L’odore del cloro

Qui a Tortellini city fa davvero MOLTO caldo. Un enorme phon puntato sulle nostre vite le surriscalda. L’afa è elevata e ci sono delle mattine che ci svegliamo già con un po’ di mal di testa.

Frollina sta terminando la seconda (e ultima) settimana di Campo Solare. Si diverte la marmocchia, ci sono dei giorni che alle 7.30 si piazza davanti alla porta, in attesa di essere portata a scuola, scalpitando per la voglia di andare.

Dato che stare in giro con queste temperature è quanto mai sconsigliabile, quando vado a prenderla da scuola, alle 16.30, carico in auto lei e qualche amichetta e ci fiondiamo in piscina. Ce ne è una poco distante da casa circondata dalle colline. Hanno recentemente costruito la vasca all’aperto e così tutto sembra molto entusiasmante. La nuova piscina è provvista perfino di comodo “divanetto” acquatico con spruzzi idromassaggio:  mentre lei starnazza con i braccioli, io a volte mi siedo a far rimbalzare le terga.

La consuetudine con l’acqua sta producendo effetti mirabili su mia figlia. Oltre a rilassarla, tanto che arriva alla sera fresca, stanca ma contenta, sta imparando a battere le gambe, muovere le braccia in maniera quasi coordinata e quando ci tuffiamo, riesce a chiudere il naso e la bocca e quindi non beve.

Potete immaginare la gioia di mamma Panz, per la quale la piscina è stata una casa per parecchi anni e che tiene appesa al chiodo anche una carriera di nuotatrice agonistica e maestra di nuoto.

Io arrivo a fine corsa della giornata che sono cotta ma contenta, perché almeno la piccola se la spassa e anche io, devo ammettere, ritrovo un po’ di verve grazie alla magica pozione acqua e cloro.

Noi qua non abbiamo mica il mare, ma con un po’ di fantasia, una piscina immersa nel verde con vista San Luca può benissimo essere un ottimo compromesso.

Vent’anni fa io passavo tutte le serate d’inverno in luoghi come questo. Mi allenavo due ore tutti i giorni e spesso il sabato e la domenica partivo per le gare.

D’estate c’erano i campionati nazionali. A fine luglio. Con la fine della scuola ci allenavamo due volte al giorno: mattina e sera.

Iniziava una stagione meravigliosa, fatta di vita corale alla piscina del mio paese, giochi in acqua, scherzi e amori estivi. Passavo là tutta la giornata, perché finiti gli allenamenti ci sistemavamo nel grande parco a prendere il sole, in attesa di quelli serali.

C’era questo odore di ginestra tutto intorno, c’erano gli amici, c’era il mio allenatore con il suo sorriso bianco e la maglietta arancione.

C’era questo entusiasmo giovanile. Un misto di aspettativa per i doni dell’estate, le vacanze, le serate passate fuori casa mischiato a un senso di incertezza per il futuro che poteva contenere qualsiasi cosa.

Sogni grandissimi sfumavano in paure piccole ma che sembravano insormontabili.  Nel 1988 mi sono innamorata. Per la prima volta, davvero. Un amore giovanile ma che mi ha segnata profondamente. Non è stato il fuoco fatuo di una stagione ma il primo “fidanzatino”, quello che ti viene a prendere a scuola e che per un anniversario ti regala perfino un anellino con lo zircone.

Era un mio compagno di squadra. Non lo avevo mai considerato, per la verità. Quell’anno si trasformò da bambino a ragazzo e ricordo ancora l’esatto istante in cui mi accorsi dei suoi occhi.

Lui – già da qualche mese, forse un anno – aveva il mio nome intarsiato sul diario. Una volta lo avevo perfino beccato e questa cosa, di uno che aveva il mio nome scritto da qualche parte, mi aveva lasciato un misto di imbarazzo e stima che non conoscevo.

