Panzallaria – blog di panza

Precaria dentro ma anche fuori

Chiudo

Dato che attualmente non ho lo spirito giusto per fare la Panzallaria che piace, quella che ironizza e ride e scrive solo di cose allegre

questo blog chiude.

Chi mi conosce sa che sono una persona poco incline al compatimento e solo ora sto imparando a dire “aiuto”, solo che da qui non si vede e io attualmente sono poco propensa a pensare ad altro che ai miei guai, dato che i miei guai ce li ho scolpiti sulla pelle e mi rendono la vita menomata e dato che comprendo benissimo che questo non è lo spirito giusto per scrivere di cose a gente che mi legge e passa di qui soprattutto per divertirsi, credo che Panzallaria abbia fatto il suo tempo.

Magari tra qualche mese riapriremo.

Ma non ora.

Grazie per questi splendidi anni. Mi sono divertita e spero di aver allietato un poco le vostre pause caffè.

Ci risentiamo quando lo spirito panzallaria si sarà riappropriato di me.

Per ora Francesca vi saluta

State bene.

Le vie del tempo

Oggi sono stata a fare degli esami del sangue dall’altra parte del Mondo, in quella zona della mia città dove sono nata e ho trascorso i primissimi anni di vita.

Ero in anticipo e così mi sono concessa un giro dei ricordi. Con la macchina, senza un caffè nè cibo in corpo mi sono infilata ben dentro agli anfratti della mia infanzia. C’è un nugulo di stradine là che sembrano ferme nel tempo. Hanno nomi magici di colori e pietre preziose e ci sono vecchie case – un tempo sul limitare della città – circondate da giardini rigogliosi e alberi da frutta.

In una di quelle vecchie case abitava la Bassotta, che era la mia amichetta del cuore. La Bassotta prima stava in un palazzo con le sue sorelle e i suoi genitori e poi – dopo che avevano trovato il babbo morto addormentato sul divano – si era trasferita in una di questa case con il giardino e gli alberi da frutto, dove abitava una vecchia zia.

Quando a scuola, me lo ricordo bene, vennero a dirci che il padre della Bassotta ci era rimasto secco, morto e addormentato e facemmo tutti una preghiera per lei e la sua famiglia, ecco io piansi moltissimo. Fu la prima volta che ebbi la vera percezione della Morte nella mia vita, allora piccina.

Perché Papàbassotto c’aveva un bar e ci portava sempre, a me e alla sua bimba, a fare le scorte di caramelle e dolciumi nel grande emporio riservato ai baristi. E ci faceva assaggiare tutte le caramelle e i cioccolatini fiat e anche le gomme da masticare, di quelle che regalavano i tatuaggi di Ufo Robot. Io la prima volta ero rimasta un po’ interdetta, che mamma mi aveva insegnato che rubare è peccato e a catechismo ci dicevano che offende la Madonnina di S.Luca, ma lui – me lo ricordo come fosse ieri – mi aveva guardato con quei suoi occhi lunghi, azzurri e buoni e mi aveva detto che noi non stavamo proprio rubando ma solo assaggiando la merce.

Così quando questo uomo basso dagli occhi buoni si era addormentato per sempre, ecco io ci ero rimasta davvero male. Anche per lei, la mia amichetta del cuore che da quel giorno era diventata meno sorridente.

La casa degli alberi aveva però un bel giardino e noi passavamo i pomeriggi a giocare lì, sul dondolo e al tavolino in legno. La zia ci portava l’orzata e la mamma della Bassotta ci offriva i biscotti.

Stavo bene in quella casa. E ogni giorno quando da quelle vie mi addentravo con mamma verso i giardinetti dove giocavo a calcio con le mie amiche e avevamo fondato la squadra femminile della scuola e mi travestivo anche da Nanni Kuker per indagare su qualche giallo del quartiere, io mi sentivo la Regina del Mondo.

Ai giardinetti avevo imparato ad andare in bici senza le rotelline e mi ero messa, per la prima volta, quei pattini gialli e neri che si allungavano e che erano tanto di moda all’inizio degli anni ottanta.

Si tornava a casa ad una certa ora e mio fratello ed io facevamo il bagno insieme. Una volta che mi ero fatta prendere la mano, avevo deciso che volevo imparare a lavare i panni e ho fatto un esperimento empirico con i capelli di mio fratello e il sapone da bucato. L’ho fatto stendere, in modo che i capelli fossero adagiati nell’acqua e ho cominciato a strofinarli vigorosamente con il Sole Bucato.

