranno a farsi friggere..
    a presto!

  2. talkingfish dice:

    Mi sono quasi commosso, sai?
    Immagino sia normale, di fronte ad un cambiamento epocale come la nascita di un figlio (soprattutto se questa nascita si prospetta come un’autentica annunciazione), sentire il bisogno di fare un bilancio di quello che si è fatto sino a quel momento. E la voglia di unire il proprio passato e il proprio futuro è, a mio avviso, una cosa meravigliosa.
    Buon viaggio ad entrambe. : )

  3. adelina dice:

    anche io commossa.
    anche io in questi giorni sono nostalgica e non faccio che pensare ai bei giorni spensierati dell’università, pieni di sogni rivoluzionari, perchè io avrei avuto una vita diversa e meravigliosa, dicevo.
    penso sempre ai miei pantaloni larghi di fustagno…chissà dove sono finiti. che farei per indossarli ancora

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