Ma a me allora lui sembrava solo un cinno. Non so come fu, ma da un giorno all’altro divenne, ai miei occhi, un uomo. E così, durante i campionati italiani, cominciammo a fiutarci e pochi giorni dopo, in una fine di luglio caldissima ci “mettemmo insieme”.

Gli scrissi io un biglietto, al termine di una cena della nostra squadra, su un pezzo di carta igienica. C’era il mio numero di telefono e sotto – per fare la simpatica – avevo scritto:

Ps: telefonare ore pasti!

Pochi giorni dopo esserci dati il primo bacio – rigorosamente munito di apparecchio per i denti – partimmo entrambi per le vacanze.

Ci scrivemmo lettere appassionate per un mese e il giorno in cui ci dovevamo rivedere, con appuntamento sotto la statua del Nettuno, in Piazza Maggiore a Bologna, io avevo un enorme brufolo che svettava sul mio visino.

Mi ero tutta sprimacciata, tirata, lisciata, impomatata. Avevo scelto con cura e largo anticipo cosa mettermi. Attendevo con impazienza il nostro incontro. Io ero tornata prima dalle vacanze, mentre lui arrivò il giorno stesso del nostro appuntamento (fissato da oltre un mese!).

Quella mattina mi svegliai e avevo questo brufolo rosso, sulla carnagione abbronzata.

Non bastarono impacchi di yogurt, preghiere in aramaico e voti alla Madonna: il bastardissimo vulcano, pronto a eruttare giovinezza, era lì, orgoglioso, sulla mia guancia.

Arrivai all’appuntamento emozionata che – per paura che lui mi avrebbe trovata brutta – tenni tutto il tempo la testa girata dalla parte in cui mi consideravo guardabile.

Lui non capiva.

Se provava ad affiancarmi sul lato acneico, io facevo un giro su me stessa e mi posizionavo dall’altra parte. Sembravo un incrocio tra una cocainomane in stato allucinatorio e una a cui aveva preso un pesantissimo colpo della strega con optional di torcicollo fulminante.

Alla fine, un po’ perplesso, mi chiese cosa stava succedendo. Cosa nascondevo. Dovetti svelare il mio increscioso segreto.

Mi guardò con i suoi occhi luccichini e mi disse: “Ma credi davvero che a me importi del tuo brufolo? Potresti averne anche 100 ma mi piaceresti lo stesso!”.

Ecco.

Credo che quello fu l’istante esatto in cui mi incatenò. Allora non sapevo che quelle catene – belle e anche dolorose – ci avrei messo molti anni per scioglierle. Allora non sapeva, nemmeno lui, che sarebbe diventato il protagonista di numerosi diari e lacrime amorose.

Ora non è più importante, ma quando arriva l’estate e vado in piscina, ci sono dei giorni che ancora ci penso, agli allenamenti, al cuore che batteva, al senso di amicizia che hai a 15 anni, al primo amore struggente e nuovo e pieno di cose che non conosci e ti rimescola il cuore, a quell’uomo dal nasone e la maglietta arancione a cui volevi bene come a un padre e un giorno c’era, il giorno dopo il Destino lo aveva portato via per sempre.

Ci sono dei giorni che ecco, l’odore del cloro mischiato all’acqua è come una madeleine. Un ponte levatoio tra presente e passato. Contiene volti, ricordi, storia.

E partecipa di quello che sono.

Oggi.

8 commenti
  1. rocciajubba dice:

    E questo sarebbe un post “a mezzo servizio”?
    Meraviglioso Panz!
    E ti dirò che quella sensazione lì, quella delle estati a 15 anni me la ricordo perfettamente anche io. E torna ogni anno con l’afa padana che consociamo bene, col profumo dei tigli e del caprifoglio, con il fresco di una piscina d’estate.

  2. la coniglia dice:

    i tuoi post sui ricordi sono sempre meravigliosi…e la storia del brufolo è fantastica ihihihi 🙂

  3. simona dice:

    che bello!! io quello lì, quello dei 15 anni a 21 l’ho sposato e fra pochi giorno ne compio 45 e stiamo insieme da 30.

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