Quando mia mamma è arrivata, cantavo “la bella lavanderina che lava i fazzoletti” e il marmocchio stava bevendo tutta la vasca: mi sono beccata una di quelle sgridate che ricordo ancora con terrore, ma non ho più tentato di annegare il secondogenito.

Ma torniamo a oggi e a me, con le mie mani da rettile, un caldo agostano torrido e lo stomaco vuoto che mi aggiro per le vie della memoria e ripenso a queste e ad altre storie e risento il profumo dei biscotti della Bassotta e rivivo i ritmi regolari della vita di fanciulla, gli stessi che mi piace regalare alla frollina che i bambini, io penso, hanno bisogno di luoghi riconosciuti, di facce uguali e di appuntamenti certi.

Sono lì che riassaporo i ricordi con un nodino alla gola che non sono proprio lacrime ma che è tanto vicino ad una sorta di malinconia delle cose perdute, indipendentemente da quel che si è perso, che la mia macchina mi porta direttamente davanti al cancellino della casa della Bassotta.

Al posto del vecchio dondolo in ferro battuto c’erano delle altalene tutte colorate in plastica.

Il tavolo in legno era ancora lì, con una rosa arrampicata sulle gambe. La casa sembrava sempre lei, anche se sono passati più di 25 anni.

Mi sono fermata a guardare. Ho rivisto Panzallaria quando era piccolina e non sapeva dove l’avrebbe portata la vita: in quanti posti e con quanti incontri eccezionali e non.

Ho rivisto la mia barbie e la distesa dei Puffi che collezionavamo io e la Bassotta e la casa che avevo costruito con le scatole da scarpe e di cui andavo molto orgogliosa.

E mentre ero lì che osservavo il passato riflesso nel presente si è aperta una porta. E’ uscita una donna con due bambini.

Due bambini poco più grandi della frollina.

Una donna dagli occhi neri e la bocca lunga. Una donna Bassotta.

A me il cuore ha cominciato a battere all’impazzata.

Volevo uscire, volevo dirle

ehi ti ricordi di me? giocavamo con i puffi e tua zia ci portava l’orzata…ma sono i tuoi figli questi? sai anche io ho una bimba, lei si chiama Frollina. Ho le mani come quelle di un rettile ma non devi avere paura. Sono la mappa della mia vita, insieme ai miei occhi e a questa frangetta che ho tagliata storta. Tu sei bellissima, in tutto il tuo metroecinquanta e con quel sorriso che ora è tornato lungo e pieno come quando ti ho conosciuta, prima che tuo babbo si addormentasse. Chissà quante cose avrai da raccontare, chissà quante persone sono venute e andate e quanti posti hanno visitato i tuoi occhi. La mia memoria è straripante ma c’è sempre un posticino speciale per te e per quegli anni di noi due piccole…

Mi sono proprio emozionata, mi sono. Avrei voluto dirle tante cose.

Le vie del tempo sono percorsi contorti e spesso avvolti nella nebbia, ma in certi punti, del tutto inaspettatamente, si toccano tra loro. Tu non sai mai quando avverrà ma quando avviene devi fare una scelta.

O congiungi i fili e invadi il presente di passato

O guardi da dietro un finestrino e poi riparti.

Ho guardato l’orologio: ero in ritardo per il mio esame. Ho acceso la macchina e mi sono diretta verso l’ospedale.

Il topo

Non abitano più nell’appartamento di sotto da anni.

Noi ci siamo dotati di una canna da pesca per raccogliere i miei reggiseni e tutto ciò che cade nella terrazza fantasma ad ogni stendaggio.

Abbiamo anche fatto presente.

Fatto presente che a Bologna, una casa vuota, così, fa proprio tristezza: con tutti quelli che hanno bisogno di un tetto.

Fatto presente che se – per esempio – con le perdite che avevamo in casa sono stati fatti danni, forse era il caso di controllare che abbiamo avuto i muratori in casa tre mesi e potevamo porvi eventuale rimedio.

Niente.

Silenzio stampa. Assoluto. Cristallino.

Fino ad una settimana fa.

Mentre stendevo ho notato qualcosa tra l’accumulo di foglie e sporcizia, nel balcone sottostante.

Ho notato un musetto rosa.

Pelo, tanto pelo grigio.

Zampine: ho visto zampine e coda lungherrima.

Un topo. Un orrido e schifoso e rivoltante topo morto.

Morto tra le foglie. Chissà da quando. Venuto da chissà dove. Chissà in quale stato di decomposizione. Mi sono vista come in una scena di quelle scientifiche di CSI, con i miasmi che salgono (colorati d’azzurro per l’occhio del telespettatore) e noi tutti morti stecchiti per qualche orrenda e atroce malattia dei topi.

Ho chiamato Tino. Gli ho detto di chiamare l’Igiene, chiamare. Gli ho detto di farsi sentire, sentire. Questa volta non passa. No, proprio no.

C’era Adele. Che ha concordato con me che il topo era proprio brutto.

“guarda! si vede anche la coda…ma che schifo!!!” mi ha detto.

“come cazzo è salito. oddio, aiuto. siamo infestati dai topi! bisogna subito organizzare una riunione di condominio urgente!!!” ho detto io al tramonto del 14 agosto.

Poi Tino ha preso la canna da pesca. Voleva vedere dice. Io mi sono opposta. Con Adele lo abbiamo guardato come se fosse il re dello schifo: un uomo incurante dell’igiene e della sicurezza della sua famiglia.

Io borbottavo. La mia casa. Villa Borghese non si merita questo.

Tino, testardo ha usato la canna da pesca: zitto, zitto, cheto, cheto.

il finto topo

E questa cosa che lo vedete anche voi, proprio un topo pare, si è rivelato un gomitolo di peli.

Peli.

I nostri gatti probabilmente che tino spazzola in terrazzo!

Peli.

E io che volevo chiamare l’Igiene.

Un casino volevo fare.

Per dei peli.

Okkei che sono malata, che c’ho la testa in acqua, okkei tutto. Ma ci pensate la scena????

Post fotografico

Ho ritrovato il cavetto…ciucciatevi qualche foto della mia casina dopo i lavori e della frollina

Villaborghese – lavori e fine lavori
Frollina – luglio agosto 2008

Guccini

Come dicevo: la Frollina parla. Non dice proprioproprio delle frasi ma ci siamo vicini. Si fa capire. Mi fa molto ridere.

Ripete ogni cosa, ivi incluse le parolacce che non riusciamo a epurare dal nostro vocabolario. In montagna è rimasta mezz’ora a ripetere “ulo, ulo, ulo” perché mamma aveva incautamente mandato a quel paese papà.

I nomi sono la sua specialità: Irene è diventato “Nene”, Babi è “Babi”, Davide è “Daddi” e Silvia è “Sivia” o “Silia” a seconda dei giorni.

La zia Adele può dirsi orgogliosa: dopo 3 giorni vissuti pericolosamente a casa nostra, schivando le mie pustole, assistendo le mie crisi di ipocondria vagante e raccontando fiabe alla frollina è diventata l’oggetto dei suoi desideri. La piccola ora vaga per casa cercandola in ogni cantuccio, chiamando “scia, scia, scia?!?”.

Ieri compiva 20 mesi la pulce. Ha raffinato di molto il suo modo di giocare a nascondino, che noi chiamiamo “cu cu” e quando si nasconde dietro le nostre tende trasparenti e sorride sorniona, se dico che vedo due piedini spuntare lei li tira indietro, li nasconde.

Da vera furbetta.

Frollina mi abbraccia molto ora. A voi suonerà del tutto normale ma in realtà non è così: fino ad un mese fa non era molto affettiva e non baciava ne’ abbracciava nessuno. Da qualche settimana arriva, correndo a braccia aperte verso di me, si lancia al collo e mi stringe fortissimo.

Roba da frantumare il cuore per la tenerezza.

Roba che mette i brividi fino alla radice dei capelli e mi fa sentire la donna più fortunata del mondo. Rimpicciolisce i ricordi del passato. Mi fa chiedere sempre di più se esiste un prima di lei o se il dopo non si è mangiato tutto. Perché non riesco a concepire un tempo nella vita mia e di Tino in cui lei, proprio lei, con i suoi capelli e le sue labbra e il sorriso dentone e gli occhi vispi non esistesse ancora.

La sera, prima di addormentarci, con frollina facciamo il gioco del “soffia via i nuvoloni”. Lei si siede sul lettone e io e papà arriviamo di soppiatto, con una risata pseudodiabolica e l’intento di prenderla.

Lei tutta felice comincia a urlare eccitata, si nasconde dietro i cuscini e poi riappare, molto motivata alla sopravvivenza e soffia forte forte contro di noi che – in maniera pittoresca e rocambolesca – voliamo lontano, ci spiaccichiamo contro la libreria e veniamo respinti dal suo soffio.

Ride di risate grasse e non vorrebbe mai smettere. Le mette fiducia vedere che ad ogni sua azione corrisponde una reazione e passiamo ore così, a fare i nuvoloni e il vento e a rotolarci sul letto.

Frollina sperimenta le parole in modo monotematico. C’è stata la settimana di  “mangio” e la settimana di “acqua”.

Ora siamo entrati nell’era di “grande”. Ogni cosa è “grande” o “picca” e lei ci tiene molto a misurare il mondo intorno e darcene conto.

Proprio in questa fase in cui ha imparato a dire la erre abbiamo scoperto che nostra figlia ha il dna di Tino e che come lui arrota.

Così “grande” o “Dora” che è la sua bambola, in bocca alla Frolla diventano “gVande” e “DoVa” e mette un tale impegno nella dizione di queste parole che a me fa sempre pensare a Guccini.

Non so se avete presente l’album “Tra la via Emilia e il west”, album che amo e che incide molti dei miei ricordi, ma quando la Frollina parla mi ricorda proprio Francesco con la sua voce un poco emilianoimpastata e quella erre molto poeta maledetto da osteria.

E mi sento una mamma orgogliona.

In fretta

Tornati dai quattro giorni a casa dell’Irish, c’è qui la mia amichetta Adele.

Fisicamente sto abbastanza male e sono nel pieno vortice dei mille esami.

Ma.

L’affetto intorno a me è talmente tanto che mi sento quasi in colpa.

Avere qui Adele mi riempe di gioia e mi dà serenità.

La piccola Frollina parla.

Davvero.

E fa delle cose da grande. Davvero.

Gioca anche un poco da sola. Davvero

Io la guardo e l’amore mi dà fiducia che supereremo questo anno terribile. Almeno tra le mura di villa borghese.

Ringraziamenti a profusione

Non so cosa dire. Mi avete commosso, lo giuro. Dopo il mio post “da suicidio dermatologico” di ieri mi sono arrivati un sacco di consigli, attestati di stima, proposte di aiuto e numeri di omeopati e medici specializzati.

Ho scoperto che la galassia Internet è stracolma di persone che in modo diverso hanno avuto problemi alla pelle e che molti di noi hanno capito che si tratta di manifestazioni del corpo per comunicarci di guardare dentro e scandagliare l’animo e la vita in modo da interrompere la catena dello stress.

Ho provato a scrivere privatamente a molti ma alcune mail, come quella a Pulc3tta, mi sono tornate indietro. Invece volevo dirle un grazie grande come una casa perché ho fatto il bagno nell’acqua salata ed è stato un toccasana incredibile, tanto che ora potrebbero anche mettermi in forno e all’uscita avrei un saporino delizioso!

Avete ragione. La causa è nella mia testa e ho una grande occasione: cercare il modo per interrompere questo loop negativo e proseguire la mia vita meglio.

Mercoledì andrò da un medico chirurgo italiano che ha sposato anche la medicina cinese e di cui tutti mi hanno parlato molto bene.

Ho ripreso a meditare (faccio una meditazione particolare che prevede visualizzazioni e un profondo dialogo con il proprio Io) e mi concedo lunghe ore di riposo senza sentirmi in colpa.

Ho capito che devo prendermi cura di me, di quella persona che da troppo tempo sottovaluto e lascio in secondo piano. Ho preso ad accarezzarmi la pelle durante e dopo il bagno e cerco di apprezzare il mio corpo, anche con i kili di troppo e con tutte queste bolle.

Perché è l’unico che mi hanno dato. Perchè mi ha fatto fare tanta strada, ha partorito mia figlia, ha amato e ama la vita, ha viaggiato, ha camminato e abbracciato ed è l’apparenza di me stessa.

Credo che si meriti di più di essere trattato come un fagotto ingombrante!

Domani mattina partiamo: andiamo 3 o 4 giorni in montagna a casa di un’amica. Mercoledì torno, vado alla visita medica e poi arriva la mia Adelina che accorcia le sue vacanze per stare con me, prima di rientrare a Milano.

Sono molto fortunata. Voi non mi conoscete nemmeno e siete così carini!

Ora la smetto che sono in una fase altamente sdolcinata (di quelle che in altri momenti avrei deriso fino alla morte!).

Grazie

Grazie

Grazie

e buone vacanze

Tre mesi

Mi sveglio al mattino e faccio la conta delle bolle. Faccio la conta delle piccole escoriazioni sulle mani. Faccio la conta delle zone dove il prurito è più forte e delle giunture che mi fanno male per via dei bubboni.

Ogni mattina.

Da tre mesi.

Mi faccio una doccia ghiacciata. Cerco di riprendermi dall’antistaminico che ho preso la sera prima e mi appesantisce e mi fa fare incubi – che se non fosse perché vengono interrotti dal continuo grattare – avrebbero fini atroci.

Vado al parco con mia figlia, cercando di non pensare, evitando lo sguardo di quelli che posano gli occhi sulle mie mani da rettile, cercando di lasciare da parte l’imbarazzo e la vergogna per il male che mi prende ed è maledettamente visibile.

Da tre mesi.

Torno dal parco che è molto caldo e per via del parco le bolle fanno ancora più male e le lacrime salgono, sale una rabbia cieca e sorda e vorrei scorticarmi via la pelle, mentre invece sorrido per la mia meravigliosa creaturina che in questo periodo è così affettuosa e ha imparato a dire “silia” che è poi il suo nome senza la v e ora va in giro e dice sempre silia e a me mi si stringe forte il cuore che a sentirlo dire da lei è più vero.

Vado da medici: sono stata dall’allergologo, dall’immunologo e dal dermatologo.

Nessuno capisce cosa abbia. Ho due sfoghi cutanei, due malattie della pelle: orticaria sul corpo, lichen sulle mani.

Il mio sistema immunitario è come impazzito. Qualcuno mi spaventa a morte, altri – più cautamente – mi dicono che è stress.

Da tre mesi.

“Non c’è nulla che possa fare. Tenga questa cremina al cortisone che le allevia il prurito e questo antistaminico. Non sono cure, badi bene. Aiutano a darle meno fastidio, ma queste sono malattie croniche e come sono venute, prima o poi passeranno.” mi dicono i medici.

Da tre mesi.

Io ho provato l’aloe thailandese e il suo viscido liquido lenitivo, ho provato a meditare, ho provato a votarmi ai santi e a dormire.

Ho provato, provato, provato.

Da tre mesi.

Ieri mi sono svegliata che avevo anche la faccia tutta gonfia e un mal di testa della miseria nera.  Ho dovuto trovare qualcuno che si occupasse di mia figlia, ho dovuto passare la giornata a letto. Ma ieri l’orticaria era più bastarda del solito. Se stavo stesa sul sedere mi venivano i pomfi dove appoggiavo le terga e viceversa se stavo girata: “orticaria da pressione” la chiamano.

Da tre mesi.

Sono tre mesi che piango, che cerco la forza di reagire, che cerco di capire cosa cazzo sia successo al mio sistema immunitario e perché il mio corpo mi stia facendo questo.

Tre mesi. Tre mesi. Tre mesi.

Sono stanca e sfiduciata. Sfiduciata e stanca.

Medito e rimedito. Faccio tutto quello che posso per mantenere la calma e cercare di riprendermi, rilassarmi che non è mica facile dire “okei, adesso non mi stresso più che passa tutto!”.

Intanto il tempo passa e io mi sento come in una novella kafkiana, solo che invece dello scarafaggio Gregor io mi sto trasformando nel rettile Panz.

Mi è anche venuta voglia di chiudere il blog e questo sintomo, tra tutti, è forse il più grave; eppure non ho il minimo spirito panzallarico da donarvi e non riesco a uscire dal fottuto buco nero in cui mi sono infilata.

E dire che le lucertole amano il sole.

A presto

Mamme pugliesi cercasi per aiuto

Mamme pugliesi all’ascolto: la nipotina della mia amica Adele ha un problema legato al labirinto/orecchio ed è in vacanza in Puglia (zona Taranto/Brindisi).

Stanno cercando urgentemente un buon pediatra a cui rivolgersi in zone limitrofe (ma sono disposti anche a viaggiare un minimo).

Avete per favore un indicazione?

Se potete aiutarci mandatemi una mail a panzallaria@panzallaria.com o lasciate un commento a questo post

eternamente grata

panz